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IL DIABETE COME MALATTIA PSICOSOMATICA

ricerca sull’acutizzarsi della sintomatologia diabetica in giovani pazienti

a seguito di un evento stressante

di Nunziata Calbi

Introduzione

Il presente lavoro si compone di due parti: la prima ha come obbiettivo quello di fornire un quadro generale della psicosomatica del IDDM (diabete mellito insulino-dipendente), la seconda invece, è l’illustrazione di una ricerca condotta per verificare l’esistenza di una correlazione fra un evento stressante e l’acutizzarsi della sintomatologia diabetica.Il lavoro si conclude con il commento dei risultati ottenuti ed una proposta specifica per l’argomento.

1. L’adolescente diabetico

L’adolescenza è una tappa evolutiva che convoglia grandi cambiamenti e ristrutturazioni e perciò è costellata da tensioni e squilibri, incertezze e confusioni. L’adolescente è impegnato in un difficile processo di ridefinizione del proprio sé, in cui si alternano, spesso, con manifestazioni estremistiche, orientamenti e contenuti affettivi, vecchi e nuovi, nell’ambito del tormentato passaggio dall’età infantile a quella adulta. Durante l’adolescenza gli inconvenienti e le difficoltà si moltiplicano rispetto all’infanzia e il diabete viene accettato con difficoltà sempre maggiore o addirittura respinto (Orsini M., Campea L.,1980). Per la maggior parte dei ragazzi, l’adolescenza rappresenta un fase positiva di trasformazione, anche se problematica. Per il giovane diabetico, invece, questo momento così importante della vita, diventa spesso causa di sconforto e di crisi: la sua malattia lo distoglie dal raggiungimento di piccoli traguardi e lo costringe a verificare solo alcuni aspetti del grande cambiamento che sta avvenendo in lui, soprattutto relativamente alle modificazioni ormonali che verranno considerate, più che altro, in relazione alla loro influenza metabolica (Bregani P., 1984) Far fronte e risolvere la cosiddetta crisi adolescenziale richiede un notevole dispendio di energie psichiche, soprattutto quando allo scompenso e all’ansia si aggiunge il carico costante di una malattia cronica come il diabete, curabile, ma non guaribile, non invalidante o dolorosa, ma limitante l’autonomia individuale a causa dei vincoli dietetico-farmacologici quotidiani (Ravetto F., 1978). Per il diabetico l’adolescenza è un periodo particolarmente difficile perché vi sono reali limiti: la sensazione di disadattamento e inabilità nel tollerare le differenze con i coetanei non diabetici, fino ad arrivare ad una vera ribellione contro le esigenze del regime di cura, in quanto si sente combattuto tra le esigenze della terapia e l’attività del gruppo di coetanei al quale appartiene (Orsini M., Campea L.,1980). L’adolescente considera il diabete una vera e propria menomazione perché si trova ad essere schiavo del trattamento insulinico e del regime dietetico. Gli sforzi per condurre una vita normale, inoltre, possono essere frustrati dalla comparsa di disturbi che rendono necessario il ricovero ospedaliero, dal non poter assumere determinati alimenti, dall’impossibilità a comportarsi sempre come gli altri (Bargagna S., Tosi B., Calisti L., Crespin L., 1997). Non solo l’equilibrio psicologico influenza in modo importante la qualità del controllo del diabete, ma può essere proprio la stabilità dell’equilibrio della malattia ad influenzare profondamente la possibilità di un adattamento psicologico adeguato (ibidem). L’adolescente soffre molto nel vedersi diverso dagli altri e l’atteggiamento dell’ambiente può anche finire per aggravare le reazioni del giovane, sia mostrandosi indifferente, sia aderendo scrupolosamente alle regole del trattamento, sia reagendo in maniera eccessivamente protettiva (ibidem). Manciaux (cit. in “Diabete oggi e domani”, n.44, 1994)  parla, riferendosi alla particolare situazione che deve vivere il diabetico, di “personalità diabetica”, e rileva che i ragazzi diabetici presentano, in generale, una marcata emotività, un forte turbamento, spesso sproporzionato alle cause che lo determinano, un’instabilità emotiva, spesso accompagnata da un’immaturità affettiva, che si traduce in un grande bisogno di protezione, in mancanza di fiducia in se stessi e, infine, in una prolungata dipendenza nei confronti di uno o di entrambi i genitori. Secondo Bleger (cit. in “Diabete oggi e domani”, n.44, 1994) l’ansia è presente nella maggior parte dei giovani diabetici, ansia che è accompagnata da una costante inquietudine per il proprio avvenire e da frequenti tendenze depressive; in casi simili un atteggiamento non adeguato da parte dell’ambiente familiare può aggravare la condizione comportamentale del giovane diabetico (Stramare I., Vergerio A., 1994). Vi è la possibilità che l’adolescente adotti la regressione come modalità per affrontare le angosce legate alla malattia. Favorendo comportamenti infantili, essa incrementa la dipendenza, ed è molto frequente in quei soggetti in cui il diabete ha avuto un’insorgenza precoce, quando cioè, il ruolo della madre nella gestione della malattia del figlio è centrale (Di Cagno L., Ravetto F., 1980). In questi casi la condizione di malattia è accettata dall’adolescente nella misura in cui è strumentale al mantenimento sia della dipendenza, veicolo di sicurezza e protezione, sia degli stili di condotta collaudati. Può accadere che l’adolescente accetti la malattia come un alibi per rimanere un bambino bisognoso di cure esclusive. Quando si verificano tali situazioni, la separazione dai genitori e la creazione di legami affettivi con i coetanei di ambo i sessi vengono differite nel tempo o, talora procrastinate all’infinito. Questi adolescenti difficilmente creano problemi all’interno della famiglia o al medico che li ha in cura, ma appaiono sempre bisognosi di sostegno e approvazione, anche in occasione di sintomi lievi o banali della malattia. Questi giovani sono, inoltre, estremamente rispettosi dei modelli e delle richieste degli adulti, contrariamente ai loro coetanei, anche se, in apparenza, sembrano esprimere desideri di emancipazione e autonomia (ibidem). Talora, invece, si verificano reazioni di tipo opposizionistico, tipiche dell’adolescenza, che portano a vivere la malattia come un ostacolo alla conquista progressiva dell’autonomia e inducono ad un estremistico rifiuto di tutto ciò che è prassi e modello degli adulti, compresa l’osservanza delle prescrizioni terapeutiche (Orsini M., Campea L., 1980). Le manifestazioni fisiologiche dell’angoscia possono essere responsabili dell’alterazione del metabolismo dei carboidrati e provocare un ulteriore squilibrio metabolico (Simonds J., Goldstein D., Walker B., Rawlings S., 1981). In ogni caso, a parte le molteplici sfumature, dalla dipendenza massiva, ai comportamenti negativistici, l’esperienza degli adolescenti diabetici ha come denominatore comune la depressione legata alla coscienza della malattia, ai vissuti di inferiorità e inadeguatezza nei confronti dei coetanei, delle aspettative genitoriali e del futuro (Rapetti A., 1989). Qualora prevalga un atteggiamento autosvalutativo le relazioni sociali possono essere estremamente condizionate, limitate e circoscritte. L’adolescente diabetico è spesso più vulnerabile dei coetanei rispetto a sentimenti di insicurezza e disistima, è facile preda del timore di essere respinto dalle persone con cui vorrebbe relazionarsi, così anticipa pessimisticamente l’eventuale rifiuto altrui, ricorrendo ad una rigida chiusura difensiva oppure si avvicina al rapporto con provocatoria ostilità (Ricci Bitti P.E., 1977). Le reazioni verso la malattia possono, però, essere anche equilibratamente adattive e appropriate. L’adolescente diabetico, infatti, può reagire anche canalizzando le proprie risorse verso le attività scolastiche, sportive o lavorative, impegnandosi, in tal modo, per la propria affermazione e per il conseguimento del successo, oppure per estendere la sua abitudine all’osservanza delle regole anche presso i suoi coetanei, così da configurarsi ed emergere come leader e guida morale del gruppo ( Rapetti A., 1989).

