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LA PSICOTERAPIA A MEDIAZIONE CORPOREA NELL’APPROCCIO PSICONUTRIZIONALE

 

Intervista con il Dr. Paolo De Cristofaro, direttore del Centro Regionale di Fisiopatologia della Nutrizione dell’ASL di Teramo, professore a contratto presso la Scuola di Specializzazione in Scienza dell’Alimentazione dell’Università G. D’Annunzio di Chieti e membro del direttivo della Società Italiana Di Nutrizione Umana (SINU)  

di Daniele Vanni

 “Noi siamo quello che mangiamo” ci ammoniva Feurbach. I cognitivisti si affretterebbero a dire che c’è, dietro l’atto del mangiare, una deliberazione, una scelta che è ben più importante degli elementi chimici che introduciamo con l’alimentazione.

La Psicologia da Wundt in poi in fondo ha fatto davvero troppo poco per affrancarsi dalla Filosofia, di cui è figliastra.Sia come sia, sta di fatto che oggi il wellness è molto più seguito che l’ascesi, ma tutti, da coloro che seguono le cosiddette pratiche spirituali, che dallo yoga si sono moltiplicate all’infinito e che sono accreditate tutte, basta che come le vacanze last minute, abbiano qualcosa di esotico o di strano; ai forzati delle palestre, fino alla casalinga di Voghera, pongono al centro l’alimentazione.Ora senza andare sulle orme di Marco Polo, già nei nostri Licei Classici ci avevano insegnato che “dieta” non vuol dire digiuno, ma “regime di vita”. Ma  persi, in duemila anni di dicotomia irriducibile, tra psiche e corpo, non ci siamo neppure accorti che paghiamo un canone tv, per vedere per ore, ogni mattina un monitor saturo di soffritti della Clerici. Per parlarne seriamente di alimentazione, e di approccio psiconutrizionale, siamo andati fino in Abruzzo, a trovare il Prof. Paolo De Cristofaro, presso il Centro Regionale di Fisiopatologia della Nutrizione, da lui diretto, dove da anni l’approccio psiconutrizionale è pratica routinaria, coerentemente con i contenuti del testo  “Basi Metodologiche dell’approccio psiconutrizionale (SEE Editrice Firenze 2002), di cui lo stesso è autore: due tomi con tanto di cd-rom  che stanno diventando un passaggio obbligato per tutti coloro che si occupano di diete in maniera scientifica e per quanto riguarda il nostro campo specifico, ricco di test per la valutazione dell’immagine corporea, per la bulimia ed i disordini alimentari in genere ed i relativi trattamenti farmacologici. Ogni pagina, da quelle preziose sulle diete e la preparazione dei cibi, agli integratori alimentari, agli esercizi fisici, agli esami di valutazione corporea, è composta con una linearità come solo possono fare i maestri che maneggiano e padroneggiano la materia. Facciamo un solo esempio: la Clessidra Mediterranea, uno strumento per professionisti, ma così ben fatto che con un po’ di esercizio può essere usato da qualsiasi persona, che ci guida nella elaborazione ed armonizzazione della tanto invidiata dieta mediterranea.

Qui, a Giulianova, abbiamo avuto modo di conoscere una splendida equipe, costituita da 2 medici (Dott. Pietro Campanaro e Dottsa Beatrice Dragani), 3 dietisti (Sonia Pompilii, Teresa Di Bonifacio e Guido Malatesta) e 3 psicologi (Dottssa Lina Ferrante, Dottssa Isabella Napoletano e Dottssa Francesca Ferrante) ed abbiamo toccato con mano l’integrazione armonica delle rispettive discipline in un  programma riabilitativo psiconutrizionale. Nonostante si percepisca l’esistenza di gravi problemi amministrativi che adombrano la serenità del gruppo. Dimenticate le divisioni filosofiche, qui si fa sul serio, affrontando la persona nella sua integrità, attraverso varie modalità di lavoro sul corpo (lettura del corpo, antropometria dinamica, calorimetria, respirazione) atto a valorizzare quello che il Prof De Cristofaro chiama “percorso centripeto” finalizzato al recupero dei feed back corporei ed in tale contesto siamo stati folgorati da una nuova tecnica che il Prof De Cristofaro, in seguito ad un’intuizione è riuscito ad introdurre nel Centro ed ha affidato, per l’appunto, agli psicologi a completamento della psicoterapia individuale e di gruppo. Si tratta di uno strumento a metà strada tra un lettino psicoanalitico ed un apparecchio per la riabilitazione che si chiama “Evolis ®” (Holiste Francia) e che l’equipe di Giulianova ha definito “Un nuovo setting per la psicoterapia a mediazione corporea, un nuovo metodo di lavoro psicologico, focalizzato sulla propriocezione, o, secondo l’opinione della Dottssa Lina Ferrante e della Dottssa Francesca Ferrante, Psicologhe del Centro che stanno studiando ed applicando la nuova metodica: – “un approccio che integra la psicoterapia nei disturbi del comportamento alimentare”. Siete curiosi di sapere che cos’è Evolis?

