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Trattamenti
cognitivi nel disturbo schizofrenico
di
Gian Luigi Dell’Erba

Il
trattamento principale e più frequente nei disturbi psicotici negli
ultimi 50 anni è stato senza dubbio l’uso dei farmaci antipsicotici.
Mentre tali trattamenti hanno rivoluzionato la gestione generale della
condizione psicotica, essi non hanno dato ancora una risposta completa
alle sofferenze dei pazienti.Una delle condizioni più frequenti nella
complicazione dei trattamenti è certamente la ridotta, o a volte assente,
collaborazione ed adesione al trattamento, e quindi la mancata assunzione
dei farmaci. Un’altra complicazione, che attiente non tanto al
trattamento quanto alla prassi associata ad un trattamento, consiste nella
ridotta relazione terapeutica e nella progressiva diminuzione del tempo
dedicato ad ascoltare e prendersi cura delle argomentazioni del
paziente.Più recentemente, con il sempre più deciso affermarsi della
applicazione dei trattamenti psicologici, sempre più professionisti della
salute mentale hanno incrementato le attività di colloquio, comprensione
e discussione dei sintomi psicotici.Un ruolo chiaramente decisivo è stato
svolto dalle tecniche psicoterapiche progettate specificamente per
fronteggiare la condizione psicotica.Come discuteremo, vi sono stati nel
corso degli anni diversi orientamenti nell’affrontare le psicosi dal
punto di vista della psicoterapia.Oggi, si può decisamente indicare che
alcuni punti cruciali devono essere messi in risalto:
-
l’importanza
di ascoltare e cercare di dare un senso ai problemi e sintomi dei
pazienti;
-
l’importanza
del riconoscere il significato che i sintomi ed i problemi hanno nella
vita del paziente;
-
lo
sviluppo dei tentativi di progettare e specializzare i trattamenti per
ridurre lo stress e i sintomi persistenti;
-
la
necessità di sviluppare queste tecniche e di incorporarle in modo
routinario nella generale gestione dei pazienti psicotici.
Parallelamente
allo sviluppo della ricerca nel campo dei farmaci antipsicotici, è sempre
più marcato l’accento posto sugli interventi psicologici non solo nella
generale gestione dei problemi del paziente con disturbi psicotici ma
anche, ed in particolare, nei trattamenti dei sintomi
produttivi.Tradizionalmente, le applicazioni psicoterapiche hanno avuto
fortune alterne nel trattamento delle psicosi, ed hanno risentito della
mancanza di collegamento tra ricerca psicologica sperimentale ed
interventi in psicologia clinica. Gli studi sulla efficacia delle
psicoterapie hanno visto gli approcci tradizionali come non adeguati al
trattamento dei sintomi positivi delle psicosi; questa indicazione ha
influenzato lungamente il modo di affrontare le condizioni cliniche dei
pazienti. Il target privilegiato è stato più strettamente il quadro
della sintomatologia negativa, e come interventi più adeguati sono stati
considerati i trattamenti comportamentali.Recentemente, con lo sviluppo
della ricerca di base in psicologia cognitiva, e con il progressivo
sviluppo delle conoscenze sui meccanismi alla base dei singoli sintomi
positivi delle psicosi, soprattutto della schizofrenia, l’estendersi dei
trattamenti cognitivo-comportamentali ha modificato le conclusioni delle
ricerche sulla efficacia dei trattamenti psicologici sui sintomi
psicotici.Un altro punto decisivo nel cambiamento di atteggiamento
generale sui trattamenti psicologici nella psicosi è stato la crescente
consapevolezza che la sintomatologia psicotica ha una natura dimensionale,
che non ha un carattere alieno ed incomprensibile e che, pur in un certo
grado, è presente nella popolazione normale (non clinica): questo
riguarda soprattutto le manifestazioni allucinatorie, ma coinvolge anche
le idee prevalenti, le convinzioni incrollabili che sfumano nel delirio.
