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L'Autenticità 

Paola Locci

 

Una gentile amica mi ha posto delle domande sull’Autenticità, tema stranamente di moda, in un’epoca in cui le apparenze sono ritenute ben più importanti della sostanza.

- Cos'è l'autenticità? 
Ho l’abitudine di iniziare le mie riflessioni su qualunque tema, partendo dal significato più letterale dei termini. Il dizionario di lingua italiana, su ciò che è autentico (dal greco authenticòs: che è fatto da sé) recita “che proviene con certezza da chi ne è indicato quale autore”. 
In realtà essere autentici è esattamente questo, né più né meno: se penso o dico qualcosa; se esprimo una convinzione o un’emozione; se mi comporto in un determinato modo, ebbene sono autentico quando quella convinzione, o emozione, o comportamento proviene proprio da me, è frutto delle mie esperienze e del mio ragionamento, e non di suggerimenti o imposizioni provenienti dall’esterno.

- Quindi cosa vuol dire essere autentici?
Forse la definizione più semplice è “essere se stessi”. Ma per essere se stessi, bisogna sapere chi si è realmente, bisogna conoscersi. Quando e se ci si conosce, allora si è in grado di essere autentici innanzitutto con se stessi. Manifestarsi o no agli altri è un problema secondario, o un falso problema.
Come si può imparare a conoscersi? Ad esempio cercando di osservarsi come dal di fuori ed interrogandosi su quelle che pensiamo siano le nostre convinzioni. Sono veramente le nostre convinzioni? E se improvvisamente non le sentiamo più come nostre, da dove o da chi provengono? 
Ma io la penso veramente così?

- L'autenticità può rendere vulnerabili? 
Si è più o meno vulnerabili per tanti motivi. In generale, tanto più ci si sente sicuri di sé e saldi e forti sia nelle certezze acquisite che nei propri dubbi, tanto più ci si può permettere di esporsi; di esporre anche i propri limiti e le proprie debolezze. 
Il rischio, molto probabile, è che qualcuno possa approfittarne. L’importante è saperlo e domandarsi se si è in grado di tollerare un eventuale “attacco” poco amichevole: se non ci si sente abbastanza forti, è saggio esporsi di meno, ma è essenziale chiedersene il perché. 

- Si può “imparare” ad essere autentici? 
Ho sempre amato quella famosa poesia di Kipling “If”, un vero e proprio manuale per imparare ad essere Uomo (o, naturalmente, Donna), nel senso pieno del termine.
Proviamo a chiederci:
Quanto conta per me il giudizio altrui?
La mia sicurezza davvero dipende da ciò che gli altri pensano di me? 
Quanto spesso mi adeguo a ciò che gli altri si aspettano da me? 
Quanto di me sono disposto a sacrificare pur di piacere agli altri? 
Riesco a mettere in discussione luoghi comuni, mode e tendenze, senza sentirmi “out”?