E’ il nome di uno strumento straordinario messo a punto dal tecnico francese Jean Frelat, istruttore ed allenatore sportivo di grandi campioni del ciclismo nazionale e internazionale. Frelat intuì l’importanza di un metodo di lavoro globale sul corpo che agisse contestualmente sulla muscolatura, sulla propriocezione e sul riequilibrio posturale della colonna vertebrale degli sportivi, con ripercussioni positive sulla psiche e sull’insieme delle funzioni metaboliche dell’organismo, nel rispetto del morfotipo e della forza di ciascuno.Vi ricordate di Anquetil, quell’elegantissimo, insuperato atleta vincitore assoluto nel ciclismo nell’epoca che va da Coppi a Mercxs? I nostri giornali lo prendevano di mira perché lui la sera, mentre i nostri erano in ritiro in camera, scendeva negli alberghi e cenava con ostriche, champagne e belle donne. Ma la tappa del giorno dopo, statene certi era sua, non solo perché era un grande campione, ma perché i suoi metodi di allenamento psicofisico erano avanti di decenni grazie agli studi di Jean Frelat.  

Come funziona?

“Il metodo consiste nel favorire, comodamente distesi su un lettino, un’ attività motoria attiva e passiva, dolce, fisiologica, rigenerante e personalizzata che manifesta un effetto sinergico e contestuale su trofismo, articolarità e propriocezione, con miglioramento parallelo della forza e della resistenza. Propone un esercizio simmetrico e simultaneo dei muscoli agonisti e antagonisti, che consiste nell’alternare una fase di resistenza, alla ciclica trazione esercitata dall’apparecchio, ad una fase di rilassamento.

Nello stesso tempo produce un riequilibrio e un potenziamento della muscolatura dorsale, lombare e addominale, coinvolge armoniosamente il cingolo scapolo­omerale e il cingolo pelvico, risolve tensioni e contratture paravertebrali, ripristina la solidità e la motilità della colonna e restituisce una percezione del sé corporeo che presenta eccezionali ricadute positive a livello psicologico.

Per tutti questi motivi, ha trovato ampie applicazioni in campo riabilitativo e sportivo, ma il metodo presenta interessanti applicazioni nella riabilitazione psiconutrizionale delle patologie alimentari.”  

Visto che Lei è così chiaro, spieghi ai nostri lettori come imposta le sue sedute con Evolis.  

“Si fa distendere il cliente su un comodo e rilassante lettino con le gambe disposte in posizione antideclive, mentre la parte inferiore dei polpacci e le caviglie, protette da un apposito tutore, sono agganciate ad una pedaliera. Quando il motore comincia a girare le gambe subiscono, ad ogni giro, una leggera trazione che fa scorrere il lettino in avanti in senso antigravitazionale, per cui tutto il corpo subisce un leggero stiramento.

Prima istintivamente poi coscientemente, il corpo resiste, a questa trazione, in seguito allo stiramento delle fibre muscolari di tutti i muscoli mobilizzati (gambe, glutei, addominali, dorsali, cingolo pelvico...).

Questo lavoro senza sforzo permette ad ognuno di lavorare non solo nella direzione del potenziamento della propria muscolarità (massa magra), ma anche nella direzione della padronanza e della destrezza nell’espressione motoria, mentre a livello psicologico si tratta di una vera e propria “reincarnazione”. L’attività motoria con Evolis, infatti, non condiziona la persona a confrontarsi con regole o valori che stanno al di fuori del proprio Sé, ed esclude la possibilità di misurare il proprio rendimento e di paragonarlo a quello di altri. A livello psicologico si tende a sviluppare soddisfazione per il proprio evolversi e per la propria realizzazione, imparando ad evitare un’efficienza motivata solo da stimoli esterni che frequentemente coincide con lo sviluppo di un’ambizione sbagliata o di una fatica non proporzionata alle proprie possibilità.  

