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PARLARE
BENE PER INTEGRARCI
Nunziata
Calbi
La
formazione degli stranieri nella realtà italiana è piuttosto
recente e richiede, da parte dei docenti, una formazione specifica ed una
capacità di progettazione e organizzazione di strumenti e percorsi
didattici ancora non completamente collaudati né chiaramente definiti.
Nonostante ciò, in questo momento, l'incontro tra diverse culture è
fondamentale per evitare ogni forma di isolamento e nello stesso tempo per
evitare che alcuni extracomunitari siano facilmente fagocitati dalla
criminalità organizzata.
Il fenomeno degli immigrazione è sempre esistito. Adesso se ne parla di
più, ma non è certo una cosa nuova.
C’è una grande differenza tra gli “extracomunitari” presenti nelle
grandi o piccole città italiane e quelli presenti nei paesi e nelle
campagne della provincia. Nelle città ci sono strade o interi quartieri,
ormai occupati esclusivamente da loro, dove uomini e donne vivono
abitualmente e dove, le loro presenze concentrate, producono nel passante
una percezione moltiplicata del fenomeno immigrati. Al contrario, gli
extracomunitari presenti nei paesi di provincia e nelle campagne, non sono
affatto percepiti, semplicemente non esistono: le donne, badanti o colf,
chiuse 24 ore su 24 nelle case degli italiani, gli uomini a fare quei
lavori che noi italiani non faremmo mai, per o meno non a quelle
condizioni e a quei prezzi. La percezione in questo caso, è per difetto,
ma comunque errata, portando a non vedere il fenomeno, a rimuoverlo,
evitando di fare i conti con la realtà del “diverso” che, comunque,
ti sta accanto.
Esteriormente non notiamo differenze tra una donna rumena, una donna
italiana o un’ucraina, ed è forse proprio questa mancanza di diversità
esteriore da renderci così civili da non accorgerci che sono diverse.
Anche questo è un problema: il non accorgerci della diversità
significa non voler fare i conti con la propria natura, è
semplificazione, è rimuovere le proprie ansie, significa tapparsi gli
occhi e le orecchie per non sapere come vive la gente che ha lasciato la
propria terra, i propri affetti, le proprie tradizioni e la propria
lingua.
Il progetto
Le
attività finalizzate e strutturate per l’inserimento degli stranieri,
pur avvertite da tutti come esigenza reale, risultano numericamente
limitate.
È stata la felice fusione tra la sensibilità di un gruppo di operatrici
sociali della provincia di Matera e un’istituzione scolastica non chiusa
in se stessa a rendere possibile la realizzazione del progetto “Parlare
bene per integrarsi”. Questa scuola è diventata un luogo
d'incontro fra culture diverse che dialogavano senza fondersi realmente,
fornendo quegli strumenti indispensabile affinché avvenisse
l’integrazione e dando vita a un’esperienza straordinaria, utile
soprattutto a chi, nella pratica quotidiana dell’insegnamento, troppo
facilmente si arrende, affermando che ogni sforzo è inutile.
I risultati parlano chiaro: è stato possibile raggiungere traguardi
importanti con persone che non parlavano la lingua degli insegnanti e che
venivano da realtà culturali e sociali estremamente eterogenee,
dimostrando che non sarà possibile non ottenere risultati ugualmente
sorprendenti con ragazzi in età evolutiva, omogenei per lingua, età,
interessi e cultura. Se c’è la giusta motivazione si trova il metodo più
appropriato per insegnare tutto a tutti.
“Parlare bene per integrarsi” è un progetto di donne per donne che ha
il suo punto di forza in una metodologia molto semplice: raccontarsi.
Raccontarsi per delle straniere extracomunitarie, rappresenta un grande
desiderio, significa svuotarsi da tutto quello che si è accumulato
dentro, per tanto tempo, senza poterlo raccontare a nessuno. Significa
sentirsi di nuovo membri di una comunità, di un gruppo, significa
scacciare la solitudine.
Attraverso questo progetto, noi promotrici, abbiamo voluto conoscere, ma
allo stesso tempo, farci conoscere, per arrivare a quel mondo interiore
delle donne attraverso storie di vita al femminile. Abbiamo dato
loro la possibilità di riempire con la comunicazione, anche se solo per
un breve periodo, il loro tempo, che non è “tempo libero”, ma tempo
vuoto.
Ci siamo chieste se volevamo conoscere queste donne, sapere le loro
storie, conoscere le favole che raccontano ai loro bambini, se
volevamo conoscerle e farci conoscere e fare in modo che questo
scambio diventasse uno strumento per imparare la lingua italiana per
integrarsi.
Il gruppo dell’esperienza che ho vissuto in prima persona era formato da
donne extracomunitarie e donne italiane, il che ha suscitato,
nelle allieve del posto, una forte curiosità.
All’inizio, come docente non mi sono sentita sufficientemente preparata
a rispondere alle esigenze del momento, mi sentivo spaesata e c’è
voluto del tempo perchè potessi un po’ conoscere gli altri e capire
come potermi muovere.
Nei primi istanti di questa esperienza ho ritenuto effettivamente
insufficienti e inadeguate le conoscenze che possedevo in materia di
integrazione degli stranieri, ma le carenze dal punto di vista della
preparazione specifica le sentivo tuttavia parzialmente compensate dalla
"volontà di fare". Pensavo a loro come straniere, come persone
che non parlavano (o parlavano poco) la mia lingua, trascurando il fatto
che fossero delle donne come me, cariche di esperienze e sensibilità, di
attenzione verso il nuovo, pronte ad utilizzare tutte le forme di
comunicazione.