Considerazioni
generali
Nel
campo dei trattamenti delle psicosi si è assistito ad una relativa
progressione e modificazione di modelli e concezioni dei trattamenti sia
farmacologici che psicoterapici. All’interno del settore
psicoterapeutico, sono state portate avanti alcune modificazioni sia nel
processo terapeutico che nel modello stesso. A partire da una concezione
del trattamento indirizzato ad una sindrome clinica, che ha come
caratteristiche alcuni sintomi specifici e spiega i fattori associati o
come correlazioni generiche o come sintomi stessi della malattia
(avvicinandosi pericolosamente ad una spiegazione circolare), si è
passati gradualmente ad una impostazione del trattamento sempre più
mirato a sintomi specifici ben determinati, i quali sono stati
approfonditi singolarmente a livello sperimentale e clinico, ed hanno
giovato di notevoli avanzamenti provenienti sia dal campo delle
neuroscienze che dal settore della psicologia sperimentale (Barlow, Durand,
1998; Seligman, Rosenham, 1997). Il modello di trattamento centrato sul
sintomo, attualmente il più noto e il più efficace nel campo dei
trattamenti psicoterapeutici delle psicosi, come in altri disturbi (Gelder,
1997), è stato sviluppato in modo eterogeneo da diversi centri clinici e
di ricerca a livello mondiale. Le applicazioni di tale approccio, ben note
nel settore, sono caratterizzate tutte dalla definizione esplicita dei
meccanismi del singolo sintomo, dagli antecedenti o fattori associati
all’innesco o produzione del sintomi, e dai fattori associati alla
diminuzione o scomparsa dell’attivazione sintomatologica.Al modello del
sintomo attualmente si affianca una progressiva revisione e modificazione
dell’approccio sulla base della sempre più completa conoscenza dei
fattori psicologici del soggetto attinenti alla personale vulnerabilità
specifica rispetto ad eventi o significati su eventi specifici.Questo
modello conosciuto come modello della persona (Bentall, 1990; Kington,
Turkington, 1994; Chadwick, Birchwood, Trower, 1996; Perris, 1994)
permette di chiarire alcuni dati che il modello del sintomo lasciava
oscuri. Un primo elemento è quello attinente alla distorsione cognitiva,
che non spiegherebbe perché un soggetto distorca alcuni argomenti
specificamente mentre altri rimarrebbero non coinvolti. Un secondo aspetto
riguarda il contenuto dei deliri e delle convinzioni associate alle voci
che piuttosto che essere genericamente delle elaborazioni deliranti
sarebbero più precisamente delle convinzioni deliranti derivate da temi
specifici collegati alla vulnerabilità psicologica del soggetto. Inoltre,
la stessa nozione di insorgenza dei sintomi non sarebbe ben spiegata dalla
nozione di evento stressante (che è generico) ma invece di eventi
specifici presenti nella vita del soggetto che sono costruiti in modo tale
da presentare una minaccia grave ai bisogni primari e fondamentali
dell’individuo (Alford, Beck, 1997; Haddock , Slade , 1996; Karg ,
Alford , 1997; Perris, 1994)Attualmente, i modelli psicoterapeutici nel
trattamento delle psicosi sono diversi e derivati da differenti modelli
teorici di base (psicodinamico, cognitivo, comportamentale); ma,
differentemente rispetto al passato, da circa 10 anni i trattamenti mirati
ai disturbi psicotici si sono uniformati in modo sorprendente proprio per
effetto dell’impatto del modello del sintomo, che ha premesso di
dimostrare che i sintomi psicotici come i deliri, le voci, le convinzioni
paranoidi, sono sensibili al trattamento psicologico.Mentre da un lato i
progressi della farmacologia ha permesso di migliorare la efficacia della
cura delle psicosi, il trattamento psicoterapeutico si associa come un
complemento fondamentale sia efficace che riproducibile.Infine, lo studio
dei meccanismi psicologici associati ai singoli sintomi ha permesso di
prendere le distanze da un assunto che ha pesantemente condizionato sia la
clinica che la ricerca: la celebre affermazione di Jaspers che esiste una
frattura incolmabile tra il pensiero normale e il delirio è attualmente
poco supportata, a vantaggio di molteplici dati che indicano come il
delirio, per quanto bizzarro ed inverosimile, sia una esagerazione che si
pone in modo continuo con le diverse tipologie di convinzione definite
normali; in pratica si critica il concetto di discontinuità a favore
dell’ipotesi della continuità con il funzionamento ordinario
dell’individuo (Kington, Turkington, 1994; Chadwick, Birchwood, Trower,
1996 Bentall, 1990).La sintomatologia di riferimento, nei trattamenti
psicoterapici è sia quella positiva, deliri e allucinazioni, che quella
negativa, quadro anedonico-amotivazionale. Diversamente dal passato,
quando i sintomi negativi erano maggiormente il target degli interventi
"psicosociali" nella riabilitazione dei pazienti con psicosi,
attualmente sono i sintomi positivi che hanno il ruolo di obiettivo
principale nei trattamenti specifici. Ciò è dovuto in gran parte al
rinnovato interesse per i meccanismi psicologici connessi ai sintomi
psicotici (Frith, 1995; Bentall, 1990;, Chadwick, Birchwood, Trower, 1996)
ed alla migliore standardizzazione delle procedure efficaci nel
trattamento psicologico dei deliri e delle voci (Tarrier e coll., 1994;
Chadwick, Birchwood, Trower, 1996; Birchwood e coll., 1995; Fowler e
coll., 1995; Liberman, 1992; Falloon e coll., 1995).