Quindi registrando le coordinate sensoriali dei nostri confini corporei  percepiamo un corpo che si abbandona dolcemente all’ascolto delle sue corde più profonde: non è una domanda, è ciò che sento mentre provo Evolis.  

“Sì, certo, la capacità di osservare se stessi si sviluppa attraverso la finestra del sensoriale propriocettivo abbinato ad altri canali sensoriali (vista, udito, olfatto) che aiutano ad evocare, con la guida dello psicoterapeuta, risposte affettive e reazioni emozionali. L’opportunità di poter integrare contestualmente e con guida autorevole varie esperienze sensitive (sinestesia) ristabilisce la capacità di dare ordine ai segnali interni e di migliorare l’autoefficacia e l’autostima.”  

Naturalmente questa macchina è inserita in un percorso terapeutico che si snoda anche fisicamente all’interno del centro di Giulianova, dove opera un team di alto livello di medici, dietisti e, quello che ci interessa maggiormente, di psicologi. Un percorso che, stanza dopo stanza, rivitalizza il corpo e restituisce, ma più spesso crea per la prima volta, una visione globale di Sé.  

“Nelle patologie nutrizionali centrale è il concetto del Sé e del confine corporeo. Goodman e Perls sostengono che ogni essere arriva alla sua realizzazione attraverso le funzioni del sistema sensorio e del sistema motorio.

Il Sé  si autorealizza nell’integrare funzioni percettivo-propriocettive, funzioni motorio-muscolari e bisogni organici.

Questa integrazione, definita adattamento creativo, fa emergere la risposta creativa che noi diamo alle difficoltà ambientali, in altre parole “il comportamento”.

Il Sé è, dunque, agente di contatto con l’ambiente che consente lo scambio e l’adattamento creativo fra individuo e ambiente, tra mondo interno e ambiente esterno.I bisogni fondamentali, secondo la teoria di Maslow (sopravvivenza, sicurezza, amore, autorealizzazione), costituiscono gli organizzatori del comportamento.

Il luogo in cui il Sé si manifesta e agisce è definito “confine del contatto” cioè la linea/confine tra l’individuo e il mondo. La linea di demarcazione tra l’IO e il TU. Il confine è fondamentale per comprendere come l’individuo stabilisce e imposta le sue relazioni con il mondo e per esplorare le sue emozioni e le sue reazioni rispetto agli eventi che si verificano al confine del contatto. Sul confine del contatto incontriamo il corpo ed entriamo in comunicazione con l’unità mente/corpo del paziente. La pelle (epidermide, peli e adipe sottocutaneo) è il confine materiale che si pone tra le polarità limitazione/contatto. Per poter sviluppare dei confini sani, dobbiamo essere in grado di esprimere una rabbia costruttiva, allora il confine diventa il margine di sicurezza entro il quale sviluppare la nostra identità e la nostra personalità . La funzione “personalità” è legata all’immagine che l’individuo ha di se stesso ed al sistema di atteggiamenti assunti nei rapporti interpersonali. La capacità di risposta attiva o al contrario il cedimento alla eccessiva pressione ambientale, nei suoi diversi gradi espressivi, sviluppano opposte manifestazioni fenotipiche del corpo che può variare dalla magrezza estrema all’obesità mostruosa e relativi adattamenti posturali.  

Attraverso questo percorso che De Cristofaro ha costruito in vent’anni di attività in ambito nutrizionale, attingendo il meglio dalle varie scuole europee, imparo come  la valutazione della cute, della plicometria cutanea e della postura costituiscano dei “significanti” in grado di descrivere l’IO, i suoi livelli di organizzazione, le lacune delle sue funzioni e i suoi meccanismi vicarianti.

“L’Io è oscillante e combattuto tra la chiusura in se stesso (autismo, sonno, involucro) e l’apertura sul mondo e verso l’altro da sè, al ritmo discontinuo dei moti pulsionali. Il Cibo è il tramite tra sé ed altro da sé; è il campo di battaglia della relazione. Il rifiuto del cibo è associato ad una difesa rispetto al mondo circostante, difesa orientata a rafforzare l’IO e a ridefinire i confini. La scarsa capacità selettiva dell’obeso per ciò che è utile e salutare riflette una fragilità di fondo, relativa alla labilità del sistema concettuale che definisce il Sé e conduce ad una progressiva fortificazione dell’identità corporea come risposta ad un ambiente e ad un reale vissuti come minacciosi e invasivi.

