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In
chat dal posto di lavoro
Mariacandida
Mazzilli
Il
presente è un lavoro di osservazione che, è bene precisarlo, non è
stato condotto allo scopo di costituire un supporto scientifico/statistico
in senso stretto, ma per costituire uno spunto di riflessione e una base
di partenza per successivi approfondimenti.
Abbiamo “frequentato” le cosiddette “stanze” di note chat
nazionali, ricercando utenti connessi ai quali sottoporre un questionario
composto da 39 domande, nel tentativo di comprendere i bisogni, i
desideri, o anche i disagi di chi utilizza il web per socializzare.
Ai fini specifici della nostra osservazione, abbiamo circoscritto il campo
di indagine a soggetti che fossero collegati durante l’orario di lavoro.
Le 300 interviste si sono svolte nell’arco di circa quattro mesi, dal
settembre al dicembre 2004.
La durata media di ogni intervista è stata di circa un’ora,
all’inizio della quale ci si è sempre accertati (se si può parlare di
certezze in chat) che l’intervistato si trovasse sul posto di lavoro.
Nonostante l’elevato numero di domande della griglia di riferimento, il
campione intervistato ha generalmente mostrato disponibilità a
rispondere. Questa disponibilità rappresenta già, di per sé, un
interessante aspetto dello studio, considerato che l’intervistato
afferma di trovarsi in chat durante l’orario di lavoro.Il tempo medio
passato in rete dagli intervistati è di 3/4 ore giornaliere.
Diversi intervistati affermano di preferire la modalità “one to one”
(conversazione a due) rispetto alle “stanze” collettive nelle quali
comunicano più soggetti contemporaneamente; ciò permette un colloquio più
confidenziale.
Sembrerebbe emergere una preferenza per la chat esclusivamente testuale
rispetto all’utilizzo di web cam o chat vocale. Le motivazioni possono
essere ricercate nella protezione offerta dall’anonimato del solo testo
e nel maggiore fascino dell’intimità di questa modalità. Proprio
questo anonimato, o il celarsi dietro diversi nicknames (gli pseudonimi
utilizzati per farsi riconoscere in chat), rappresenta uno degli aspetti
più interessanti del fenomeno. La chat consente di giocare con la propria
identità, di scegliere di mostrare solo gli aspetti della personalità
ritenuti più interessanti. Tutto ciò contribuisce al superamento
illusorio delle barriere, soprattutto psicologiche, che frustrano la vita
di relazione nella realtà. La timidezza, l’introversione, vengono
superate grazie alla protezione offerta dal mezzo, la capacità di
“socializzare” se ne avvantaggia notevolmente. La maggior parte degli
intervistati dichiara di confidare sinceramente aspetti della propria vita
privata e usa la chat come un mezzo che avvicina agli altri, una sorta di
antidoto alla “alienazione”. L’anonimato facilita l’apertura e il
dialogo.
Di solito ci si svela lentamente, solo quando si sente che si può essere
compresi; l’investimento affettivo, emozionale è possibile perché c’è
distanza e quindi è un tentativo che si può fare a piccoli passi per
vedere se funziona.
Vi
sono precise differenze nell’approccio dei due sessi.
Le
donne chattano per fare nuove amicizie, perché sono reduci da
un’esperienza negativa, considerano la chat un luogo di “ascolto”
dove le loro sofferenze, i loro bisogni vengono accolti in un modo veloce
e “privato”.
Il campione maschile, quando l’intervistatrice era una donna, nonostante
il dichiarato intento di sottoporre semplicemente un questionario a scopi
di studio, ha spesso richiesto foto, numero di telefono (frequenti sono
stati i tentativi di deviare la conversazione su argomenti esplicitamente
sessuali).
Assistiamo oggi all’esplosione del fenomeno degli “amori virtuali”.
La relazione on line è percepita come più controllabile rispetto alla
relazione reale. Le donne cercano qualcosa di più, rapporti più intensi
e intimi e non è difficile ipotizzare, all’origine di questa ricerca,
una profonda insoddisfazione.