Procedure
tecniche nella psicoterapia cognitiva delle psicosi
Di
seguito discuteremo alcune tecniche ed accorgimenti all’interno della
psicoterapia cognitiva per affrontare efficacemente i sintomi psicotici e
la particolare relazione con il paziente.Prima di discutere nel merito gli
aggiustamenti della terapia cognitiva per le psicosi, è utile ricordare
che nel lavoro col paziente psicotico vi sono almeno i seguenti problemi
da risolvere o tenere in conto.Problemi di empatia del terapeuta: mentre
in altri disturbi il terapeuta si confronta con le reazioni emotive
conseguenti a preoccupazioni e problemi solitamente intelligibili ed
usualmente comprensibili, con il paziente psicotico le reazioni emotive
sono attivate da preoccupazioni, problemi e cognizioni spesso lontane
dalla "psicologia del senso comune" ed alcune volte il
collegamento tra una idea e l’altra avviene attraverso apparenti salti
che invece sottendono collegamenti non immediatamente rinvenibili e
decifrabili. Questa particolare organizzazione cognitiva può, in
professionisti non addestrati specificamente al lavoro con pazienti
psicotici, destare stupore e sentimenti di distacco che compromettono la
necessaria empatia e comprensione del punto di vista del
paziente.Convinzioni del terapeuta su paziente e sul suo disturbo: le
convinzioni dell’operatore sanitario influiscono grandemente
sull’efficacia del trattamento attraverso il grado di impegno, emozioni
espresse, comunicazione esplicita col paziente, e atteggiamenti non
verbali durante il lavoro. Se il personale psichiatrico ha delle
convinzioni negative sulle condizioni, e non vede un punto di
"aggancio" per il trattamento l’atteggiamento risultante potrà
essere di scoraggiamento e disimpegno, o distacco e cinismo, o ancora di
minimizzazione. Tutto questo potrebbe influire sulla comunicazione
terapeutica, e potrebbe essere un fattore di disturbo anche se non
veicolato direttamente dal terapeuta che si occupa del paziente.Problemi
nel mantenimento della relazione: a causa delle particolari credenze e
convinzioni del paziente psicotico, dei fenomeni allucinatori che ne
limitano il contatto con la realtà, la relazione terapeutica può spesso
essere difficoltosa e intermittente, anche se la costanza e l’esplicito
impegno del terapeuta può costituire il punto di orientamento anche in
momenti difficili, proprio grazie al mantenimento di un atteggiamento
accogliente.
Deliri
Seguendo
il generale modello ABC della psicoterapia cognitiva standard
(Dell’Erba, 1998), è opportuno fissare almeno due obiettivi ampi nel
lavoro con le convinzioni deliranti. Un primo punto da sviluppare è la
prospettiva che i deliri sono le convinzioni del paziente e non i fatti
(cioè sono B e non C). Questo deve essere sviluppato senza rendere le
convinzioni del paziente delle costruzioni prive di importanza o connotate
con un carattere di insostenibilità proprio perché sono distinte dai
fatti. Il secondo punto è la condivisione e lo sviluppo di uno schema
generale, un razionale, nell’indagine sui deliri.Un primo passo è
decisamente la discussione del modello ABC, che il terapeuta discute con
il paziente fornendo esempi ed applicando le tre distinte categorie del
problema (A, B, e C) ai resoconti del paziente.Il terapeuta può
proseguire il processo con l’assessment degli eventi attivanti e degli
stimoli interni ed esterni che il paziente inserisce nei resoconti e che
naturalmente ingloba nel problema. E’ utile ricordare che il problema
del paziente prende la forma di un processo A-C, dove un evento attivante
causa una reazione; le stesse cognizioni del paziente sono riferite da lui
come causate esternamente (attraverso attribuzioni esterne).Lo sviluppo
del modello ABC prosegue con la valutazione delle reazioni emotive e
comportamentali, nella quale il terapeuta prende in considerazione la
qualità delle emozioni del paziente (la tonalità, come ansia, tristezza,
rabbia, ad esempio) e la intensità.Il successivo passo consiste
nell’indagine sulle convinzioni (B) che costituiscono la prospettiva del
paziente e prendono la forma di interpretazioni subitanee. Le convinzioni
dei pazienti devono essere valutate secondo la loro tipologia relativa al