2. Il diabete

Il diabete è uno dei disturbi endocrini conosciuti da più tempo, fin dall’epoca di medici come Avicenna, Galeno e Paracelso (Colarizi R., 1990 ). La prime descrizione del diabete è di Areteo di Cappadocia, che nel I secolo a.C., parlava “di un’affezione mirabile ma invero non molto frequente nell’uomo per la quale la carne e le membra si dissolvono nell’urina…la vita è breve, spiacevole, penosa, la sete è insopportabile, la morte inevitabile” (Marchetti P., 1989). Il diabete è una condizione morbosa, cronica, caratterizzata da una carenza totale o parziale di insulina e associata a resistenza all’azione insulinica da parte dei tessuti periferici, cioè la difficoltà, da parte delle cellule, di utilizzare lo zucchero circolante (Marchetti P., 1989; Colarizi R., 1990; Marchetti P., 1998). L’inadeguata utilizzazione del glucosio, primo carburante delle cellule e dei tessuti, ha, come conseguenza, un innalzamento della glicemia, dato di fondo del diabete mellito (Marchetti P.,1989). Esso è determinato geneticamente, favorito da fattori ambientali e caratterizzato da alterazioni del metabolismo glicidico, lipidico e proteico, causate da insufficienza della funzione dell’ insulina, l’ormone pancreatico che ha come ruolo appunto quello di permettere l’utilizzazione periferica del glucosio (Cahill G.F., 1985; Marchetti P., 1989; Fajans S.S., 1990; Marchetti P., 1998). Oggi il diabete non viene più ritenuto una malattia, un’ entità singola, ma una sindrome, cioè un gruppo eterogeneo di sintomi che si presenta in modi diversi in rapporto all’età dei soggetti colpiti e alle cause che l’hanno scatenato (Colarizi R., et al., 1990). Il diabete comprende varie forme cliniche, tutte accomunate dall’aumento del glucosio nel sangue (iperglicemia). Questa eterogeneità implica notevoli differenze fra i gruppi di pazienti, per quel che riguarda l’etiologia, la patogenesi, la storia naturale e la risposta terapeutica (Fajans S.S., 1990). La gran parte dei casi di diabete è compresa in due categorie eziopatogenetiche: il diabete di tipo I, o insulino-dipendente (IDDM), caratterizzato dalla totale o quasi totale carenza di insulina e che richiede, fin dall’inizio, una terapia insulinica sostitutiva e il diabete di tipo II, o non-insulino-dipendente (NIDDM) che è caratterizzato da un’incostante produzione di insulina ed ha comunque una ridotta azione a livello cellulare; è dovuto, da una parte, alla resistenza dell’azione insulinica, e dall’altra ad una secrezione compensatoria inadeguata di ormone, nel tentativo di superare la resistenza  (Greco A.V., Cardamone B., Virgilio S., 1998). La diagnosi di diabete mellito conclamato, viene effettuata in seguito alla rilevazione, in almeno due occasioni, di valori di glicemia superiori a 140 mg/dl, a digiuno, oppure riscontrando, in qualunque momento della giornata, ed in associazione ai sintomi caratteristici (poliuria, polidipsia, polifagia, astenia, perdita di peso), glicemie superiori a 200 mg/dl (Iannello S., Belfiore F., 1991; Pagano P., 1997; Greco A.V., Cardamone B., Virgilio S., 1998; Marchetti P., 1998). La moderna terapia del diabete ha una parte decisiva nell’allungamento della durata probabile di vita per i diabetici. Benchè vi sia un accordo sui principi del trattamento del diabete, solo raramente viene raggiunto l’optimum terapeutico, consistente nell’impedire, per molti decenni, la comparsa delle complicanze tardive e nel mantenere una completa efficienza fisica. Ciò dipende, oltre che dall’ineluttabile decorso della malattia, anche da un’insufficiente collaborazione da parte del malato e da un’inadeguata educazione dello stesso da parte dei medici. La terapia del diabete deve considerare il sesso, l’età, il peso corporeo, la professione e i fattori individuali determinanti l’espressione clinica del diabete, per cui è necessario adattare al singolo caso la dieta, l’uso di antidiabetici orali, l’insulina e l’attività muscolare (Petrides P., Weiss L., Loeffer G., Wieland O.H., 1989). La terapia del diabete si sostiene su tre cardini principali: dieta, esercizio fisico e somministrazione di insulina(Lomabardo M., 1997). La terapia insulinica è sempre indicata se la dieta, da sola, oppure associata alla terapia con antidiabetici orali, non risulta efficace entro un mese.  Il trattamento insulinico ha lo scopo di ripristinare livelli insulinici il più possibile vicini a quelli fisiologici, in soggetti che sono praticamente insulino-privi. La grave deficienza di insulina di questi soggetti è incompatibile con la sopravvivenza, per cui la terapia insulinica si impone con urgenza fin dall’esordio della malattia (Pisu E., 1997).

3.  Problemi psicologici legati all’esordio dell’IDDM

L’esordio del diabete mellito insulino-dipendente (IDDM) determina un indubbio trauma psicologico, la cui entità dipende soprattutto dall’età del paziente. La comprensione delle cause della malattia, delle finalità della terapia e del ruolo del medico variano, infatti, in relazione alla fase di sviluppo cognitivo raggiunto (Pagano G., 1997). I profondi cambiamenti nelle abitudini di vita (che l’IDDM comporta), sono causa di un riesame del concetto di sé e delle proprie aspettative di vita. L’adolescente vive, l’esordio del diabete, come una grave limitazione per le sue potenzialità e per il suo bisogno di indipendenza dalle figure parentali; è per questo che i pazienti in età adolescenziale  manifestano frequentemente un atteggiamento di chiusura a e ribellione nei confronti dell’équipe curante e dei genitori (Pagano et. al., 1997). Un ulteriore fattore responsabile del disagio emozionale è rappresentato dalla famiglia, portata a sentirsi in colpa per la malattia e, spesso, incapace di far fronte agli impegni della sua gestione. L’ansia dei familiari si esprime con comportamenti iperprotettivi, rigidi, permissivi o passivi, i quali possono alterare le dinamiche relazionali con il paziente e influenzare in modo negativo il suo adattamento psicologico alla malattia (Pagano G., 1997) Soprattutto l’esordio della malattia può provocare, nel paziente e nei suoi parenti : depressione e perdita dell’autostima, angoscia per la salute attuale e futura, tendenza dall’isolamento nell’ambito sociale e affettivo, dipendenza dai componenti dell’équipe medica. In assenza di precedenti gravi problematiche psicologiche, la maggior parte dei pazienti e delle famiglie, è in grado di affrontare, almeno in parte, il trauma indotto dalla malattia (ibidem). L’équipe curante ha un ruolo fondamentale nel contenimento dello stress psicologico iniziale del paziente e della sua famiglia. L’intervento deve essere orientato a fornire nozioni di base sulla eziopatogenesi della malattia, a rassicurare il paziente e la famiglia sulla loro capacità di affrontare adeguatamente la malattia, a garantire la disponibilità nelle situazioni psico-sociali del nucleo familiare (Pagano G., 1997). Negli ultimi anni si sta portando sempre più attenzione sul diabete giovanile insulino-dipendente. Tale interesse ha come fine quello di aumentare le probabilità di predire con largo anticipo la malattia e neutralizzare il suo meccanismo autoimmune (l’organismo che reagisce contro se stesso) (Sandrelli G., 1992). Nell’attesa di conseguire questi risultati, affinchè il controllo del diabete sia il più efficace possibile, si moltiplicano le iniziative per insegnare ai diabetici, e ai loro familiari, l’autogestione della malattia. Saper gestire la malattia significa poter frequentare regolarmente la scuola, trovare un lavoro, svolgere attività normali  nel tempo libero. Proprio per questo, negli ultimi anni, l’approccio al diabete giovanile si è profondamente modificato, rovesciando quello che era il ruolo tradizionale del medico specialista: prima curava e basta, ora, invece, insegna la cura al malato, diventando il supervisore. I pazienti, infatti, devono imparare a tenere sotto controllo, giorno per giorno, i livelli di glicemia nel sangue, a modificare opportunamente la terapia insulinica, a seguire la dieta più adeguata (ibidem).  

4. LO STRESS                           

Il concetto di stress è stato, negli ultimi decenni, al centro dell’attenzione di molti ricercatori, sia nel campo della psichiatria, sia in quello della psicosomatica (Levi L., 1974; Pancheri P. et al., 1980; Selye H., 1980; Pancheri P., 1984; Lazarus R.S., Folkman S., 1984; Fisher A.S., Reason J., 1988). Lo stress può essere considerato come una reazione emozionale, intensa, messa in moto da stimoli esterni e in grado di provocare risposte fisiologiche e psicologiche di natura adattiva. Se gli sforzi del soggetto falliscono perché lo stress supera le capacità di risposta, l’individuo è sottoposto ad una vulnerabilità nei confronti della malattia psichica, di quella somatica o di entrambe (Galimberti U., 1994).  