Tale comportamento esaspera la ricerca del cibo e/o la conservazione dell’energia quali unici aspetti della realtà vivibili ed assimilabili come positivi e rassicuranti, mentre l’aumento del pannicolo adiposo contribuisce ad ingabbiare e/o proteggere l’individuo rispetto ad un contatto considerato rischioso e spesso deludente. La Pelle e l’adipe sottocutaneo rappresentano il confine dell’ “IO” che bisogna superare per trovare il “TU”, il che chiama in gioco la dispercezione del confine che si associa sia all’anoressia che all’obesità, come riflesso della problematicità relazionale che tali condizioni esprimono. La terapia dell’obesità e dei disturbi alimentari richiedono una complessa relazione terapeutica che attraverso l’ascolto, l’osservazione ed il monitoraggio, tenda a ripristinare la comunicazione interrotta, a correggere le distorsioni cognitive e ad attivare un processo di auto-osservazione che contribuisca alla percezione dei vantaggi del trattamento. Gli strumenti fondamentali sono il “Colloquio Anamnestico”, volto a creare la relazione medico-paziente, comprensivo dell’analisi del comportamento alimentare e la “Lettura del Corpo” che comprende la valorizzazione della comunicazione non verbale (espressione del volto, conformazione fisica, muscolarità, distribuzione del grasso corporeo, postura, deambulazione etc.). Da questo punto di vista l’analisi del portamento ed il monitoraggio dello stato nutrizionale, attraverso la valutazione antropometrica dinamica, rappresentano tecniche che avvicinano maggiormente alla relazione con il corpo e permettono di offrire una guida attendibile verso la riappropriazione della gestione corporea e del cibo del corpo. E’ importante infatti, nel corso della riabilitazione nutrizionale, valorizzare la capacità di modificare l’entità della distribuzione del grasso corporeo e dei rapporti tra massa magra e massa grassa ed evidenziare eventuali modifiche posturali relative ai cambiamenti prodotti e all’esercizio di nuove capacità espressive e motorie del corpo.” È con il professor Paolo De Cristofaro e con la stretta collaborazione della Dottssa Lina Ferrante e della Dottssa Francesca Ferrante che  la psicoterapia a mediazione corporea diventa un passaggio fondamentale nel processo di riappropriazione della capacità di autovalutazione e di autoosservazione, indispensabile per garantire completezza e stabilità alla riabilitazione nutrizionale. Superando vecchie e parziali visioni che costringono necessariamente i pazienti e i terapeuti a estenuanti sedute, si possono offrire nuovi setting psicoterapeutici in cui il terapeuta dialoga anche con il corpo del paziente, aprendo una nuova ed inesplorata finestra sull’inconscio e nuovi percorsi idonei ad integrarsi con altri momenti della terapia. Ogni psicoterapia deve affrontare le resistenze del paziente. Le “vostre” quali sono?

“Le principali resistenze al cambiamento sono soprattutto resistenze fisiche perché la nostra è un’esistenza incarnata. Fu Reich ad introdurre il concetto di “armatura caratteriale” per dire che il carattere si esprime negli atteggiamenti posturali e nelle espressioni e comportamenti tipici della persona. L’armatura caratteriale comprende la postura, lo sguardo, il tono della voce, il ritmo delle parole, influenza la respirazione e provoca delle rigidità muscolari croniche. Lowen perfezionò il concetto evidenziando come ogni blocco emotivo (e-mozione movimento verso l’esterno) implica un blocco nel flusso di energia verso gli effettori con inibizione respiratoria e motoria. Di conseguenza i conflitti si strutturano nel corpo sotto forma di tensioni muscolari croniche. Come tutte le armature, l’armatura caratteriale limita la motilità, fa diminuire la sensibilità e attraverso una respirazione inadeguata incrementa ansia, affaticamento, irritabilità, tensione. Il lavoro sul corpo aiuta a percepire la propria rigidità come limitazione all’auto-espressione e all’auto-realizzazione. Painter aggiunge che corpo e mente sono assolutamente uniti e inseparabili per cui devono essere trattati simultaneamente nell’aspetto strutturale, cognitivo ed emotivo. Per Painter l’armatura impedisce la fuoriuscita delle emozioni che sono state congelate e, tuttora, la contrattura trattiene energia. E’ come se il corpo esprimesse un rifiuto di crescere e di vivere, anche nel momento presente, a causa di blocchi pregressi insorti per autoproteggersi da esperienze spiacevoli, ma che persistono come se il pericolo fosse costantemente atteso. Infine, secondo la visione di Downing si possono abbinare tecniche psicoanalitiche e tecniche corporee con una continua attenzione ai tempi e al sentire del paziente nel qui ed ora che saranno guida al procedere del lavoro. L’uso di tecniche che lavorano su respirazione, tensioni muscolari e atteggiamenti posturali facilita il contatto con esperienze precedenti all’acquisizione del linguaggio e non richiede al paziente capacità di verbalizzazione o alto livello culturale. Lavorare sull’identità abilitando contestualmente una struttura psicocorporea a contenere e sostenere riduce notevolmente i tempi di lavoro. E’ importante che il terapeuta sappia usare la relazione a scopi evolutivi per cui è indispensabile stabilire metodi di verifica dei risultati durante, al termine ed a distanza di tempo dal trattamento per valutarne la stabilità. Nello specifico dei disturbi alimentari pur riconoscendo che il contatto corporeo è un bisogno elementare ancora più importante del cibo (Harlow), ci si trova sovente con pazienti che soffrono di fobia del contatto.”  