contenuto specifico (che potrà essere poi ricondotto ad un tipo
particolare e caratteristico di contenuto significativamente inserito
nella storia del paziente). Potrà essere così valutato se il contenuto
è, ad esempio, benevolo o malevolo, estraneo o familiare al paziente.L’indagine
del contenuto è particolarmente importante in quanto costituisce la base
su cui si poggerà il tentativo di messa in discussione. In particolare
sarà valutata l’entità delle preoccupazioni del paziente relativamente
all’oggetto del delirio, i temi salienti, il grado di convinzione, la
evoluzione e la storia della sua formazione ed acquisizione; inoltre, sarà
particolarmente curata l’analisi delle evidenze. Su quest’ultimo punto
vale la pena soffermarsi su alcuni dati derivanti dalla ricerca
sperimentale, ed inseriti direttamente nelle precedure della terapia
cognitiva. Dai risultati delle ricerche sulla "reattanza
psicologica" di Brehm (Brehm, 1966) sviluppati da Frazer Watt e
collaboratori (Watt et al.:, 1973) possono essere dedotti almeno 4 punti
orientativi nell’affrontare la discussione dei deliri:
-
iniziare
dalle convinzioni meno forti
-
al
paziente si chiede di considerare soltanto l’alternativa alla sua
convinzione piuttosto che spingerlo ad adottarle
-
sono
discusse e sfidate le evidenze della convinzione e non la convinzione
stessa
-
il
paziente viene incoraggiato a dare voce esplicitamente agli argomenti
contro la sua convinzione.
Il
terapeuta propone, successivamente delle ipotesi probabili nelle quali il
paziente immagina uno scenario o situazione priva delle carateristiche
deliranti, e tramite tale scenario il paziente ed il terapeuta possono
considerare varie alternative di "realtà" potenziale.Dallo
sviluppo di tali ipotesi e dalla analisi dei temi prevalenti e
caratteristici si può risalire alla individuazione di convinzioni di base
che costituiscono una specie di teorie personali (schemi personali) che il
paziente ha costruito nel corso della propria storia, ed in particolare
nelle fasi più delicate dello sviluppo. Spesso il paziente ha affrontato
delle situazioni difficili, e molte volte ritroviamo nella ricostruzione
della storia del paziente la presenza di veri traumi o incidenti fisici o
relazionali subiti (e non immaginari).Le convinzioni devono essere
trasformate in modo sintetico in modo da poter essere sottoposte alla
discussione di ipotesi alternative e alla verifica empirica tramite test
di realtà che il paziente ed il terapeuta progettano e realizzano insieme
(che hanno sempre il carattere di confronto tra ipotesi proposta dal
paziente cioè il delirio, e la ipotesi sviluppata insieme al terapeuta in
modo condiviso).
La
procedura di discussione spesso è la seguente:
-
si chiariscono i concetti di "Fatto" o "Stimolo
Esterno" (come vedrebbe una telecamera o 10 giudici osservatori
imparziali), "Interpretazione" (valutazione, pensiero istantaneo
o spontaneo, punto di vista), "Spiegazione Alternativa" (una
spiegazione concreta che giustifichi soddisfacentemente i fatti);
-
si imposta il modello a tre colonne Fatto/ Interpretazione/ Spiegazione
Alternativa, con la determinazione del grado di convinzione della seconda
e della terza colonna;
-
il paziente viene incoraggiato ad esporre un problema o un evento che lo
ha colpito;
-
si chiarisce al soggetto che quanto ha esposto viene preso in seria
considerazione, ma non viene né giudicato vero né falso, ma viene preso
come problema da esaminare;
-
il problema viene considerato una interpretazione (B1), che deve essere
collegata ad un evento preciso, e viene determinato il grado di
convinzione attuale del proprio punto di vista;
-
il paziente viene esortato a riconsiderare il Fatto e a formulare una
Spiegazione Alternativa (B2), con un grado di convinzione, ed
eventualmente il terapista sottolinea le principali incongruenze;
-
si rassicura il paziente che il risultato è significativo, e che può
migliorare.
Nel
corso del trattamento il paziente prende in esame le convinzioni centrali,
che costituiscono gli organizzatori di significato che spiegano, dal suo
punto di vista, l’evolversi della propria condizione e il perché dei
significati così speciali che il paziente costruisce.