Nello specifico si trattava di una situazione complessa da gestire, visto
che queste donne portavano, in quel momento di crescita comune, differenti
culture, costumi e tradizioni, oltre che diverse mentalità, ma ero
assolutamente convinta che era possibile, posando delle buone basi,
permettere una reale integrazione, il che non può che significare
ricchezza per tutti.
Il
primo giorno qualcuna era arrivata prima di noi. Vestiti un pò smessi,
capelli raccolti in un modo un po’ “antico”. Alcune accompagnate dal
marito, altre con un figlio ancora da allattare. Alcune non parlavano
l’italiano; altre lo parlavano, ma non sapevano scriverlo. Ho iniziato a
distribuire le schede per la raccolta delle notizie anagrafiche, poi mi
sono detta che forse qualcuno non sarebbero riuscite a scriverle da sole,
così mi sono avvicinata a chi sembrava avere più bisogno.
“Da
quanto tempo sei in Italia?”
“Sei
mesi, un anno, cinque anni, venti anni”
“Perché”
“Per
lavoro”, mi rispondeva la maggior parte di loro. Per lavoro…
Il
promuovere iniziative di intercultura può risultare un aspetto positivo,
oltre che doveroso e valido, per quelle persone che, per attitudine
personale e per professionalità, riconoscono negli altri un fattore di
arricchimento e di stimolo.
Mediare tra vari aspetti non è stata una cosa facile, indipendentemente
dal fatto che la persone potevano essere interessate oppure no a tali
situazioni. La realtà appariva complessa, ma nonostante questo ero
convinta che la presenza di donne italiane e donne straniere fosse un
fattore di arricchimento, un’ occasione per allargare l’orizzonte
conoscitivo di tutti, proprio attraverso lo scambio reciproco.
Mi sono trovata di fronte alla necessità di individuare percorsi
per facilitare l’inserimento e l’integrazione di queste donne,
adattando intuitivamente le mie competenze didattiche e psico-pedagogiche
alle nuove esigenze, inventando e improvvisando momenti di incontro e di
scambio, giochi e situazioni.
Il laboratorio interculturale ha previsto una serie di incontri nella
classe, per intraprendere tutti insieme un viaggio ideale che ha portato
le donne a confrontarsi sull’argomento delle culture e sul loro
immaginario rispetto a ciò.
L’intervento aveva come obiettivo quello di sviluppare la conoscenza
della lingua italiana proprio al fine di promuovere l’integrazione e
l’inserimento in una società che avvertivano come “non propria”, ma
nella quale, per scelta o per necessità, devono vivere.
Insieme abbiamo scelto il tema della famiglia. Abbiamo cercato di
realizzare un elaborato concreto in modo che il viaggio ideale
divenisse un vero e proprio percorso con risultati visibili: un progetto
finalizzato a valorizzare la conoscenza e il mantenimento della cultura di
origine delle donne straniere.
Tutte hanno parlato delle loro esperienze e delle loro conoscenze,
stimolando la curiosità di tutti e la discussione su argomenti
riguardanti l’abbigliamento, i giochi, le tradizioni, la musica e le
danze di culture diverse rispetto a quella italiana.Questo percorso mi
interessava, partecipavo con impegno e, implicitamente testimoniavo una
reale volontà di individuare percorsi e risposte adeguate per migliorare
la qualità della integrazione delle straniere: era una sfida importante.
Amalgamare la nostra cultura con la loro, solo così si può parlare di
intercultura; in caso diverso sarà sempre la nostra cultura a dominare,
perché siamo condizionati dal nostro vissuto.
E’ invece importante che si mantenga vivo il legame con la cultura
d’origine attraverso l’uso della lingua madre, i ricordi, il parlare
del proprio Paese, la presentazione di alcune tradizioni locali e infine
la valorizzazione di tutto questo attraverso delle attività di
intercultura. Solo in questo modo è possibile consolidare un bagaglio di
conoscenze ed un’ "apertura mentale" che si esprimono sotto
numerosi aspetti e forme concrete e specifiche che, nell’insieme, hanno
permesso di conoscere in maniera diretta e più semplice le tradizioni,
gli usi, i costumi, i valori e la definizione dei ruoli sociali che,
diversamente, non si avrebbe l’opportunità di scoprire.
Queste donne con le loro esperienze e conoscenze, con i loro ricordi e le
loro speranze, hanno dato un taglio nuovo alla mia conoscenza del mondo. I
loro racconti di vita quotidiana nei loro paesi d’origine, mi hanno
permesso di conoscere quelle realtà che difficilmente avrei conosciuto
nell’arco di una vacanza.
Culture e storie diverse, sud e nord, est e ovest, oppure donne con gli
stessi problemi e le stesse speranze, le stese paure e le stesse gioie. Un
piccolo mondo che in un’aula, insegnamento di italiano a parte, sembrava
non avere barriere o confini, no avere, né concepire diversità o
differenze tali da giustificare un’impossibilità di relazioni.
Un bilancio del corso? È ben poca cosa quello che abbiamo dato a
queste donne rispetto a quanto abbiamo ricevuto da loro.
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