4.1 Lo stress come integrazione psicobiologica

L’evoluzione del concetto di stress ha portato a considerare lo stress come una risposta dell’organismo a vari stimoli, conseguente ad un’attivazione emozionale mediata dal sistema cognitivo dell’individuo (Pancheri P., 1980). Pur nella sua evoluzione e nel suo arricchimento, il concetto di stress ha mantenuto il suo significato di reazione adattiva e fondamentalmente utile alla vita che può, tuttavia indurre, in circostanze sfavorevoli, i precursori della malattia (ibidem). Per comprendere meglio le caratteristiche e soprattutto le possibili varianti di tale integrazione biologico-comportamentale, Pancheri, partendo dal modello di Bahnson, ha proposto un modello interpretativo della reazione di stress e dell’equilibrio biologico-comportamentale (Pancheri P., 1978). Tale modello è fondato sul presupposto che in condizioni naturali esista una sorta di “bilanciamento” ottimale fra reazioni comportamentali e reazioni biologiche nello stress (ibidem). L’attivazione emozionale prodotta da stimoli stressanti è in grado di produrre innanzitutto modificazioni a livello comportamentale, in condizioni normali, finalizzate ad affrontare lo stimolo e a garantire la sopravvivenza e l’adattamento dell’individuo (Pancheri P., 1980). Contemporaneamente, l’attivazione emozionale, attraverso le vie limbico-ipotalamiche, produce modificazioni a livello biologico, a carico dei principali sistemi dell’organismo, in particolare a carico del sistema muscolare scheletrico, del sistema neurovegetativo, del sistema psiconeuroendocrino, del sistema immunitario (Pancheri P., 1982).Normalmente le modificazioni comportamnetali e biologiche sono equilibrate. In alcuni casi, tuttavia, esse possono essere sbilanciate e ciò può costituire un fattore di rischio psicosomatico per lo sviluppo della malattia (Biondi M., Pancheri P., 1992). Numerosi dati sia sperimentali che clinici tendono a deporre per l’esistenza di una bilancia tra espressioni comportamentali e biologiche delle emozioni attivate nel corso della reazione di stress. Anche se la reazione appare altamente pesonalizzata in ogni individuo, è possibile identificare alcuni schemi preferenziali di risposta che, per stimolazioni croniche o di particolare intensità, possono condurre ad un disturbo psicosomatico (Pancheri P., 1984). L’apparato cognitivo individuale può plasmare, modificare, personalizzare o, addirittura, trasformare l’ attivazione emozionale (Pancheri P., 1982). L’osservazione sperimentale, infatti, diomostra che un’attivazione emozionale, con conseguente reazione di stress, può venire indotta da tre grandi categorie di stimoli, correlati a finalità adattive di sopravvivenza dell’individuo o della specie  (fig.1) (ibidem):

1)      Stimoli correlati alla sopravvivenza individuale

2)      Stimoli correlati alla sopravvivenza della specie

3)      Stimoli correlati alla sopravvivenza del gruppo sociale

      L’intervento cognitivo va inteso come un filtro variabile in funzione del significato adattivo dello stimolo (Pancheri P., 1984). Alla luce di tutte queste considerazioni, l’originale concetto di stress può essere così riformulato(Pancheri P., 1980):

a)                            Lo stress è una reazione che coinvolge tutti i sistemi biologici ed il comportamento dell’organismo con precise finalità adattive per garantire la sopravvivenza dell’individuo, del gruppo della specie. Come tale esso è utile e necessario alla vita (Pancheri P., 1980; Pancheri P., 1988. Lo stress è una reazione relativamente aspecifica. Essa, infatti, si manifesta con modalità biologico-comportamentali in parte comuni ai tre grandi parametri di sopravvivenza, ed in parte specifiche per ognuno di essi. Inoltre, nell’ambito di ogni programma, il rapporto stressor-risposta è condizionato dalla mediazione cognitiva individuale. La mediazione cognitiva è maggiore quando il rapporto stressor-programma di sopravvivenza è meno diretto, mentre è minore quando il rapporto stressor-programma di sopravvivenza è più immediato (Pancheri P., 1980) Lo stress è sempre una reazione biologica e comportamentale, mediata dal S.N.C. L’equilibrio e l’integrazione tra i due aspetti reattivi è condizione di soddisfacente adattamento e di scarso rischio psicosomatico (Pancheri P., 1980; Pancheri P., 1984). L’osservazione sistematica dell’ uomo sottoposto a stressors emozionali di varia natura in condizioni di valutazione polifattoriale della risposta, ha messo in rilievo come il livello di aspecificità della risposta possa variare in rapporto alla qualità e alla intensità stressante dello stimolo (Pancheri P., 1984). Essa, infatti, può variare da un massimo di aspecificità per attivazioni emozionali violente ed intense, ad un minimo in condizioni di stress emozionale più lieve ed a maggiore mediazione cognitiva (Pancheri P., 1984)  

4.2 Stress e sistema neuroendocrino

 Lo studio del rapporto fra stress e sistema endocrino è una delle aree più attive della psiconeuroendocrinologia, un campo di studi totalmente nuovo, sorto intorno agli anni Settanta (Pancheri P., 1984; Biondi M., Brunetti G., 1988). Numerose ricerche hanno dimostrato che l’equilibrio del sistema endocrino è sensibile a situazioni e stimoli emozionali stressanti. Molti di questi studi sono stati condotti fra il Settanta e l’Ottanta negli Stati Uniti da Mason e coll. (1975), in Svezia da Levi (1972) e Frankenhaeuser (1980), e in Italia da Pancheri e la sua équipe (Pancheri P.1972; Pancheri et al., 1982; Pancheri P., 1984). Le modificazioni endocrine conseguenti ad una situazione di stress si realizzano attraverso quattro tappe:

1)      Stress potenziale e sua elaborazione cognitiva (stimolo minaccioso);

2)      Sviluppo di una risposta emotiva e cambiamenti nella scarica dei neuroni limbici;

3)      Modificazioni dell’influenza dei neurotrasmettitori a livello dei neuroni peptidergici dell’ipotalamo;

4)      Modificazioni del release endocrino ipofisiario e fisiologiche modificazioni negli organi bersaglio endocrini (Cazzullo C.L., 1993).  