Allucinazioni
Anche
nel lavoro con i sintomi allucinatori è necessario verificare se esista
una relazione di collaborazione e se non esistano delle convinzioni
ostacolanti come il credere che il terapeuta sia controllante, o che il
terapeuta non possa comprendere l’esperienza delle voci, o che vi siano
ragioni e credenze che rendono il trattamento una minaccia contro le
esperienze allucinatorie, nel caso queste siano valutate dal paziente
positivamente.Un primo momento dell’intervento riguarda la valutazione
delle abilità di coping spontaneo del paziente nel fronteggiare le
esperienze delle voci. In questa fase possono essere ritrovate alcune
abilità e comportamenti che hanno successo nel contrastare le voci o nel
bloccarle, altre che hanno invece un valore di contrasto del loro
contenuto. Il terapeuta può insegnare al paziente alcune abilità di
coping, e attraverso una serie di brevi prove raggiungere un accordo su
quelle pratiche utili e sintoniche con i bisogni del paziente (Chadvick,
Lowe, 1994).Le abilità di coping per le voci possono essere definite come
quelle condotte che contrastano dia gli antecedenti sia l’esperienza
stessa allucinatoria attraverso il blocco del meccanismo del sintomo (Tarrier,
1996). Esse possono essere, ad esempio, leggere a voce alta, parlare,
muoversi e fare attività fisica, usare cuffie per la musica, rilassarsi.
Alcune ricerche hanno dimostrato come, confrontando l’efficacia delle
abilità di coping che impiegavano metodi di distrazione e quelle che
impiegavano metodi di focalizzazione sull’esperienza delle voci, le più
promettenti sono state le ultime in quanto il paziente può affrontare
l’esperienza ed il contenuto senza catastrofizzare e terribilizzare tali
stimoli. (Bentall, 1996).Il successivo stadio è costituito dalla
valutazione delle voci. L’assessment deve considerare le voci come degli
A, cioè degli stimoli interni o esterni, e deve riguardare i contenuti,
il locus spaziale, i sintomi correlati, gli stimoli ed i contesti che sono
spesso coinvolti nell’esperienza allucinatoria. Dovrebbe essere indagata
la specifica situazione tipica in cui il paziente sente le voci ed
indagare con estrema attenzione il modo in cui le ascolta. Vari
ricercatori hanno definito come "atteggiamento di ascolto"
l’atteggiamento tipico del paziente quando sente le voci e dunque tale
atteggiamento non sembra essere un risposta all’esperienza delle voci ma
è connessa in modo causale con il meccanismo del sintomo attraverso
l’alterazione dello stato di coscienza. In questo caso il terapeuta può
insegnare al paziente a porre attenzione al proprio atteggiamento di
ascolto e di facilitare le situazioni tipiche in senso più
tranquillizzante.Il passo conseguente è quello della presa in esame delle
cognizioni che potranno essere sia delle inferenze sia delle valutazioni
da parte del paziente sulla esperienza delle voci e sul loro contenuto. In
tale compito devono essere prese in esame le particolari convinzioni che
il paziente ha di tali esperienze, sulla loro forza, sulla identità delle
voci, sul significato del contenuto e della stessa esperienza, se i
contenuti o la identità sono interpretati come esperienze benevole o
malevole.Dopo il laborioso assessment delle voci, il terapeuta è in grado
di entrare nel merito dell’intervento cognitivo identificando quali
valutazioni e quali inferenze sono connesse con le voci.L’intervento
successivo è la messa in discussione di tali cognizioni progettando per
le inferenze delle prove e dei test di verifica collaborativa, mentre per
le valutazioni la articolazione di spiegazioni ed interpretazioni
alternative con il grado di convinzione conseguente e la intensità
emotiva conseguente.E’ molto importante sviluppare una collaborazione
empirica con il paziente non solo per la finalità della esecuzione di
tali interventi ma più generalmente in quanto l’intervento cognitivo è
efficace nella modificazione delle convinzioni, e per questo tale
risultato può essere sospetto dal punto di vista del paziente
paranoide.La valutazione e l’intervento sulle convinzioni e sui
contenuti devono essere considerati interventi sui B e non sui C, e per
questo il terapeuta indaga insieme al paziente se l’indebolirsi di una
certa convinzione su un certo contenuto presente nelle voci può
modificare il senso di tale esperienza. Ad esempio, un paziente riferiva
che delle persone guardandolo conoscevano il suo pensiero, e gli
trasmettevano dei comandi sulle cose da fare tramite commenti ed ordini
espliciti. L’intervento è consistito nel ipotizzare delle condotte
alternative o dei pensieri alternativi a quelli provenienti dalle voci, in
modo che il paziente poteva scegliere se obbedire alle voci, magari
rischiando la rappresaglia, oppure scegliere di comportarsi in modo
diverso dai comando eteroriferiti. Il paziente poté testare tale ipotesi
verificando sia la mancanza di conseguenze (diminuzione del potere delle
voci) sia la assenza di costrizione e di passività.Da tale stadio di
intervento si identificano quelle convinzioni generale che spiegano il
senso di tali esperienze dal punto di vista del paziente. Tali convinzioni
sono deliri e sono trattati come B che attivano dei C, e che abbiamo visto
più sopra.Infine, come aspetto molto più generale, deve essere
affrontato l’argomento delle cause e dello sviluppo di tali esperienze.
