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 CORSO DI ADDESTRAMENTO ALLA COMUNICAZIONE ASSERTIVA (8 crediti ECM)

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PARLARE BENE PER INTEGRARCI

Nunziata Calbi

 

La formazione degli  stranieri nella realtà italiana è piuttosto recente e richiede, da parte dei docenti, una formazione specifica ed una capacità di progettazione  e organizzazione di strumenti e percorsi didattici ancora non completamente collaudati né chiaramente definiti. Nonostante ciò, in questo momento, l'incontro tra diverse culture è fondamentale per evitare ogni forma di isolamento e nello stesso tempo per evitare che alcuni extracomunitari siano facilmente fagocitati dalla criminalità organizzata. Il fenomeno degli immigrazione è sempre esistito. Adesso se ne parla di più, ma non è certo una cosa nuova. C’è una grande differenza tra gli “extracomunitari” presenti nelle grandi o piccole città italiane e quelli presenti nei paesi e nelle campagne della provincia. Nelle città ci sono strade o interi quartieri, ormai occupati esclusivamente da loro, dove uomini e donne vivono abitualmente e dove, le loro presenze concentrate, producono nel passante una percezione moltiplicata del fenomeno immigrati. Al contrario, gli extracomunitari presenti nei paesi di provincia e nelle campagne, non sono affatto percepiti, semplicemente non esistono: le donne, badanti o colf, chiuse 24 ore su 24 nelle case degli italiani, gli uomini a fare quei lavori che noi italiani non faremmo mai, per o meno non a quelle condizioni e a quei prezzi. La percezione in questo caso, è per difetto, ma comunque errata, portando a non vedere il fenomeno, a rimuoverlo, evitando di fare i conti con la realtà del “diverso” che, comunque, ti sta accanto. Esteriormente non notiamo differenze tra una donna rumena, una donna italiana o un’ucraina, ed è forse proprio questa mancanza di diversità esteriore da renderci così civili da non accorgerci che sono diverse. Anche questo è un problema: il non  accorgerci della diversità significa non voler fare i conti con la propria natura, è semplificazione, è rimuovere le proprie ansie, significa tapparsi gli occhi e le orecchie per non sapere come vive la gente che ha lasciato la propria terra, i propri affetti, le proprie tradizioni e la propria lingua.

Il progetto

Le attività finalizzate e strutturate per l’inserimento degli stranieri, pur avvertite da tutti come esigenza reale, risultano numericamente limitate. È stata la felice fusione tra la sensibilità di un gruppo di operatrici sociali della provincia di Matera e un’istituzione scolastica non chiusa in se stessa a rendere possibile la realizzazione del progetto “Parlare bene per integrarsi”. Questa scuola è  diventata un luogo d'incontro fra culture diverse che dialogavano senza fondersi realmente,  fornendo quegli strumenti indispensabile affinché avvenisse l’integrazione e dando vita  a un’esperienza straordinaria, utile soprattutto a chi, nella pratica quotidiana dell’insegnamento, troppo facilmente si arrende, affermando che ogni sforzo è inutile. I risultati parlano chiaro: è stato possibile raggiungere traguardi importanti con persone che non parlavano la lingua degli insegnanti e che venivano da realtà culturali e  sociali estremamente eterogenee, dimostrando che non sarà possibile non ottenere risultati ugualmente sorprendenti con ragazzi in età evolutiva, omogenei per lingua, età, interessi e cultura. Se c’è la giusta motivazione si trova il metodo più appropriato per insegnare tutto a tutti. “Parlare bene per integrarsi” è un progetto di donne per donne che ha il suo punto di forza in una metodologia molto semplice: raccontarsi. Raccontarsi per delle straniere extracomunitarie, rappresenta un grande desiderio, significa svuotarsi da tutto quello che si è accumulato dentro, per tanto tempo, senza poterlo raccontare a nessuno. Significa sentirsi di nuovo membri di una comunità,  di un gruppo, significa scacciare la solitudine. Attraverso questo progetto, noi promotrici, abbiamo voluto conoscere, ma allo stesso tempo, farci conoscere, per arrivare a quel mondo interiore delle donne  attraverso storie di vita al femminile. Abbiamo dato loro la possibilità di riempire con la comunicazione, anche se solo per un breve periodo, il loro tempo, che non è “tempo libero”, ma tempo vuoto. Ci siamo chieste se volevamo conoscere queste donne, sapere le loro storie, conoscere  le favole che raccontano ai loro bambini, se volevamo conoscerle e farci conoscere e fare in  modo che questo scambio diventasse uno strumento per imparare la lingua italiana per integrarsi. Il gruppo dell’esperienza che ho vissuto in prima persona era formato da donne extracomunitarie  e donne italiane, il che ha suscitato,  nelle allieve del posto, una forte curiosità. All’inizio, come docente non mi sono sentita sufficientemente preparata a rispondere alle esigenze del momento, mi sentivo spaesata e c’è voluto del tempo perchè potessi un po’ conoscere gli altri e capire come potermi muovere. Nei primi istanti di questa esperienza  ho ritenuto effettivamente insufficienti e inadeguate le conoscenze che possedevo in materia di integrazione degli stranieri, ma le carenze dal punto di vista della preparazione specifica le sentivo tuttavia parzialmente compensate dalla "volontà di fare". Pensavo a loro come straniere, come persone che non parlavano (o parlavano poco) la mia lingua, trascurando il fatto che fossero delle donne come me, cariche di esperienze e sensibilità, di attenzione verso il nuovo, pronte ad utilizzare tutte le forme di comunicazione. Nello specifico si trattava di una situazione complessa da gestire, visto che queste donne portavano, in quel momento di crescita comune, differenti culture, costumi e tradizioni, oltre che diverse mentalità, ma ero assolutamente convinta che era possibile, posando delle buone basi, permettere una reale integrazione, il che non può che significare ricchezza per tutti.