5 Considerazioni generali sulla  psicosomatica

Il termine “psicosomatico” deriva dalle parole greche psiche e soma, intendendo, per psiche, l’anima, lo spirito o, in un’accezione più recente, il comportamento, e per soma, invece, l’organismo dal punto di vista fisico, il corpo. Il termine psicosomatico indica, quindi, i rapporti fra processi psicologici o comportamento, da un lato, e le strutture fisico-organiche, dall’altro (Lachman S.J., 1977) La medicina psicosomatica sottolinea l’unità fra mente e corpo e l’interazione fra essi. In generale l’assunto è che i fattori psicologici sono importanti nella patogenesi di tutte le malattie, anche se è ancora oggetto di discussione se il loro ruolo è soprattutto, nell’ambito della progressione, dell’aggravamento o dell’esacerbazione della malattia o in quello della predisposizione o reazione alla malattia (Kaplan H.I., Sadock B.J., Grebb J.A., 1997).Studi condotti dall’O.M.S., dalla European Foundation for the Improvement of Working and Living Conditions, dal Committee on Medical and Public Health Research della Commissione delle Comunità Europee e da Enti Nazionali di Ricerca (come il Niosh in USA ed il National Board for Occupational Safety and Health in Svezia), sottolinenano come gli stati di malessere e di disturbo psicofisico, così come i sintomi prepatologici e patologici, connessi a situazioni di stress, tendano ad aumentare in modo rapido e risultino ormai una delle cause principali di caduta dell’efficienza psicofisica e di malattia (Cazzullo C.L., 1993). La vita quotidiana è scandita da continui cambiamenti che investono non solo i piccoli eventi, ma anche gli avvenimenti importanti e per i quali è necessaria una completa riorganizzazione; tale riorganizzazione è resa possibile dal continuo sforzo di adattamento dell’uomo al suo ambiente psicosociale e dal suo continuo plasmarsi psicobiologico al mondo circostante. I mutamenti funzionali indotti dagli eventi e dalla necessità di riadattamento a livello del sistema neurovegetativo, neuroendocrino ed immunitario, possono, in alcune circostanze, creare le condizioni predisponenti l’insorgenza della malattia somatica (Pancheri P., 1980). Talvolta ciò è provocato da un accumulo di eventi particolarmente stressanti in un breve periodo di tempo, ma più spesso i precursori della malattia vengono indotti dall’incapacità dell’individuo di gestire in modo adeguato la sequenza di reazioni emozionali prodotte dall’evento (Levi L., 1968). L’interesse della medicina psicosomatica al problema dello stress, è legittimato dal ricco corteo di feomeni somatici che, soggettivamente, si accompagnano alla reazione stressante (Antonelli F., Shanon J., 1981). La nozione di stress è essenziale per comprendere la patogenesi di molte malattie somatiche, dove entrano in gioco concause di natura emozionale. A livello fisiologico, uno stimolo stressante, se protratto nel tempo, può essere causa di: aumentata attività motoria, aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della temperatura, modificazioni del circolo, dispnea (difficoltà respiratorie), midriasi (dilatazione della pupilla), modificazioni della resistenza cutanea alla corrente galvanica, risposta pilomotoria, variazioni della secrezione salivare, variazione della motilita gastrointestinale, riduzione delle secrezioni gastriche, aumento della diuresi, aumento del glucosio e della noradrenalina nel sangue, variazioni del ECG, riduzione e disturbo del sonno. Molte di queste manifestazioni costituiscono la risposta somatica agli stimoli emotivi, e possono cronicizzarsi se lo  stimolo perdura (Antonelli F., Shanon J., 1981). Gli stimoli psicosociali, quindi, incidono sul programma psicobiologico  dell’individuo, provocando, così, tramite le diverse alterazioni  a carico di organi e funzioni, i precursori della malattia (Levi L., 1972). Una volta che l’individuo è entrarato nell’area di rischio psicosomatico ammalerà quell’organo o sistema che, per debolezza genetica, precedenti malattie, condizioni di sovraccarico funzionale cronico, è predisposto a reagire in modo più debole di fronte a fattori di tipo scatenante, per cui i determinanti emozionali delle malattie somatiche, giocano il ruolo di concause che vanno viste nel quadro globale di tutti gli altri determinanti di tipo biologico-somatico classico (Pancheri P., 1986).In determinate condizioni, la reazione di stress può perdere il suo significato funzionale di natura adattiva, e rappresentare una possibile fonte di rischio per la salute, sia somatica sia mentale (Biondi M., 1979). Numerose ricerche finora condotte hanno permesso di delineare precisamente che le caratteristiche dell’innesco della reazione di stress rappresentano un fattore di rischio per l’organismo (Biondi M., Pancheri P., 1992). Lo stress “ottimale” è rappresentato da condizioni di attivazione e disattivazione rapida, con una reazione di stress articolata in risposte biologiche e comportamentali sincrone e integrate fra loro. Nella reazione ottimale di stress, l’attivazione dei sistemi biologici coinvolti, come quella delle risposte sul piano comportamentale, è di intensità variabile da caso a caso, solo di rado raggiunge livelli eccessivi ed è, in ogni caso, limitata nel tempo (Biondi M. et al., 1992). Le deviazioni dalle caratteristiche  ideali di questa condizione ottimale di stress sono di vario tipo e sono determinanti nell’insorgenza di malattia, in seguito all’evento stressante. (Biondi M., Pancheri P., et al., 1992) Per quanto riguarda i meccanismi fisiologici relativi all’insorgenza delle malattie su base somatica, è necessario sottolineare che non sono gli eventi esistenziali in sé a favorire la patologia somatica, ma il modo di viverli e di reagire ad essi. Quando un evento è vissuto come “pericolo” dall’individuo, si mettono in moto una serie di reazioni finalizzate alla difesa dell’organismo, fra le quali la prima e più sollecita è quella del Sistema Nervoso Autonomo: Sistema simpatico e parasimpatico collaborano per preparare l’organismo ad affrontare l’evento stressante (Levi L., 1967). A ciò segue un aumento di adrenalina da parte delle ghiandole surrenali (stimolate dal sistema nervoso simpatico). La maggior produzione di adrenalina, unita agli impulsi dell’ipotalamo, stimola il coinvolgimento dell’ipofisi e degli ormoni da essa prodotti, regolando, così, le difese somatiche e l’adattamento (Antonelli F., Shanon J., 1981). Nel caso di stress mentale gli impulsi sono trasmessi all’ipotalamo da parte della corteccia cerebrale (Levi l., 1968). L’ipotalamo regola non solo il sistema nervoso autonomo, ma anche l’ipofisi: il lobo posteriore mediante le terminazioni nervose e quello anteriore, invece, attraverso le secrezioni ipotalamiche. L’aumentata stimolazione del simpatico, quindi, è responsabile di una maggior secrezione di adrenalina che è, a sua volta, responsabile dell’attivazione ipofisiaria (Antonelli F., et al., 1981). Questo meccanismo produce un radicale riassetto dei processi organici, molto simile a quello che si crea quando gli stressanti sono fisici (Levi L., 1968). L’organismo reagisce allo stesso modo al pericolo reale e al ricordo o alla minaccia di pericolo o, ancora, a cose accadute al tempo stesso del pericolo e che, di conseguenza, sono associate al pericolo nel quadro della reazione dell’individuo (Wolff H.G., 1953). A tutto ciò il corpo risponde con un unico piano generale di “difesa”, piano che si rivela efficace fin quando il pericolo è reale, ma diventa superfluo nel caso di ricordo del pericolo o di situazioni soltanto associate al pericolo. Questo adattamento inadeguato dell’organismo ai fattori stressanti può essere nocivo, per cui il reale pericolo non è più nell’evento in sé, ma nell’inadeguato meccanismo di difesa (Levi L., 1966). La “scelta” biologica o comportamentale può essere una caratteristica di base della personalità del soggetto, in parte determinata geneticamente, in parte appresa. L’apparato cognitivo del soggetto, proprio perché caratteristico della personalità, gioca un ruolo rilevante in questa scelta (Pancheri P., 1978; Pancheri P., Benaissa C., 1977). L’azione stressante particolarmente intensa o protratta produce alterazioni anatomiche e/o funzionali di un determinato organo bersaglio (Pinkus L., 1989). Tale alterazione si produce per diverse ragioni, fra le quali le più frequenti e note, riguardano un’attivazione funzionale eccessiva o, al contrario, insufficiente e inadeguata, l’abbassamento delle difese immunitarie, e quell’insieme di condizioni che dipendono prevalentemente da fattori neuroendocrini e metabolici (Antonelli F., Shannon J., 1981). L’individuo, quindi, reagisce agli stimoli psicosociali con modificazioni dell’omeostasi fisiologica interna a livello del sistema nervoso autonomo, del sistema endocrino, del sistema immunitario, oltre che con reazioni di tipo comportamentale (Pancheri P., 1980). Si determinano, così, per quanto riguarda i rapporti fra stress e psicosomatica, quei quadri clinici che, in forma diversa vengono influenzati in modo notevole dalle reazioni di stress, quali sono le diverse patologie di tipo gastrointestinale, le cardiopatie ischemiche e coronariche, disturbi del sonno e dell’alimentazione (Pancheri P., 1982).