La maggior parte degli autori è concorde sull’esigenza di condividere
un modello di stress, di vulnerabilità, e di eventi critici ed attivanti.
La vulnerabilità in particolare è concettualizzata come una spiegazione
precoce che il paziente ha costruito in riferimento ad avvenimenti,
incidenti o situazioni di fatto che ha affrontato precocemente nella sua
vita. E’ bene ricordare che nelle storie di pazienti incidenti, traumi e
situazioni di fatto sono molto più comuni di quello che si è pensato in
passato. Una ulteriore osservazione è quella di utilizzare i risultati di
numerose ricerche che vedono ampi campioni della popolazione normale
(priva di diagnosi di psicosi) coinvolti in esperienze allucinatorie in
relazione a precisi accadimenti (prevalentemente negativi e disorientanti)
presenti nella loro vita. Può essere affermato che, in accordo con i dati
della neurobiologia delle allucinazioni uditive, le voci sembrano
rispondere alla esigenza di semplificazione ed organizzazione di pensieri
che il soggetto non riesce ad integrare e accettare, e che gradualmente
sono interpretati come ego-alieni.
Linee
guida del trattamento psicologico cognitivo-comportamentale nel disturbo
psicotico
Mentre
rimandiamo ad altri lavori l’approfondimento della pratica terapeutica
nei disturbi psicotici, sia per quanto riguarda la tecnica che la
concettualizzazione del disturbo ( Beck, 1976; Beck, Freeman, 1990;
Dell’Erba, 1998; Bellomo, Dell’Erba, Suma, 1999; Fowler e coll., 1995;
Bentall, 1990; Chadwick e coll, 1996;Tarrier e coll., 1993; Kington,
Turkington, 1994), in questa sede illustreremo solo brevemente alcuni
elementi di tecnica psicoterapeutica che si sono dimostrati efficaci
complessivamente della diminuzione della sintomatologia positiva del
disturbo schizofrenico.Alcuni punti generali dell’impostazione del
trattamento specifico sono i seguenti:
-
sviluppare
una collaborazione con il paziente centrata sull’obiettivo
principale della diminuzione della sofferenza associata alla
condizione attuale;
-
fornire
una proposta di un piano minimale di trattamento, e potenziare il
legame di fiducia;
-
accordarsi
con il paziente sul metodo generale, in questo caso il modello
cognitivo standard;
-
raccogliere
e riformulare gli episodi ed i resoconti del paziente nello schema del
modello ABC;
-
construzione
collaborativa del punto di vista del paziente;
-
sviluppare
i collegamenti A-C, B-C, e ABC per i singoli episodi;
-
discutere
le autostrategie di coping e potenziamento del coping verso i sintomi;
-
sviluppare
un modello condiviso del disturbo e normalizzare e "decatastrofizzare"
gli atteggiamenti del paziente, proponendo l’esordio del disturbo
come un "tentativo di dare senso agli eventi difficili";
-
discutere
e testare le evidenze delle inferenze (B) associate alle convinzioni
deliranti;
-
discutere
e sviluppare valutazioni alternative alle convinzioni deliranti;
-
potenziare
il lavoro con le spiegazioni alternative sia inferenze sia
valutazioni, con il grado di convinzione associato e il grado di
preoccupazione o disagio (ansia, tristezza, rabbia, …);
-
collegamento
delle valutazioni generali su sé alla propria storia personale;
-
riformulazione
collaborativa dell’esperienza patologica come reazione orientata al
cercare un significato in situazioni stressanti o problematiche, e
progressivo sviluppo e potenziamento di modalità realistiche di
valutazione.
Questa
breve esposizione del trattamento cognitivo-comportamentale nelle psicosi
non esaurisce la complessa pianificazione del trattamento generale che può
comprendere diverse tecniche di intervento sul soggetto, sia in modo
mirato ai sintomi positivi e negativi, sia avente come obiettivo
l’aderenza al trattamento farmacologico; inoltre, lo stesso trattamento
generale può includere il lavoro terapeutico con i familiari, con il
contesto ambientale, e il supporto agli interventi più specificamente
sociali o assistenziali.Questi elementi possono, però, essere definiti
aggiuntivi o esterni ad un intervento cognitivo sul delirio e sulle
allucinazioni.