Il primo giorno qualcuna era arrivata prima di noi. Vestiti un pò smessi, capelli raccolti in un modo un po’ “antico”. Alcune accompagnate dal marito, altre con un figlio ancora da allattare. Alcune non parlavano l’italiano; altre lo parlavano, ma non sapevano scriverlo. Ho iniziato a distribuire le schede per la raccolta delle notizie anagrafiche, poi mi sono detta che forse qualcuno non sarebbero riuscite a scriverle da sole, così mi sono avvicinata  a chi sembrava avere più bisogno.

“Da quanto tempo sei in Italia?”

“Sei mesi, un anno, cinque anni, venti anni”

“Perché”

“Per lavoro”, mi rispondeva la maggior parte di loro. Per lavoro…

Il promuovere iniziative di intercultura può risultare un aspetto positivo, oltre che doveroso e valido, per quelle persone che, per attitudine personale e per professionalità, riconoscono negli altri un fattore di arricchimento e di stimolo. Mediare tra vari aspetti non è stata una cosa facile, indipendentemente dal fatto che la persone potevano essere interessate oppure no a tali situazioni. La realtà appariva complessa, ma nonostante questo ero convinta che la presenza di donne italiane e donne straniere fosse un fattore di arricchimento, un’ occasione per allargare l’orizzonte conoscitivo di tutti, proprio attraverso lo scambio reciproco. Mi sono trovata  di fronte alla necessità di individuare percorsi per facilitare l’inserimento e l’integrazione di queste donne, adattando intuitivamente le mie competenze didattiche e psico-pedagogiche alle nuove esigenze, inventando e improvvisando momenti di incontro e di scambio, giochi e situazioni. Il laboratorio interculturale ha previsto una serie di incontri nella classe, per intraprendere tutti insieme un viaggio ideale che ha portato le donne a confrontarsi sull’argomento delle culture e sul loro immaginario rispetto a ciò. L’intervento aveva come obiettivo quello di sviluppare la conoscenza della lingua italiana proprio al fine di promuovere l’integrazione e l’inserimento in una società che avvertivano come “non propria”, ma nella quale, per scelta o per necessità, devono vivere. Insieme abbiamo scelto il tema della famiglia. Abbiamo cercato di  realizzare  un elaborato concreto in modo che il viaggio ideale divenisse un vero e proprio percorso con risultati visibili: un progetto finalizzato a valorizzare la conoscenza e il mantenimento della cultura di origine delle donne straniere. Tutte hanno parlato delle loro esperienze e delle loro conoscenze, stimolando la curiosità di tutti e la discussione su argomenti riguardanti l’abbigliamento, i giochi, le tradizioni, la musica e le danze di culture diverse rispetto a quella italiana.Questo percorso mi interessava, partecipavo con impegno e, implicitamente testimoniavo una reale volontà di individuare percorsi e risposte adeguate per migliorare la qualità della integrazione delle straniere: era una sfida importante. Amalgamare la nostra cultura con la loro, solo così si può parlare di intercultura; in caso diverso sarà sempre la nostra cultura a dominare, perché siamo condizionati dal nostro vissuto. E’ invece importante che si mantenga vivo il legame con la cultura d’origine attraverso l’uso della lingua madre, i ricordi, il parlare del proprio Paese, la presentazione di alcune tradizioni locali e infine la valorizzazione di tutto questo attraverso delle attività di intercultura. Solo in questo modo è possibile consolidare un bagaglio di conoscenze ed un’ "apertura mentale" che si esprimono sotto numerosi aspetti e forme concrete e specifiche che, nell’insieme, hanno permesso di conoscere in maniera diretta e più semplice le tradizioni, gli usi, i costumi, i valori e la definizione dei ruoli sociali che, diversamente, non si avrebbe l’opportunità di scoprire. Queste donne con le loro esperienze e conoscenze, con i loro ricordi e le loro speranze, hanno dato un taglio nuovo alla mia conoscenza del mondo. I loro racconti di vita quotidiana nei loro paesi d’origine, mi hanno permesso di conoscere quelle realtà che difficilmente avrei conosciuto nell’arco di una vacanza. Culture e storie diverse, sud e nord, est e ovest, oppure donne con gli stessi problemi e le stesse speranze, le stese paure e le stesse gioie. Un piccolo mondo che in un’aula, insegnamento di italiano a parte, sembrava non avere barriere o confini, no avere, né concepire diversità o differenze tali da giustificare un’impossibilità di relazioni. Un bilancio del corso? È ben poca cosa quello che abbiamo dato a  queste donne rispetto a quanto abbiamo ricevuto da loro.

 

 


 

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