5.1  Disturbi psicosomatici di tipo endocrino: il diabete mellito

A partire dagli anni Quaranta che si è dato inizio ad  un approccio scientifico e uno studio sistematico sul rapporto fra reazioni emozionali e malattie soamtiche. Da allora ad oggi si è andata accumulando una notevole mole di dati clinico-sperimentali che hanno provato, con chiarezza sempre maggiore, che condizioni di stress esistenziale, legate sia al verificarsi di particolari avvenimenti della vita, sia alla presenza di situazioni cronicamente stressanti, possono favorire l’insorgenza di malattie somatiche (Pancheri P., 1984; Pancheri P., Biondi M., 1987; Biondi M., 1988). L’evoluzione cronologica dei rapporti fra malattie mentali e turbe glicidiche vede il suo esordio nelle osservazioni di Monneret e Fleuri, nel 1839 (anche se già Willis, nel 1674, aveva notato la presenza di zucchero nelle urine di alcuni malati mentali), osservazioni, queste, che suscitarono non pochi contributi (Gamma G., Signorato U., 1962). Contemporaneamente, ad opera di Senator, sorge un orientamento volto  a valorizzare l’influenza delle emozioni sull’inizio e sul decorso del diabete (Senator H., 1880). L’intuizione e la dimostrazione clinica di un rapporto tra emozioni ed inizio e decorso del diabete, presenti nelle precedenti acquisizioni, trovano, nella scoperta della glicosuria adrenalinica, nel 1901 ad opera di Blum, l’integrazione ideale (Zoja L., 1947). Ma sarà solo successivamente, con le acquisizioni di Houssay e Biasotti (1929), Young (1937), Houssay, Foglia, Smyth, Rietti, Houssay (1942), Ingle, Li, Evans, (1946), Sutherland, De Duve (1948) e Campbell (1949) che verrà precisato il ruolo ipofisiario, tiroideo e pancreatico nel metabolismo glicidico, apportando, così, nuove interpretazioni dei rapporti fra psiche e diabete mellito. Tali concettualizzazioni troveranno espressione convincente nell’opera di Selye, dapprima, e nei contributi di Himwich, Hoff, Maranon e Pende successivamente (Maranon G., 1939; Pende N., 1949; Selye H., 1955; Hoff H., 1958; Saval-Vidal F., 1959). Il Diabete mellito è un disturbo del metabolismo il cui esordio improvviso è spesso associato a stress emotivi che alterano l’equilibrio omeostatico in pazienti predisposti (Kaplan H., Sadock B.J., Grabb J.A., 1997). Il livello di zucchero nel sangue, il cuore, cioè, di tutta la patologia diabetica, è spesso implicato nelle situazioni emozionali, ed un’eccessiva secrezione di adrenalina tende a rialzarlo (Lachman S.J., 1977). Oggi fra i fattori eziopatogenetici morbosi, viene considerato anche quello psicoemotivo, ponendo sullo stesso piano stress fisici e psicoemotivi (Bossi L., Bruni B., 1964). Vallance-Owen J. ritiene lo stress mentale, al pari di altre condizioni scatenanti, come responsabile, attraverso l’intervento del sistema ipofiso-surrenale, dell’aumentato antagonismo all’insulina, cioè la caratteristica primaria del diabete (Vallance-Owen J., 1962).Il punto di vista psicosomatico, avvalendosi della descrizione di casi clinici riportati da Camelin et al., da Vignon, da Von Weizsacker e da Baquet e da Faelli che descrive perfino un caso di diabete ad insorgenza acuta in seguito ad un sogno pauroso, concentra la sua attenzione non solo e non tanto sugli aspetti emotivi in se, quanto sulla reazione individuale ad essi (Vignon J., 1940; Von Weizsacker V., 1947; Camelin A. et al., 1949; Faelli C., 1954; Grossi-Bianchi M.L., 1958; Slawson P.F. et al., 1963). Menninger W.C., infatti, ha l’opportunità di osservare, in molti diabetici, il protarsi di situazioni emotivamente ansiogene, precedentemente alla malattia, mentre Bruch H. e Hewlett E., nel 1947,  descrivono, in alcuni bambini, l’esordio del diabete come coincidente ad una perturbazione nei legami familiari (Menninger W.C., 1935; Bruch H., Hewlett E., 1947). Sembra utile sottolineare che i diabetici riferiscono l’inizio dei loro disturbi a dispiaceri o ad emozioni, in misura sicuramente maggiore di quanto fanno soggetti affetti da altre patologie croniche (Bossi L., Bruni B., 1964). Studi più recenti hanno dimostrato che nella vita di pazienti diabetici vi sono state delle importanti perdite familiari precedenti la diagnosi della malattia (Stein S.P., Charles E., 1971; Robinson N., Fuller J.H., 1985). Probabilmente un meccanismo di sviluppo del diabete consiste nella ripetuta esposizione alle situazioni emozionali la cui risposta emotiva include l’attivazione autonomica delle surrenali con liberazione di adrenalina e conseguente azione sul fegato per interrompere la formazione del glicogeno ed esaurire la normale scorta di carboidrati (Lachmann S.J., 1977). Sebbene la possibilità di una rottura, per effetto di stress emotivi acuti o cronici, dell’equilibrio omeostatico presente nell’organismo, fino a giungere ad un diabete permanente, possa essere una questione controversa, sicuramente non lo è nel caso di soggetti in cui è già presente un’alterazione dell’equilibrio glicidico causato da carenza della funzione insulinica (Lunedei A., 1961; Bossi L., Bruni B., 1964). Negli ultimi anni, infatti, vi sono stati numerosi studi circa il ruolo del sistema nervoso autonomo nella patofisiologia del diabete (Guillemin R., 1978; Van Loon G.R., Appel N., 1981; Woods S.C., Smith P.H., Porte D., 1981; Feldberg W., Pike D.A., Stubbs W.A., 1985; Surwit R.S., Feinglos M.N., 1988; Berne C., Fagius J., Niklasson F., 1989; Bjorntorp P., 1991; Kaufman L.N., Peterson M.M., Smith S.M., 1991). L’intervento diretto dei fattori psicoemotivi nell’aggravamento e nello scompenso del diabete è documentato dalle modificazioni metaboliche osservate, in rigorose condizioni sperimentali, da Hinkle, Wolf e Daniels, in diabetici sottoposti a situazioni emotive stressanti a tipo minaccia, e da Mirsky, in diabetici in corso di ipnosi e durante intervista psichiatrica (su argomenti inducenti ansia, scoraggiamento e sfiducia) (Daniels G.E., 1948; Mirsky I.A., 1948; Hinkle L.E., et al., 1951; Hinkle L.E., Evans F.M., et al., 1951; Hinle L.E., et al., 1952; Hinkle L.E., 1956; Wolf S., 1961). Tutto ciò è vero soprattutto in caso di giovani diabetici, in quanto si trovano in condizioni di continuo adattamento del sistema neuroendocrino alle fasi successive dell’accrescimento il che li porta ad essere particolarmente sensibili alle ripercussioni metaboliche dei vari stimoli ambientali (Faelli C., 1961). In letteratura sono citati casi che mostrano un rapporto temporale fra un trauma psichico e l’insorgenza del diabete, Danowski, per esempio, afferma che lo stress intensifica un diabete mellito preesistente e già diagnosticato, porta al riconoscimento clinico di un diabete latente e può convertire un prediabete in diabete conclamato (Danowski T.S., 1963). In un’indagine condotta da Bossi L. e Bruni B., durante gli anni 1963-64, presso Ospedali e Consultori è stato possibile rilevare l’importanza delle alterazioni emotive quali fattori di labilità nel decorso del diabete, soprattutto in direzione di iperglicemia. Solitamente si è rilevata la temporaneità delle perturbazioni metaboliche in rapporto alla durata dello stimolo emotivo e alla possibilità di una correzione dello stesso (Bossi L., Bruni B., 1964). E’stato dimostrato anche che eventi stressanti concernenti la vita quotidiana possono direttamente influenzare il controllo metabolico attraverso processi neuroendocrini in grado di influenzare il livello di glucosio ematico (Barglow P., Berndt D.J., Burns W.J., Hatcher R., 1986; Cox D.J., Gonder-Frederick L., 1992; Beardsley G., Goldstein M.G., 1993).Il risultato di una ricerca di Goldston, Kovacs, Obrosky e Iyengar dimostra come vi sia una forte relazione fra eventi di vita non desiderati e andamento della malattia (Goldston D.B., Kovacs M., Obrosky S., Iyengar S., 1995). Alcune indagini hanno riscontrato una correlazione fra eventi stressanti e un cattivo controllo glicemico in pazienti affetti da IDDM (Schade D.S., Eaton R.P., Standefer J., 1978; Schade D.S., Eaton R.P., 1980; Niemcryk S.J., Jenkins C.D., Rose R.M., Hurst M.W., 1987; Lee D.J., Niemcryk S.J., Jenkins C.D., 1989).La letteratura esaminata dimostra comunque che lo stress ha un ruolo prevalente nelle complicanze della patologia diabetica. Tali contraddizioni sono attribuibili anche ai differenti tipi di stressors utillizzati nell’ambito dei diversi esperimenti (Surwith R.S., Schneider M.S., 1993)  

6. Ipotesi di lavoro e scopo dell’indagine

Sulla base della letteratura esaminata è stato possibile rilevare che condizioni di stress esistenziale possono favorire l’insorgenza di malattie somatiche (Pancheri P., 1984; Pancheri P., Biondi M., 1987; Biondi M., 1988, Daniels G.E., 1948; Mirsky I.A., 1948; Hinklr L.E., 1951; Hinkle L.E. et al., 1952; Hinkle L.E., 1956; Wolf S., 1961; Faelli C., 1961; Surwit R.S., Scovern A.W., Feinglos M.N., 1982; Cox D.J., Gonder-Frederick D.L., 1992; Fisher E.B., Delamater A.M., Bartelson A.D., Kirkley B.G., 1992; Beardsley G., Goldstein M.G., 1993). Già Monneret e Fleuri, nel 1839, avevano osservato la correlazione fra alterazioni glicidiche e turbe mentali, ma fu solo con gli studi di Houssay e Biasotti (1929), Young (1937), Houssay, Foglia, Smyth, Rietti, Houssay (1942), Ingle, Li, Evans (1946), Sutherland, De Duve (1948) e Campbell (1949), che verrà precisato il ruolo ipofisiario, tiroideo e pancreatico nel metabolismo glicidico, apportando, così nuove interpretazioni dei rapporti fra psiche e diabete mellito. Negli ultimi anni vi sono stati numerosi studi che hanno analizzato il ruolo degli stimoli psicosociali nelle complicanze della patologia diabetica (Surwit R.S., Scovern A.W., Feinglos M.N., 1982; Surwit R.S., Feinglos M.N., Scovern A.W., 1983; Cox D.J., Gonder-Frederick D.L., 1992; Fisher E.B., Delamater A.M., Bartelson A.D., Kirkley B.G., 1992; Beardsley G., Goldstein M.G., 1993). Mirsky, nel 1948, rilevò, in rigorose condizioni sperimentali, considerevoli modificazioni metaboliche in diabeteci sottoposti ad un colloquio su argomenti inducenti ansia, scoraggiamento, sfiducia (Mirsky I.A., 1948). Alcuni anni più tardi, nel 1961, Faelli constatò che tale reazione è intensificata nei giovani diabetici, in quanto le fasi dell’accrescimento li sottopongono a continue fluttuazioni dell’assetto neuroendocrino, per cui sono particolarmente sensibili agli stimoli ambientali (Faelli C., 1961). Sulla base di tali studi è possibile affermare che la manifestazione di un diabete latente in diabete conclamato e le complicanze dello stesso, sono legate sia a fattori di tipo organico, sia a fattori di tipo psicologico, che si influenzano reciprocamente. L’ipotesi di questo lavoro è, quindi,  proprio quella di verificare la suscettibilità fisiologica di un campione di giovani diabetici ad un colloquio stressante, così da dimostrare un’alterazione di variabili fisiologiche quali i livelli di glicemia nel sangue, la Pressione Arteriosa (PA), la Frequenza Cardiaca (FC), la Frequenza Respiratoria (FR), e da confermare, così, la correlazione fra le stesse e quelle psicologiche. Scopo della presente indagine è quello di alterare parametri di tipo fisiologico (PA, FC, FR, livelli di glicemia) e psicologico (livello di ansia), sottoponendo un campione di adolescenti diabetici (gruppo sperimentale o GS) ad un colloquio stressante, e confrontando i risultati da esso riportati, con quelli ottenuti da un campione di giovani ad esso equivalente, ma costituito da soggetti non diabetici (gruppo di controllo o GC). Tale colloquio è preceduto da un colloquio d’indagine, teso ad individuare le aree in cui i soggetti della ricerca presentano una maggior vulnerabilità emotiva. Essendo, gli individui portatori di patologie croniche, fortemente influenzati dal contesto in cui sono inseriti e dal tipo di interazioni che stabiliscono, il colloquio sarà focalizzato soprattutto su  aree quali la famiglia, l’amicizia, la coppia, il contesto scuola/lavoro, proprio al fine di determinare il peso che tali relazioni, soprattutto se di tipo disfunzionale, possono avere nell’insorgenza e nelle complicanze della patologia, dando luogo ad una sorta di circolarietà, in cui il contesto accentua il sintomo e il sintomo agisce sul contesto. Nell’ambito di questa ricerca le variabili esaminate sono:

a)      Variabili dipendenti:

·        Parametri fisiologici: misura del livello di glicemia, rilevazione della Frequenza Cardiaca (FC), rilevazione della Frequenza Respiratoria (FR), misura della Pressione Arteriosa (PA);

·        Parametri psicologici: rilevazione del livello di ansia di stato e di tratto.

b)      Variabile indipendente:

·        la condizione stressante, cioè il colloquio, al quale i soggetti sono sottoposti al fine di ottenere delle alterazioni nei parametri fisiologici e psicologici, che vengono osservati.

Diventa, a questo punto, possibile formulare due ipotesi:

Ipotesi nulla (H0): gli effetti della variabile indipendente sono nulli (Areni A., Ercolani A.P., Scalisi T.G., 1996); nel nostro caso l’essere sottoposti ad un colloquio stressante non provocherà alcuna modifica nei parametri misurati, per cui GS=GC;

Ipotesi alternativa (H1): la variabile indipendente produce effetti significativi (Ercolani A.P., Areni A., 1983; Cinanni V, Mirabella F., 1993) per cui il colloquio stressante provocherà un’alterazione dei parametri fisiologici e psicologici in questione.

6.1  Descrizione del campione

La presente ricerca è stata condotta su due gruppi, costituiti entrambi da 30 soggetti. Il primo, denominato gruppo sperimentale (GS) è composto da giovani fra i 18 e i 29 anni (19 maschi e 11 femmine), affetti da diabete mellito insulino dipendente (IDDM). Il secondo, cioè il gruppo di controllo (GC) è, invece, costituito da un campione di giovani volontari, di età compresa fra i 18 e i 28 anni (12 maschi e 18 femmine), equivalente a quello sperimentale in tutto (provenienza sociale, livello culturale, ecc.), eccetto che per la presenza della malattia.

6.2 Strumenti utilizzati

La ricerca si propone di misurare parametri di tipo fisiologico e di tipo biologico, al fine di rilevare alterazioni nelle misure effettuate prima e dopo l’evento stressante.Per quanto riguarda l’indagine organica, attraverso il glucometro digitale, sono stati rilevati i livelli di glicemia nel sangue; per la misura della Frequenza Cardiaca (FC), è stato utilizzato lo stetoscopio, per la Frequenza Respiratoria (FR) lo spirometro ed, infine, per la Pressione Arteriosa (PA), lo sfigmomanometro. Per l’indagine psicologica ci siamo serviti di due test:

1.      STAI (State-Trait Anxiety Inventory), nelle forme X1 e X2, per la misurazione dell’ansia di stato e di tratto;

MMPI-R (Minnesota Multifasic Personality Inventory, forma ridotta), per la rilevazione dei tratti di personalità del soggetto.

3) Il Colloquio stressante è lo strumento tramite il quale è stato possibile indurre uno stato di stress nei soggetti. Tale colloquio era preceduto da un colloquio di indagine mirato a rilevare le aree in cui il soggetto si mostrava più vulnerabile. Le aree di indagine erano:

_Malattia

_Famiglia

_Studio/lavoro

_Coppia/sesso

_Amici (relazioni sociali)

Il colloquio di indagine ha permesso di rilevare le aree la cui discussione poteva essere, per il soggetto, fonte di agitazione; in seguito, il colloquio vero e proprio si è focalizzato maggiormente su tali aree. Allo stress raggiunto da ogni soggetto, è stato attribuito un punteggio per ognuna delle aree presenti (1= minimo stress; 5= massimo stress).

6.3  Luogo e metodologia dell’indagine

L’indagine si è svolta presso il Centro di Diabetologia dell’ospedale Civile di Matera grazie alla gentile collaborazione del dott. Angelo Venezia, il quale ha avuto l’autorizzazione necessaria da parte degli organi competenti a sottoporre il campione alle diverse fasi della ricerca. L’indagine è stata condotta in una stanza del Centro di Diabetologia presso cui afferivano i pazienti e la stessa è stata utilizzata per i soggetti del gruppo di controllo. Lo svolgimento della ricerca prevedeva il susseguirsi di tre fasi, ed è avvenuto in rigorose condizioni per evitare l’intervento di eventuali variabili di disturbo.Le tre fasi sono state:

1.      La Fase Baseline: consiste nella somministrazione, ai soggetti, dello STAI nelle forme X1 e X2, per la valutazione dell’ansia di stato e di tratto, e dell’ MMPI, per la strutturazione del profilo di personalità. I soggetti sono stati sottoposti, inoltre, alla rilevazione dei livelli di glicemia nel sangue, della Frequenza Cardiaca (FC), della Frequenza Respiratoria (FR) e della Pressione Arteriosa (PA). In tale fase i soggetti sono stati sottoposti anche al coloquio di indagine al fine di scoprire le aree in cui,  più delle altre, presentavano vulnerabilità e per raccogliere il maggior numero di informazioni sul soggetto stesso.

2.      La Fase Sperimentale:  si è svolta “stressando” i soggetti tramite gli argomenti ai quali si erano mostrati più sensibili  durante il colloquio di indagine, senza permettergli di sfogarsi, né mostrando comprensione o empatia nei confronti delle loro problematiche. Il colloquio ha avuto la durata di circa 40 minuti. Subito dopo il colloquio sono stati rilevati nuovamente i parametri fisiologici (glicemia, FC, FR e PA) ed è stato somministrato nuovamente il test STAI.

3.      La Fase di recupero (verifica): si è svolta dopo circa due ore dalla Fase Sperimentale e consisteva nell’informare il soggetto del vero scopo della ricerca, mettendolo, così, in condizione di superare lo stress. Tale comunicazione è stata seguita da una nuova rilevazione dei parametri fisiologici e dell’ansia.

 

RISULTATI E CONCLUSIONI

 

Interpretazioni di dati e tabelle

Da una prima analisi delle tabelle, si può rilevare che la maggior parte dei soggetti diabetici ha un innalzamento della glicemia, rispetto a quella basale, in seguito al colloquio stressante, mentre nel GC tale innalzamento è assente o minimo. Nella fase di recupero la glicemia tende a ritornare ai valori iniziali o, comunque, decresce rispetto a quella della fase sperimentale. Per quanto riguarda l’andamento di FC, FR e PA, vi sono risposte simili nei due gruppi, con un innalzamento tra la Fase Baseline e la Fase Sperimentale e un decremento fra la Fase Sperimentale e quella di Recupero. Sono presenti inoltre i punteggi relativi al colloquio stressante: i soggetti hanno totalizzato da un minimo di 5 ad un massimo di 25.Il colloquio di indagine ha permesso di rilevare le aree la cui discussione poteva essere, per il soggetto, fonte di agitazione; in seguito, il colloquio vero e proprio si è focalizzato maggiormente su tali aree. Allo stress raggiunto da ogni soggetto, è stato attribuito un punteggio per ognuna delle aree presenti (1= minimo stress; 5= massimo stress). Le aree costituenti il colloquio stressante sono comuni per il GS e per il GC, ad eccezione dell’area malattia, che, per quanto riguarda il GC, non è il diabete, ma è relativa allo stato di salute presente e passato e alle preoccupazioni per il futuro.