- Fino a che punto si può essere autentici con gli altri? 
Non è obbligatorio, ma certamente si può se... si vuole.
Dipende da molti fattori: per esempio dal grado di confidenza e di intimità che si ha con una determinata persona; solo una conoscenza non superficiale ci consente di prevedere con ragionevole approssimazione se e quanto quella persona potrebbe approfittarne. 
E comunque non ridurrei il problema alla scelta tra essere autentici o essere falsi. Chi ha stabilito che si debba per forza esternare tutto quello che pensiamo? Intanto non è detto che agli altri interessi, e comunque ci si può esprimere moderatamente, senza per questo mentire o essere falsi.
Trovare il punto di equilibrio è sempre la cosa più difficile: il punto di equilibrio tra il legittimo (ma non obbligatorio) desiderio di esprimersi per quello che realmente si è, la necessità di doversi difendere in una società - la nostra - (che nonostante i continui solenni proclami sul valore della comprensione e della tolleranza non è certo molto tenera), e il rispetto delle regole sociali. 
Un buon modo per misurare la nostra “intelligenza sociale” è quello di osservare, oltre che noi stessi, anche le reazioni degli altri. Ad esempio, se, la maggior parte delle volte che interagiamo con gli altri, provochiamo reazioni stizzite, o aggressive, o di malcelato fastidio, domandiamoci il perché; cosa può esserci nel nostro comportamento che irrita gli altri? Forse abbiamo un’eccessiva tendenza a distribuire agli altri opinioni e saggi consigli non richiesti; forse reagiamo con eccessiva veemenza quando sono gli altri a cercare di imporci opinioni e consigli. Una volta scoperto il motivo, potremmo anche decidere di continuare ...ad irritarli, ma almeno sarà una decisione consapevole, no?
Oppure, con spirito ed autoironia potremmo rendere accettabile un nostro difetto dichiarandolo in anticipo. Per esempio: scusatemi, io sono un logorroico: se parlo troppo, per favore interrompetemi!
Il senso della misura e soprattutto, so di ripetermi, la conoscenza di sé stessi - pregi, difetti, limiti - e un’onesta sincera autocritica possono aiutare. 
In fondo essere autenticamente se stessi è, molto semplicemente, una questione di libertà, libertà che - come tutti sappiamo - dovrebbe avere come unico limite il rispetto per gli altri, per le regole della convivenza civile e per le leggi che una determinata società si è data e condivide.

- Essere troppo sinceri, come quando onestamente si riconosce un errore, come già detto, può indurre gli altri ad approfittarne. Che fare?
Se siamo sicuri di agire nel modo giusto, non dovremmo preoccuparci della reazione altrui.
Se penso di dovermi scusare, credo che il modo migliore sia il più semplice: “chiedo scusa, mi rendo conto che ho sbagliato ad agire così”. Non è necessario spiegare il perché e il percome. Questo riguarda solo noi, affinché anche un errore diventi un’esperienza costruttiva.

- Giustificarsi riconoscendo un errore per scaricarsi la coscienza è da considerare autenticità o viltà?
Credo che viltà sia il contrario di coraggio, e non di autenticità. Anche se indubbiamente a volte, per essere autentici ci vuole coraggio! Ma potrebbe volerci coraggio anche per rinunciare alla propria autenticità, se le circostanze lo richiedono.
Venendo all’esempio, direi che quando si è sinceramente disposti ad ammettere un errore, o a chiedere scusa, non dovrebbe essere necessario giustificarsi. 
Se ci si pensa bene, giustificarsi in realtà equivale a non ammettere l’ errore, a non chiedere scusa. Se io penso di avere delle giustificazioni al mio operato, questo vuol dire che non ho sbagliato e quindi non devo chiedere scusa.

- Quando non siamo d’accordo con qualcuno, è meglio tacere rinunciando ad essere autentici e rischiando di sembrare deboli, o dobbiamo esprimerci sempre e comunque? E’ utile l’arma dell’ironia?
Un ottimo intelligente sistema per non scatenare l’aggressività altrui è iniziare il discorso in modo conciliante: “Sono d’accordo, ma forse andrebbe anche considerato che ...” In quanto al sembrare (o sentirsi?) deboli, dipende dalla forza degli argomenti che abbiamo a sostegno del nostro punto di vista. 
L’ironia infine è un’arma eccezionale, ma come tutte le armi deve essere usata con cautela e prudenza, perché può anche ferire. Il nostro interlocutore può sentirsi preso in giro, oppure è permaloso, oppure l’argomento per qualche motivo lo tocca più di quanto appaia. Nel dubbio, a volte è meglio non raccogliere, oppure interessarsi alle motivazioni altrui con semplici domande e con disponibilità ad ascoltare le risposte: “Come mai dici questo?” 
Se l’altro poi non vi chiede come la pensate voi… non è essenziale dirglielo. Oppure vi sembra indispensabile?

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