Metodologia
della ricerca
Scopi
Al
fine di studiare la efficacia delle procedure di intervento psicologico
cognitivo-comportamentale è stata organizzata una verifica comparativa
tra l’effetto delle abilità di coping (prevalentemente distrattive ed
interferenti con il meccanismo del sintomo) e gli interventi di terapia
cognitiva standard (prevalentemente ristrutturazioni e test di verifica).
Interventi comuni erano l’uso della normalizzazione, l’impegno nella
collaborazione, e l’atteggiamento concreto ed empirico nei confronti dei
sintomi.
Disegno
La
ricerca è stata caratterizzata da uno schema di confronto diretto interno
dovuto al tipo di valutazione prescelta consistente nell'andamento
sintomatologico sulla base di una scala di valutazione normativo (BPRS di
Overall e collaboratori). La valutazione degli esiti è stata
caratterizzata principalmente dalla valutazione degli andamenti
psicometrici del test, somministrato a scansione predeterminata, e dalla
valutazione clinica. Il disegno utilizzato è lo schema longitudinale
conseguente al trattamento, con valutazioni intermittenti ogni 2 mesi.
Strumenti
Lo
strumento usato è stato il BPRS (di Overall e coll., versione 18 items
come modificata da Bech, Kanstrup, Rafaelsen, 1986) per le sue qualità di
praticità, precisione nella discriminazione dei sintomi degli items,
velocità di somministrazione e scoring, fedeltà, validità rispetto
all'esame clinico.
La
manegevolezza dello strumento ha permesso di usarlo a scansione: ogni 2
mesi nel caso di Disturbi Schizofrenici.
Dati
L'esame
dei risultati è consistito nel confronto diretto interno dei punteggi del
campione, e nel calcolo della differenza statistica dello scarto tra la
prima e l'ultima somministrazione, nei due sottogruppi. Per quanto
riguarda il gruppo di pazienti trattati con interventi cognitivi sono
disponibili i dati in corso di trattamento.
|
ITEM
|
0
mesi
|
2
mesi
|
4
mesi
|
6
mesi
|
8
mesi
|
10
mesi
|
12
mesi
|
14
mesi
|
16
mesi
|
18
mesi
|
|
ipocondria
|
3,7
|
3,2
|
3,1
|
2,6
|
2,1
|
2,1
|
1,9
|
1,8
|
1,7
|
1,6
|
|
ansia
psichica
|
3,8
|
3,4
|
3,1
|
2,7
|
2,2
|
1,9
|
1,8
|
1,5
|
1,4
|
1,1
|
|
distacco
emotivo
|
2,1
|
2,0
|
2,0
|
1,9
|
1,4
|
1,4
|
1,3
|
1,0
|
0,9
|
0,8
|
|
disorganizzazione
concettuale
|
2,8
|
2,7
|
2,6
|
2,3
|
2,1
|
2,0
|
2,0
|
1,5
|
1,2
|
0,9
|
|
autosvalutazione
e colpa
|
3,1
|
2,9
|
2,7
|
2,7
|
2,2
|
2,0
|
1,8
|
1,4
|
1,2
|
1,1
|
|
ansia
somatica
|
2,9
|
2,8
|
2,4
|
2,1
|
2,1
|
1,7
|
1,5
|
1,2
|
1,0
|
0,9
|
|
turbe
del comportamento motorio
|
2,3
|
2,0
|
1,9
|
1,4
|
1,2
|
0,8
|
0,8
|
0,7
|
0,6
|
0,6
|
|
esagerata
autostima
|
3,2
|
3,0
|
2,8
|
2,8
|
2,3
|
2,0
|
1,6
|
1,3
|
1,1
|
1,1
|
|
umore
depresso
|
3,4
|
3,4
|
3,3
|
2,6
|
2,3
|
2,3
|
1,0
|
1,9
|
1,7
|
1,5
|
|
ostilità
|
2,4
|
2,1
|
2,0
|
1,7
|
1,6
|
1,4
|
1,0
|
0,7
|
0,5
|
0,4
|
|
sospettosità
|
3,7
|
3,6
|
3,3
|
2,8
|
2,2
|
1,9
|
1,5
|
1,4
|
1,3
|
1,3
|
|
allucinazioni
|
3,7
|
3,6
|
3,1
|
2,9
|
2,7
|
2,2
|
2,0
|
2,0
|
2,0
|
1,9
|
|
rallentamento
psicomotorio
|
1,8
|
1,7
|
1,5
|
1,0
|
0,8
|
0,6
|
0,6
|
0,6
|
0,5
|
0,5
|
|
non
cooperatività
|
1,9
|
1,8
|
1,4
|
1,2
|
1,0
|
1,0
|
0,8
|
0,5
|
0,5
|
0,4
|
|
contenuto
insolito del pensiero
|
3,6
|
3,5
|
3,1
|
2,5
|
2,2
|
2,0
|
2,0
|
1,6
|
1,6
|
1,4
|
|
appiattimento
o inadeguatezza dell'affettività
|
2,2
|
2,2
|
2,1
|
1,7
|
1,4
|
1,4
|
1,2
|
1,1
|
1,1
|
1,1
|
|
agitazione
psicomotoria
|
1,9
|
1,7
|
1,5
|
1,5
|
1,2
|
1,0
|
0,6
|
0,5
|
0,5
|
0,4
|
|
disorientamento
e confusione
|
1,2
|
1,0
|
1,0
|
0,7
|
0,6
|
0,4
|
0,3
|
0,3
|
0,3
|
0,3
|
Valutazioni
sintomatologiche BPRS nei soggetti del "gruppo terapia
cognitiva" con intervallo di 2 mesi.