Malattia. Per i diabetici la malattia rappresenta una forte fonte di stress, soprattutto per quanto riguarda i risvolti relativi alla terapia (le iniezioni di insulina) e all’osservanza delle prescrizioni mediche in generale (controlli quotidiani di sangue e urine, dieta, attività fisica, ricoveri ospedalieri). Le iniezioni di insulina diventano fonte di ansia soprattutto in occasione dei pasti fuori casa, per la paura di essere identificati come “malati, diversi”. Per quanto riguarda, invece, i continui ricoveri, i day-hospital il problema è particolarmente sentito solo per chi va ancora a scuola, per gli evidenti disagi che possono essere causati da frequenti e prolungate assenze:

Famiglia. E’ l’area, insieme alla malattia, in cui i soggetti mostrano di essere maggiormente vulnerabili. Essendo il campione costituito da diabetici in età giovanile, non può essere trascurato il ruolo delle dinamiche familiari ai fini della costituzione di quei meccanismi che permettono l’aggravarsi o il permanere di fattori legati alla malattia.  Il rapporto con la famiglia, soprattutto in vista dell’emancipazione tipica di questa fase della crescita, può risultare fortemente condizionato dalla presenza di una malattia cronica come il diabete. I maggiori disagi sono riscontrabili, infatti, in concomitanza con l’allontanamento momentaneo o permanente dalla famiglia: L’atteggiamento più frequentemente riscontrato è l’iperprotettività da parte dei genitori, tanto maggiore quanto più bassa è l’età di insorgenza della malattia: più la diagnosi è stata precoce durante l’infanzia, maggiori sono le difficoltà, da parte dei genitori, ad accettare la crescita del figlio, la sua emancipazione dal nucleo familiare.

Studio/lavoro: rispetto a quest’area del colloquio il GS non ha presentato notevoli differenze rispetto al GC. Le preoccupazioni individuali relative alla conclusione di un ciclo di studi, alla ricerca della prima occupazione, o a quella di un’occupazione stabile, sono comuni per i soggetti di entrambi i gruppi.

Coppia/sesso. Nel contesto delle relazioni affettive, la presenza della malattia ha un notevole peso, soprattutto relativamente alla reazione del partner alla notizia della malattia. La paura di essere considerati come diversi, malati, è uno dei motivi che maggiormente frenano tale comunicazione: La paura della reazione del partner, se estremizzata, diventa anche motivo del non lasciarsi andare a storie proprio per evitare di esporsi:

Amici/relazioni sociali. Il coinvolgimento emotivo dei soggetti, relativamente a quest’area, non è prevalente, anche se in alcuni casi può rappresentare motivo di preoccupazione e fonte di ansia:

Elaborazioni statistiche

L’ultima parte del lavoro riguarda la trasformazione dell’ipotesi di ricerca in ipotesi statistica, cioè in ipotesi suscettibile di verifica probabilistica, attraverso l’uso di test statistici. Nella tabella n.3 sono riportati i risultati dell’analisi della varianza condotta sulle variabili prese in esame per la presente ricerca. L’analisi della varianza (ANOVA) è la tecnica usata per la stima della significatività della differenza fra le medie di due o più gruppi di soggetti distinti sulla base di due o più variabili. Questa tecnica, suggerita da R.Fisher nel 1923, è quella maggiormente utilizzata, perché applicabile ad un’infinita varietà di disegni di ricerca. Dopo aver calcolato le medie di GS e GC, relativamente alle diverse variabili presenti nel disegno di ricerca, ci si accorge che esse sono più o meno diverse fra loro. La diversità fra le medie dei gruppi, cioè la variabilità tra i gruppi (between), può essere attribuita all’azione dello sperimentatore, alle differenze individuali e all’errore casuale (per esempio gli strumenti di misura utilizzati). Esiste anche una variabilità dovuta alla variazione delle risposte dei soggetti all’interno di ogni singolo gruppo, detta variabilità entro i gruppi (within), dovuta al fatto che i soggetti all’interno dello stesso gruppo non rispondono tutti allo stesso modo. Quando non ci sono differenze significative fra le medie, ovvero il trattamento non produce effetti, la variabilità fra i gruppi e quella entro i gruppi devono essere molto simili, in quanto entrambe comprendono soltanto la varianza d’errore; quando invece il trattamento ha prodotto degli effetti, la variabilità tra i gruppi sarà maggiore di quella entro i gruppi. E’possibile, in questo modo, rifiutare H0 e accettare H1: il rapporto fra la varianza tra i gruppi e quella entro i gruppi deve essere significativo, cioè il valore di F calcolato sulle varianze dei dati deve essere superiore al valore critico di F fornito dalle tavole della distribuzione campionaria, a parità di gradi di libertà (numero di valori liberi di variare quando si calcola un test statistico) (Ecolani A.P., Areni A., 1983; Areni A., Ercolani A., Scalisi T.G., 1996). E' possibile riscontrare, per quanto riguarda le variabili fisiologiche, delle differenze significative fra GS e GC, in relazione ai valori della glicemia (GLICEM1, GLICEM2 e GLICEM3), durante tutte e tre le fasi della ricerca (baseline, sperimentale e recupero). Anche per quanto riguarda la frequenza respiratoria, GS e GC, presentano una differenza significativa, ma solo durante la fase sperimentale (FR2). Gli altri parametri fisiologici non presentano differenze statisticamente significative fra GS e GC, per cui il colloquio stressante, al quale entrambi i gruppi sono stati sottoposti, ha provocato reazioni simili per quanto riguarda la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca. Per quanto riguarda la variabile “ansia” si sono ottenute differenze significative in relazione all’ansia di stato, ma solo nella fase di recupero (STAIX1_3). Rispetto  all’ansia di tratto è possibile riscontrare una differenza significativa nella fase baseline (STAIX2_1) e in quella di recupero (STAIX2_3), ma non in quella sperimentale (tab.3, fig.3, fig.4). Sempre nella tabella n.3 abbiamo preso in considerazione la variabile “colloquio stressante” e le 13 scale costituenti il MMPI. La differenza relativa alle risposte riportate al colloquio stressante non è statisticamente significativa, a causa del normale stato di agitazione che presentano sia i Ss del Gs, sia i Ss del Gc, nell’affrontare argomenti di particolare pregnanza personale. Significative invece le differenze riportate in relazione alle scale F (tendenza a dare un’immagine favorevole di sé), D (depressione), HY (isteria), PD (deviazione psicopatica), PA (paranoia). Dire che queste differenze sono significative, significa che la differenza di  variabilità entro i gruppi e variabilità fra i gruppi non è dovuta al caso. 