Le intervistate, a differenza degli uomini, non manifestano un grande
bisogno di incontrare personalmente il compagno virtuale.
Il partner in rete piace, all’inizio, per quello che dice e per come lo
dice.
L’innamorato virtuale crede di sapere cosa l’altro pensa, ha la
sensazione di aver saputo leggere tra le righe, di conoscere tutto della
sua vita, del suo passato e del suo presente, ha la certezza di coglierne
i desideri e le aspettative, pensa di saperne di più di chi gli vive
accanto. Spesso una fotografia ricevuta via e-mail è sufficiente a
convincersi di conoscere bene anche l’aspetto fisico
dell’interlocutore.
Ci si innamora di un’idea, di un sogno, riempiendo le inevitabili
caselle vuote dell’identità dell’altro con parti di sé proiettate.
Si ha la sensazione di essere pronti a tutto, ma non a rinunciare
all’idea che ci si è costruita dell’altro.Spesso, con l’incontro
nella realtà, arriva puntuale anche la grande delusione. L’illusione di
essere coinvolti in un’interazione con l’altro, alimentata solo da
pochi stimoli, facilmente fraintesi o oggetto di proiezione, può
rivelarsi solo il preludio di un inevitabile fallimento.
La disillusione che si realizza nell’incontro reale con chi non
corrisponde alle aspettative, riporta inesorabilmente alla propria
irrisolta solitudine. Sul web avvengono indubbiamente “incontri”,
molto più raramente “relazioni”. Un legame può consolidarsi nella
realtà solo quando, e i casi sono rari, gli scambi virtuali trovano
riscontro nel contatto reale tra due persone.Non c’è stato un
cambiamento nelle persone con l’avvento delle chat: queste hanno solo
reso possibile esternare istanze psicologiche precedentemente soffocate.
Con questo potente mezzo, certe proposte diventano legittime e viene
superata la comune tendenza alla repressione degli istinti.
L’incontro con persone diverse dà vita a confronti e scambi culturali
nel corso dei quali si possono approfondire interessi e tematiche di ogni
tipo. Le comunità virtuali presenti in Internet possono supplire
all’assenza di comunità reali, rendendo possibile, forse illusoriamente,
il superamento della solitudine, la costruzione di appartenenze e di
relazioni significative, la condivisione di interessi, valori, storie, il
raggiungimento di un senso di vicinanza emotiva e di partecipazione ad una
collettività.
La
chat quindi può avere risvolti positivi, se utilizzata in modo
consapevole.
Ma
perché chattare dal luogo di lavoro?
Il campione intervistato, lamenta situazioni lavorative frustranti e un
vissuto di forte insoddisfazione sul luogo di lavoro. Alcune attività
lavorative sono considerate alienanti e prive di sbocchi, la maggior parte
degli intervistati dichiara di vivere competizione ed invidia tra
colleghi. Sono frequenti le situazioni conflittuali.
La solitudine sul posto di lavoro è il motivo predominante che spinge
queste persone ad entrare in rete. La loro sensazione è di non essere
compresi sul lavoro, di essere “usati” e di vivere rapporti dove i
ruoli e le formalità prendono il sopravvento, lasciando amarezza e
insoddisfazione. Talvolta la solitudine è ricercata coscientemente,
identificata come un momento di pace e di riflessione su se stessi e la
chat diventa una finestra sul mondo.
Nonostante la maggior parte degli utilizzatori sia composta da lavoratori
dipendenti, il chatter/lavoratore è anche un capo ufficio, un leader di
una azienda, un professionista che ormai, chiuso in se stesso e nel suo
lavoro, non ha curato amicizie e relazioni.Pochi chattano in ufficio per
rilassarsi solo qualche minuto, i più sono permanentemente collegati.
Gli impiegati connessi alle chat-room, ai newsgroup, impegnati a giocare
etc, non sono pienamente consapevoli di star arrecando un danno
all’azienda. Spesso si accorgono dei sospetti nei loro confronti solo
quando è troppo tardi.Può risultare difficile, anche da parte dei datori
di lavoro, riconoscere i comportamenti a rischio dei dipendenti.