Intervista con la drssa Lina Ferrante, psicoterapeuta del Centro Regionale di Fisiopatologia della Nutrizione

Si fa presto a dichiararci moderni, scientifici, ma poi viviamo sempre , volenti o nolenti, all’interno di una visione dicotomica. Ci viene da chiedere alla drssa Lina Ferrante che lavora a stretto contatto con il Prof De Cristofaro: dopo anni di lavoro integrato nella riabilitazione dei disturbi del comportamento alimentare, Lei che idea si è fatta del “corpo” e del nuovo metodo che vi è stato affidato?

“Il corpo è un’ossessione già nella Grecia antica, che rappresenta l’anima con metafore femminili. Il corpo di Psiche è un corpo prorompente. E’ un corpo di cui si vede il peso: un corpo carneo, ed è a ciò che le anoressiche cercano di sfuggire.

Le conseguenti alterazioni neuroendocrine (amenorrea, brachicardia...), e quelle dell’apparato muscolare scheletrico, riguardano il corpo non solo a livello della sua immagine, ma anche e soprattutto a livello della sua sopravvivenza. L’interno del corpo ( gli organi, le vene, le ossa etc.) non si vede. Ciò che del corpo si mostra allo sguardo è la sua immagine. Il resto “l’interno” è per natura sottratta allo sguardo. L’anoressica non vuole occuparsi dell’interno del corpo come insieme di funzioni, di organi e di spinte pulsionali, ma intende dedicarsi solo alla sua facciata esterna. Vuole occuparsi solo del corpo-immagine, del corpo estetico, visibile, percepito dallo sguardo. Il corpo deve diventare trasparente per esaltare la sua assenza di vincoli e di legami con la materia. Il dialogo mente-corpo è muto nell’anoressia in quanto l’Io pensante diventa unico padrone che impone e dispone nuove regole. Grazie alla negazione corporea si pensa di poter diventare esseri fluttuanti che hanno sconfitto istinti e pulsioni provenienti dal corpo.

A differenza, dunque, di un approccio psicoterapeutico tradizionale dove ci si trova seduti di fronte ad un analista, la psicoterapia a mediazione corporea tramite Evolis permette al terapeuta di prendere per mano il paziente ed accompagnarlo nel proprio corpo ed al soggetto di entrare in relazione con il proprio corpo, scoprire quali sono le parti più rigide che nascondono un conflitto irrisolto e ristabilire l’originaria armonia attraverso l’alternanza del rilassamento e della contrazione muscolare. Il corpo ha tante emozioni da esprimere ma ciò è impossibile in un colloquio classico dove si devono assumere posizioni canoniche. La mediazione corporea con Evolis può aprire una finestra sull’inconscio tanto quanto il sogno. La tecnica di Jean Frelat aiuta a sciogliere le rigidità posturali costruite nel corso degli anni che sottendono abitudini che inconsciamente abbiamo sviluppato e si mantengono tramite lo schema mentale corporeo acquisito per difenderci dal mondo esterno.  