Conclusioni

Dal confronto fra i risultati ottenuti nella ricerca e l’ipotesi formulata all’inizio dell’indagine, è possibile confermare quanto previsto: i giovani diabetici, sottoposti a colloquio stressante, reagiscono diversamente, a livello fisiologico e psicologico, rispetto ai loro coetanei non affetti da una patologia cronica. Possiamo, quindi accettare l’ipotesi alternativa (H1) e rifiutare l’ipotesi nulla (H0): la variabile indipendente produce modificazioni significative e di conseguenza delle differenze fra GS e GC. La prima differenza significativa fra GS e GC è quella fra le medie della variabile “glicemia”, fin dalla fase Baseline: GS=162,6667 e GC=87,1333; nella fase Sperimentale, mentre il GS ha subito un aumento notevole dei livelli glicemici (GLI2= 191,8333), il GC ha subito una lievissimo incremento (GLI2=89,4667). I soggetti diabetici, in seguito al colloquio stressante, reagiscono con bruschi sbalzi dei livelli di glicemia, mentre i soggetti non diabetici hanno escursioni bassissime. Questa differenza può trovare una spiegazione in quanto sostiene Pancheri: una volta che l’individuo è entrato nell’area di rischio psicosomatico, ammalerà quell’organo o sistema che, per debolezza genetica, malattie precedenti, condizioni di sovraccarico funzionale cronico, è predisposto a reagire in modo più debole di fronte a fattori di tipo scatenante (Pancheri P., 1986). Per quanto riguarda la fase di Recupero, il GS presenta un vistoso calo, tanto che la media è addirittura inferiore  rispetto alla fase Baseline (GLI3= 156,1333), mentre nel GC, non si ha lo stesso effetto: vi è comunque presente un decremento rispetto alla fase Sperimentale, ma non vengono completamente ripristinati i valori della fase Baseline (GLI3= 88,1667). E’ noto che in condizioni di stress, nell’organismo, vi è un’iperproduzione di adrenalina e noradrenalina, responsabili dell’aumento di glucagone il che porta alla condizione di iperglicemia; quando lo stimolo stressante cessa, adrenalina e noradrenalina vengono smaltite dal fegato e riassorbite attraverso meccanismi enzimatici; si innescano, a questo punto, una serie di meccanismi di feedback che agiscono a diversi livelli, dall’ipotalamo agli organi effettori, e che hanno come obbiettivo quello di ripristinare l’omeostasi glicemica. Nei pazienti diabetici, proprio a causa delle alterazioni metaboliche, questi meccanismi non sono perfettamente funzionanti e ciò causa le vistose differenze di recupero fra soggetti diabetici sottoposti a stress ed analizzati dopo 2 ore, e soggetti non diabetici sottoposti allo stesso iter (Alexander F., 1971). I soggetti del nostro campione, inoltre, sono tutti adolescenti affetti da diabete mellito insulino-dipendente e ciò spiega i rapidi tempi in cui i valori della glicemia si riequilibriano, cioè la rapida ripresa dei livelli di glicemia durante la fase di Recupero. Le altre variabili fisiologiche, sia nel GS, sia nel GC, presentano il tipico andamento “a campana”, cioè è possibile rilevare un incremento nella fase Sperimentale, rispetto alla Baseline, ed un successivo decremento nella fase di Recupero. Benchè dall’ analisi della varianza non sia emersa alcuna differenza significativa fra GS e GC, i livelli dell’ansia di stato risultano essere superiori nel GS, sia nella fase Baseline (GS=38,8667; GC=36,2000), sia in quella Sperimentale (GS=53,3000; GC=48,4000), sia, infine, in quella di Recupero (GS=39,1667; GC=35,1333). Ciò è indice del fatto che i soggetti diabetici si “agitano” maggiormente, rispetto ai loro coetanei “sani”, nell’affrontare tematiche quali la malattia o il rapporto con la famiglia, che rappresentano anche le aree in cui i soggetti del GS hanno totalizzato i punteggi più alti. Il diabete è una malattia che induce e comporta necessariamente un particolare modo di vivere che, a partire dal momento della diagnosi, può essere via via appreso, autogestito ed integrato nelle normali abitudini di vita, ma rimane, in ogni caso, una “scelta obbligata”, una realtà comunque vincolante e non facile da essere accettata e vissuta. Da quanto abbiamo notato nel campione di giovani diabetici, la peculiare situazione di cronicità, necessitante il rispetto di norme terapeutiche imprescindibili e tali da rievocare continuamente il peso limitante della malattia, determina inevitabilmente reazioni emotive che possono influire in vario modo sull’andamento stesso del diabete.Per questi giovani, l’obbiettivo più importante è costituito dal controllo metabolico, inconsapevoli che un diabete scompensato, in un soggetto strettamente controllato dal medico, è il sintomo che la malattia comporta grosse tensioni. Lo scompenso metabolico può, cioè diventare il sintomo di un cattivo rapporto con il diabete, con la famiglia che coopera a gestirlo, o con la realtà sociale del paziente.In molti casi il giovane si sente manipolato dalla sua malattia, dal medico, dalla famiglia, in quanto, dal momento della diagnosi le sue regole di vita sono state dettate da altri e non più decise ed attuate autonomamente. I soggetti da noi analizzati erano accomunati dal medesimo fine: creare un equilibrio fra se stessi e la malattia, senza considerare che ciò è possibile solo iniziando ad accettare la malattia stessa, pena, altrimenti, l’impossibilità di apprendere quelle condizioni che permetterebbero loro di padroneggiarla.Da quest’analisi sono innegabili le implicazioni di ordine psicologico comportate dal regime dietetico-terapeutico, nonché l’evidenza con cui la condizione di malattia viene ad influire sulla crescita del soggetto diabetico in età evolutiva. Questi giovani convivono stabilmente con una patologia che comporta numerose limitazioni al normale decorso delle loro esperienze di crescita e di vita, influenzando inevitabilmente il loro sviluppo affettivo, il loro modo di porsi di fronte a se stessi, di elaborare le emozioni legate alla corporeità e di relazionarsi agli altri. Nel diabete, quindi, il rapporto fra aspetti somatici, psichici e sociali è particolarmente complesso: non solo le limitazioni connesse alle condizioni di malattia possono incidere negativamente sullo sviluppo psicologico del giovane diabetico, ma anche gli stati emotivi diventano spesso determinanti nel favorire o peggiorare il decorso del diabete. In questo ambito, quindi, giocano un ruolo di indubbia rilevanza anche gli atteggiamenti e il contesto di relazioni vigenti nel nucleo familiare e, nondimeno, la conoscenza circa la natura e la gestione della malattia.Le angosce che si sollevano inevitabilmente, fin dal momento della diagnosi, e nel corso dell’interminabile iter terapeutico, sia nel giovane paziente, sia nei suoi genitori, inducono un dolore mentale che interferisce nella condizione già difficile di convivenza con il diabete e che, come tale, non può essere trascurato. Sebbene con la moderna psicosomatica si siano raggiunti livelli di grande interesse per quanto riguarda l’approfondimento dei rapporti fra psichico e fisico e l’influenza della prima sulla patologia fisica, non si può non rilevare che benchè tutti siano convinti non solo della stretta connessione fra queste due istanze, ma soprattutto della necessità di occuparsi e di intervenire sull’equilibrio psichico, e nel caso dei giovani pazienti, sullo sviluppo psichico in caso dia malattie croniche. Il nostro lavoro è stato svolto su un campione privo di assistenza psicologica. Tale supporto, in modo indiretto o esplicito, difensivamente neutrale o più emotivamente coinvolto, è stato auspicato da tutti i pazienti, non solo per un ipotetico futuro Questo tipo di assistenza, infatti, non sempre viene fornita dai centri di diabetologia, benchè da più parti si sottolinei l’importanza di una cura della globalità somatopsichica del giovane diabetico, al fine di evitare quel dannoso scisma tra mente e corpo, costituente un fattore di rischio per l’equilibrata e serena strutturazione della personalità. La prevenzione del disagio psichico può essere realizzata attraverso la presenza di uno psicologo, adeguatamente addestrato; il che non dovrebbe significare conferire un’immagine psicologica ai centri specializzati nella cura e nell’assistenza al diabete, attraverso la “delega” degli aspetti psichici ad un ulteriore figura di “tecnico”, ma si inserisce in un’ottica più ampia che prevede l’assunzione di una dimensione psicologica da parte del centro stesso, considerando sia la peculiare capillarità di aggancio dei correlati psicologici ai risvolti pratici della terapia diabetica, sia il ruolo particolare che il medico viene ad assumere nella relazione con il giovane e i suoi genitori. La natura dell’intervento attuato dallo psicologo consiste, essenzialmente, nel proporre uno spazio ove il dolore mentale possa affiorare e trovare un contenimento: ciò permette, a chi soffre, di prendere coscienza del fatto che le proprie angosce, la propria disperazione o ribellione vengono accolte e contenute dalla disposizione recettiva dell’altro, che può tollerarle senza esserne travolto e comprenderle empaticamente. La funzione dello psicologo, quindi, viene ad essere non quella di individuare ed etichettare caratteristiche anomale della personalità, determinate dalla presenza della malattia, cioè “psichiatrizzare” il paziente diabetico, ma aiutare il giovane e la sua famiglia ad avvicinare ed elaborare i loro vissuti per approdare ad un’accettazione il più possibile serena della malattia. Solo in questo modo è possibile fornire concrete possibilità per un approccio efficace alla dimensione psicologica della malattia.Il confine fra organico e psichico è sempre molto sfumato, per cui è facile che l’uno sconfini nell’altro, quanto meno a livello di reciproca interferenza. Il presente lavoro aveva come obbiettivo quello di affacciarsi sul mondo del giovane costretto a convivere con una patologia cronica come il diabete e con le regole che esso impone. Tale obbiettivo è stato conseguito sia attraverso la somministrazione di strumenti testologici, sia attraverso un colloquio costruito per indagare le aree in cui i soggetti presentavano una maggiore vulnerabilità. Con tale ricerca non abbiamo creato ex novo uno stato di agitazione e stress nei soggetti, ma sono soltanto state toccate quelle tematiche, fonte di molte delle dinamiche disfunzionali che causano tensioni psichiche nei pazienti, senza aver creato in loro scompensi profondi e irreversibili. E’ incontestabile, a questo punto, che a fianco della terapia e delle attenzioni per la situazione organica del giovane diabetico, bisogna considerare, ponendole sullo stesso livello, la sua personalità, le interazioni e le influenze emotive da parte dell’ambiente; solo così, con il trattamento si potranno sortire, a lungo termine, e al di là dei limiti implicati dalla cronicità, risultati globalmete ed effettivamente positivi.   

 

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