La facilità con cui Internet soddisfa il naturale bisogno di
“appartenere” ad un gruppo, penalizza la creazione di un “gruppo
reale” sul posto di lavoro.
Come ogni altra innovazione tecnologica, il web consente sotto molti
aspetti, un miglioramento nella vita delle persone, ma allo stesso tempo
rappresenta anche un elemento potenzialmente destabilizzante per chi non
ne sappia usufruire in maniera adeguata.Quando alla solitudine si aggiunge
il peso della colpa per avere trascurato il partner o i familiari,
dedicando il proprio tempo e le proprie energie al mondo virtuale, può
innescarsi un circolo vizioso del tutto simile a quello dell’alcolista:
bere per dimenticare i problemi, sentendosi poi peggio e provando ancora
più intensamente il desiderio di bere. Le connessioni ad Internet possono
farsi più frequenti e più lunghe, alla ricerca di un rimedio in grado di
placare le sensazioni dolorose e di quell’eccitazione provata nel corso
dell’ultima visita ad una chat room.
Tale
dipendenza viene denominata IAD (Internet Addiction Disorder) e una
nutrita bibliografia è ormai disponibile sull’argomento.
Naturalmente
non tutte le persone che usano Internet ne diventano dipendenti. Il
profilo del soggetto “a rischio” rivela una personalità
caratterizzata da spiccata sensibilità, tendenza ad isolarsi e ad evitare
di esporsi al contatto sociale. L’osservazione di casi di IAD avvalora
l’ipotesi secondo la quale il rischio psicopatologico dell’uso della
rete, deriva dalle caratteristiche stesse della comunicazione telematica
che consentirebbero al soggetto predisposto di vivere una condizione di
illusoria onnipotenza (“posso essere tutto ciò che desidero”).
Improvvisamente è consentito vivere gli istinti più nascosti con la
sensazione di rimanere al sicuro, si liberano parti di sé che potrebbero
sfuggire al controllo. L’utilizzo di più nicknames, le molteplici
relazioni vissute contemporaneamente in chat, l’anonimato, possono
procurare una frammentazione della percezione del sé. Si è invitati ad
intraprendere una varietà di ruoli e a concedere solo frammenti di sé,
il rischio è allontanarsi dal “vero sé” , quello che si è imparato
a conoscere nella vita reale. Si crea una confusione nella distinzione tra
reale e virtuale, e non si comprende più cosa fa parte realmente di sé e
cosa è possibile sperimentare solo virtualmente. Inoltre, mancando una
reale presenza fisica durante la comunicazione, è impossibile
“vivere” messaggi non verbali e tutte quelle informazioni
dell’altro che sono fondamentali nell’interazione tra due individui.
L’uomo può essere compreso solamente in quanto “essere in
relazione”, diventa “Io” a contatto con un “Tu” e prende
coscienza di se stesso solo in rapporto con l’altro. L’uso delle
chat line può anche provocare un altro fenomeno, particolarmente dannoso
se si è connessi durante l’orario di lavoro: la percezione alterata del
tempo. La comunicazione in chat è più lenta di quella verbale, ed è
facile non accorgersi di rimanere collegati molto tempo.
Internet,
in sostanza, non è da considerarsi strumento “pericoloso” in
assoluto, ma può rivelare o amplificare problematiche psicologiche
preesistenti. E’ un fenomeno recente e come tale, necessita di studi
approfonditi e continue ricerche. Gli eccessi, come sempre, si rivelano
controproducenti. E’ necessario avvicinarsi a questo potente mezzo di
comunicazione con cautela, limitando il tempo trascorso on line,
integrando esperienze di comunicazione reale al fine di sviluppare abilità
emotive e sociali, ricercando dei filtri che possano allentare il senso di
onnipotenza e di attrazione che Internet è in grado di generare, in modo
da vivere appieno tutti gli indiscutibili vantaggi del virtuale e di
conseguenza migliorare anche le relazioni reali sul posto di lavoro.
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