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THAT WHICH WE CALL A ROSE...

Cesare De Silvestri

Be' , sì, certo...by any other name would smell as good . Ma non c'è bisogno di Shakespeare. Malgrado Gertrude Stein, lo sappiamo tutti che le cose, gli oggetti, gli eventi possono assumere nomi diversi,-non solo nelle varie lingue (che sono migliaia in tutto il mondo), e nei vari dialetti, vernacoli e gerghi, ma talvolta anche nel discorso comune. E analogamente, le parole e i nomi che diamo alle cose possono avere significati diversi. Non volevo però parlare di questo, ma soltanto di un caso particolare che riguarda la nostra psicoterapia e uno degli obiettivi, forse il più importante, dei nostri interventi.

 Guerra e Pace

Che cosa c'entra la guerra? A parte il fatto che, come sapete, io c'ero, e che proprio allora ho cominciato ad imparare qualcosa di psicologia,noi usiamo spesso termini come "strategia terapeutica",   "scelta tattica delle tecniche",  e le nostre procedure e metodi richiedono altrettanto spesso un'accurata pianificazione simile a quelle che elaborano gli Stati Maggioro degli eserciti.Per carità, non sto dicendo che la nostra psicoterapia sarebbe una specie di guerra. Però è vero che cerchiamo di stabilire "un'alleanza" con il paziente e combattiamo insieme a lui contro le sue idee disfunzionali, le sue emozioni inappropriate e i suoi comportamenti inadeguati. Insomma, le analogie ci sono. Ma, dopo queste premesse generali, vorrei arrivare all'argomento che intendevo presentarvi. 

La ristrutturazione cognitiva 

Si tratta di un'ulteriore analogia che mi venne in mente tanto tempo fa, quando, dopo aver frequentato psichiatria classica, psicoanalisti, psicoterapia Reichiana, comportamentismo, psicoterapia Rogeriana, e altre scuole assortite, mi avvicinai alla psicoterapia cognitiva - per meglio dire, alla RET e alla prospettiva cognitivo-comportamentale. Fu allora che per la prima volta mi capitò di sentir parlare di ristrutturazione cognitiva, ed ebbi l'impressione di conoscerla già - solo che la chiamavo con un altro nome. 

Psychowar o Psywar 

Ed ecco come c'entra di nuovo la guerra. Già, perché quando il conflitto fra le mie due origini ( quella toscana e quella scozzese ) divenne dilaniante di fronte alla prospettiva di dover combattere ed uccidere da una parte o dall'altra, scelsi la soluzione che, per quanto sofferta, mi pareva più ragionevole e meno cruenta. Fu così che mi trovai a collaborare con i servizi d'Intelligence britannici e statunitensi.  Il nome di uno di questi servizi era proprio Psychological Warfare (Guerra Psicologica), e riguardava l'analisi e l'interpretazione delle opinioni e convinzioni correnti nelle forze armate e nella popolazione dell'altra parte, il loro conseguente impatto emotivo e la previsione dei comportamenti; le strategie e tecniche critico-logiche di propaganda, antipropaganda e dissuasione verbale e scritta; gli strumenti e i mezzi da fornire per mettere in pratica il conseguito orientamento diverso delle opinioni e delle convinzioni; nonché i metodi di consolidamento del consenso ottenuto. Mi domando se ci sia bisogno di sottolineare la stretta somiglianza con il nostro lavoro d'intervento (che nella RET si chiama appunto di "dissuasione"); cioè, con le nostre strategie e tecniche di discussione e ristrutturazione cognitiva, di gestione delle emozioni dei comportamenti, e con gli homework e gli esercizi di consolidamento dei nuovi orientamenti che abbiamo aiutato il paziente a riconoscere come più funzionali al suo benessere ed ai suoi scopi. 

Il lato oscuro

L'unica (grossa ) differenza sta nel fatto che, secondo il detto à la guerre comme à la guerre, la Psychowar ricorre anche ad altri strumenti di dissuasione - come ad esempio il boicottaggio delle comunicazione e la disinformatia ; sino agli estremi della deprivazione sensoriale e del brainwashing . Ma questo è un altro discorso che forse vi farò un altro giorno.

 

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