Campione
Il
campione clinico è costituito da 27 soggetti con diagnosi di Disturbo
Schizofrenico all’esame clinico e alla intervista diagnostica MINI 4.4
– DSM IV. Nel campione clinico sono stati distinti due gruppi: un primo
gruppo (denominato gruppo di coping o "g.cop.") di 16 pazienti
riceveva un trattamento mirato alla riduzione dei sintomi di ansia
mediante il rilassamento, il potenziamento delle strategie di coping
(secondo Tarrier e coll, 1993; Chadwick e Lowe, 1994; Bentall., 1990;
Fowler e coll., 1995), esposizione graduata in vivo. Il secondo gruppo
(denominato nelle figure gruppo cognitivo o "g.cogn") riceveva
un trattamento cognitivo caratterizzato principalmente da tecniche di
ristrutturazione cognitive delle convinzioni associate ai deliri ed alle
voci (Chadwick, Lowe, 1994; Bentall, 1990; Chadwick, Birchwood, Trower,
1996; Birchwood, Tarrier, 1994).I soggetti erano selezionati secondo il
grado di autonomia personale e sociale al momento della intervista
diagnostica. I soggetti inclusi erano caratterizzati da un deficit di
autonomia personale e sociale relativamente limitato. La scala-criterio
per la selezione e la valutazione del grado di autonomia è stata tratta
ed adattata da diversi studi sulla valutazione dei deficit sociali nella
schizofrenia (Libermann, 1994).Il campione era composto dal 35% circa di
soggetti femmine e dal restante 65% di maschi; l’età corrispondeva ad
un range di 22-41 anni; lo stato civile era per il 46% di celibi ed il
restante 54 % coniugati; tutti i soggetti avevano ricevuto una valutazione
diagnostica psicopatologica mediante colloquio clinico, intervista MINI
4.4, BPRS a scansione, colloquio con i familiari, valutazione della
autonomia, e tutti i soggetti erano inquadrati come "disturbo
schizofrenico" in trattamento. Tutti i soggetti della ricerca
presentavano sintomi positivi e negativi della schizofrenia stabili da
almeno un anno, ed erano in trattamento farmacologico costante (lo schema
farmacologico prevedeva associati almeno un antipsicotico atipico o
tradizionale, un ansiolitico, e un antidepressivo).
Risultati
e Conclusioni
Il
campione clinico ha riportato punteggi inferiori statisticamente
significativi alla BPRS rispetto alla valutazione iniziale. Dunque, un
primo risultato conferma la efficacia del trattamento
cognitivo-comportamentale sia in una versione orientata alle strategie di
coping sia orientato alla ristrutturazione cognitiva.Un secondo risultato
indica una differenza apprezzabile e statisticamente significativa tra i
due gruppi, evidenziando che il gruppo con trattamento cognitivo di
ristrutturazione psicologica ha ottenuto un maggior decremento della
sintomatologia rispetto al gruppo che riceveva intervento con strategie di
coping (verso ansia e sintomi psicotici).Un terzo dato indica che in una
valutazione longitudinale, almeno per il gruppo cognitivo, alcuni periodi
sono più cruciali di altri (ad esempio, dopo il 6° mese).Un dato
ulteriore indica che i trattamenti sono equivalenti solo in relazione ad
alcuni sintomi (come riportati dalla BPRS) mentre in altri le differenze
sono molto marcate.Lo studio pilota indicherebbe che il trattamento
cognitivo-comportamentale è un efficace complemento del trattamento
farmacologico, e si attesta come intervento di scelta nella pianificazione
generale della terapia delle psicosi.
Bibliografia
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Libermann
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Seligman
M.E.P., Rosenham D.
(1997) Abnormality. Guilford, New York.
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