Non si può insegnare al corpo cosa deve fare per stare meglio, l’inconscio evita i doveri. L’unico modo per modificare degli schemi sbagliati è fare l’esperienza di un nuovo schema scelto attraverso il piacere e questa è la più grande rivoluzione praticata nel nostro Centro rispetto a molte altre realtà ancora legate ad un approccio moralistico. Spesso più o meno inconsapevolmente mettiamo in atto delle strategie e difese psicomotorie per evitare esperienze spiacevoli e dolorose. Come risposta naturale al dolore o al pericolo noi tendiamo ad irrigidirci o paralizzarci. Se liberiamo emozioni ed idee bloccate, sentiamo anche il bisogno di sciogliere muscoli e tessuti per movimenti nuovi e più liberi. Nel corpo anoressico c’è una frattura fra mente e corpo che può sanare attraverso le sensazioni piacevoli esercitate durante la trazione che ricordano la mobilità e la libertà infantili alla ricerca di un nuovo equilibrio che permetta un libero flusso di emozioni e pensieri. Il lavoro corporeo può aiutare a rompere la vecchia armatura e le persone hanno spesso immagini di oceani o di spazi infiniti. Durante la seduta di Evolis è come se il cervello si disconnettesse dalla coazione a ripetere, spesso fatta di pensieri negativi e ossessivi, e lasciasse spazio a percezioni fantastiche e piacevoli in modo tale da sentire l’appagamento e il benessere del Sé corporeo.”

 “La psicoterapia a mediazione corporea è sempre, ma ancor più in questo caso, un’integrazione di quella individuale. Le pazienti anoressiche hanno bisogno di una lunga preparazione spirituale prima di riappropriarsi della propria corporeità. Una volta che gli atteggiamenti difensivi sono stati abbattuti e spiegati dallo psicologo diventa un gioco piacevole riscoprirsi. Nelle persone che invece rifiutano un colloquio psicologico l’approccio con l’Evolis permette di individuare dei blocchi energetici che hanno spesso un significato psicologico. Le persone attraverso la visualizzazione del ricordo di piacere provato durante gli incontri possono ricreare le stesse sensazioni anche in un ambiente diverso L’immagine mentale allenerà gli impulsi neuromuscolari a provare piacere. Al contrario, una visione negativa, un’immagine di sé ipercritica o un eccesso di interventi correttivi possono rafforzare movimenti sbagliati che favoriscono la cronicizzazione delle rigidità muscolari. Il corpo, interlocutore sempre presente nella ricerca di una nostra identità, spesso ci tradisce. Leopardi ha espresso, in alcuni versi, la pena di chi si sente tradito dal proprio corpo e che per questo viene privato dell’amore, paragonandola a quella di un affamato che assiste ai banchetti altrui senza alcuna speranza di potervi mai partecipare. La percezione del corpo in un soggetto anoressico è frantumata dalla super attività dell’ Io pensante che interpreta tutte le aspettative esistenziali legate al proprio vissuto familiare e relazionale ed incarna un’idea di perfezione che domina sovrana su un corpo muto e senza ascolto. La terapia individuale cerca di fluidificare il linguaggio dell’Anima e del sentimento, attraverso i messaggi dei sogni e delle libere associazioni, liberando il corpo dalla resistenza nel ripercorrere le sensazioni affettive materne primordiali. Il corpo nemico in un vissuto esistenziale e oggettivo diventa però perfezione nell’onnipotenza di un pensiero che non trova pace se non nella visualizzazione delle proprie rigidità e colpe. Il lavoro con Evolis, utilizzato come lettino psicoanalitico, può essere utile alla frammentazione di un sintomo che diversamente tende a reinvestire di onnipotenza la mente dell’ anoressica. Infatti il soggetto rilassato sul lettino può continuare il discorso dei sogni e delle libere associazioni in maniera più spontanea e meno rigida ascoltando i suggerimenti che arrivano dallo stesso corpo. Piano piano i pensieri divengono più flessibili e le emozioni cominciano a fluire più liberamente. Lo psicologo che aiuta il soggetto in questa presa di coscienza della propriocezione non è visto più come un indagatore del proprio vissuto esistenziale, ma piuttosto come chi armonizza due realtà finora separate dalla nostra stessa cultura, la mente è degli psicologi, il corpo dei medici. Questa dicotomia perde valore in un contesto dove il soggetto viene invitato ad esprimere le proprie emozioni mentre prova distensione e piacere a livello corporeo.” Saluto la dr.ssa Lina Ferrante e torno dal Prof. De Cristofaro, ringraziandolo per aver conosciuto una splendida realtà sanitaria, che sembra non appartenere al nostro paese, e riconoscendogli  la magia di aver saputo ammaliare non solo la sua simpaticissima equipe, ma anche il sottoscritto.

 

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