|
Introduzione
alla Psicoterapia
Cognitiva Standard
di
Gian Luigi Dell’Erba

Riassunto
La Psicoterapia Cognitiva ha molti volti e differenti specifiche
caratteristiche, ed è quindi difficile considerarla un corpo unico e
significativamente comprensivo. Un elemento che può costituire il
"marchio" distintivo è l'uso del modello ABC, non importa se
impiegato esplicitamente o in modo implicito. Il lavoro è distinto in due
parti principali. La prima si occupa delle caratteristiche del modello
ABC, e dei "passi" che guidano il terapista dall'assessment
all'intervento. La seconda parte si occupa di una serie di tecniche,
definite "microtecniche" le quali sono singoli interventi
specifici che possono essere combinati insieme e calibrati per specifici e
singoli obiettivi. Il lavoro si conclude con alcune linee guida su tre
disturbi specifici, fra i più frequenti nella pratica clinica: il
disturbo da attacchi di panico, il disturbo ossessico-compulsivo, il
disturbo depressivo. Per ciascuno di essi sono esposte le principali
caratteristiche cliniche ed i singoli interventi necessari e mirati per
una psicoterapia efficace.
Parte
1
Il
Modello Cognitivo ABC
E’
difficile definire il modello cognitivo in psicologia clinica in quanto
non esiste un unico modello cognitivo sia riguardo alla teoria che alla
terapia. Piuttosto, negli ultimi 20 anni c’è stata una proliferazione
di prospettive teoriche e di trattamenti, alcuni specifici per alcuni
disturbi, altri riguardanti l’intero comportamento umano, le quali hanno
assunto la definizione e l’etichetta di "cognitivo".E’ forse
più utile indicare l’idea di base che sta dietro ai vari modelli nella
psicologia clinica. Può essere usato il noto esempio di un soggetto che
è steso nel suo letto, è sera, e sente dei rumori provenienti più o
meno dal punto della casa dove c’è la porta d’ingresso. Se egli crede
che sta per essere derubato dai ladri i quali stanno per entrare in casa
egli sarà spaventato e probabilmente cercherà aiuto per telefono. Se,
invece, pensa che è suo figlio che rincasa tardi sarà forse irritato e
si preparerà un argomento per il rimprovero. E così via. Il punto
centrale di questo esempio e che ogni risposta è mediata da un
ragionamento, quindi dal pensiero, da immagini, e da credenze. Questa
caratteristica è comune a tutti i modelli cognitivi ed ai relativi
trattamenti clinici.Per definire ulteriormente questo punto è utile far
riferimento allo schema ABC di Ellis (1962, 1994; De Silvestri, 1981).
L’ABC può essere immaginato come uno schema a tre colonne (A, B, e C
appunto) dove ciascuna identifica uno specifico contenuto. A indica gli
Antecedenti, gli avvenimenti e gli eventi fattuali; si usa dire che l’A
riguarda i fatti come li vedrebbe una telecamera (con tutte le debite
riserve). In questa colonna vi sono gli antecedenti ed eventi che fungono
da stimoli per il soggetto. Il B indica le credenze, il pensiero, i
ragionamenti, le attività mentali che riguardano gli antecedenti. Il C
sta per Conseguenze di natura emotiva e comportamentale; in questa colonna
indichiamo le reazioni emotive, i sentimenti, i comportamenti che seguono
ciò che accade in B, dato un certo A.Lo schema ABC è relativamente
semplice, e quindi anche la sua applicazione pratica nel trattamento è
anch’essa relativamente agevole. Tale schema guida la terapia cognitiva,
ed in base a tale schema può essere concretamente attuata una
valutazione, una formulazione, una pianificazione e concettualizzazione
del problema psicologico, ed un trattamento.Alcuni autori hanno insistito
sul fatto che i B causano i C, che le valutazioni soggettive e le credenze
del soggetto determinino le emozioni e le conseguenze comportamentali,
altri autori, d’altra parte, hanno sottolineato il tipico processo
circolare che esiste tra pensiero ed emozione, in quanto l’uno innesca
l’altro; altri ancora hanno puntualizzato il carattere unico di questi
processi in quanto i soggetti hanno esperienza di essi come un tutt’uno.
In sintesi, può essere affermata la intensa forza delle credenze e delle
nostre valutazioni nell’innescare le diverse emozioni, ciascuna di esse
relativamente alla specifica area o scopo di base rilevante per
l’individuo in un dato momento (vedremo più avanti).Il merito del
modello ABC è di separare in modo preciso aspetti diversi della nostra
esperienza in modo utile e pratico, ma non per questo superficiale.Una
necessaria chiarificazione riguarda il contenuto di B. La colonna centrale
include le seguenti attività mentali: immagini, inferenze, valutazioni,
assunzioni disfunzionali (credenze di base ed errori cognitivi).Le immagini,
spesso trascurare da molti trattamenti, meritano di essere prese in
considerazione più concretamente. Se un individuo che è molto ansioso di
parlare in pubblico e sta contemplativamente pensando ad un evento
esagerato o estremo avrà dunque una immagine di sé corrispondente,
vedendosi ad esempio, al centro di un palco. Le immagini sono utili spesso
quando gli individui fanno fatica ad esprimere verbalmente i contenuti del
B, i quali contenuti tuttavia meritano di essere comunque esplorati.Le inferenze
sono ipotesi che possono essere vere o false - a lui non piaccio, fallirò,
questo tavolo è stato fatto in fretta, la gente mi sta spiando. Le
inferenze tendono ad essere improvvise - Beck le definisce "pensiero
automatico" - e spesso si manifestano in una forma verbale molto
ridotta o "telegrafica" (mi odia, bastardo, ecco ci siamo di
nuovo, ora accade tutto). Le inferenze sono predizioni o ipotesi su ciò
che sta accadendo, o succederà o è accaduto. Tutte le inferenze vanno
oltre l’evidenza dei fatti (Girotto, 1994; Johnson-Laird, 1991). Un modo
per fare una inferenza è attraverso il significato di una attribuzione di
causa. La gente che sbaglia una prova può attribuire ciò a qualche fatto
interno a sé stessi (ad esempio incapacità) o a qualche fatto esterno
riguardante qualche persona o caratteristica della situazione (ad esempio,
un esame difficile). Questa attribuzione può essere fatta una volta
soltanto che un fatto accade (attribuzione temporanea) oppure può essere
fatta sempre (attribuzione stabile). Le attribuzioni possono essere
riguardo uno specifico deficit in qualcosa, ad esempio, in un esame in
matematica (attribuzione specifica) oppure può essere formulata riguardo
un fallimento generale (attribuzione globale). Alcuni autori (Seligman,
1990) hanno identificato che la depressione può essere causata da uno
stile attribuzionale negativo, che contiene attribuzioni negative interne,
stabili, e globali ("ho fallito, è colpa mia, non solo in questo
caso ma in tutto, ed è sempre così"). Beck (1976) ha dimostrato
come nei problemi clinici le inferenze, sotto la forma di anticipazioni e
collegamenti mentali, tendono ad essere distorte, o errate, a causa
dell’influenza dell’umore. Egli identifica alcuni principali errori:
Pensiero
dicotomico:: le
cose sono viste in termini di categorie mutualmente escludentisi senza
gradi intermedi. Ad esempio, una situazione o è un successo oppure è un
fallimento; se una situazione non è proprio perfetta allora è un
completo fallimento. ("o tutto o nulla").
Ipergeneralizzazione::
uno specifico evento è visto come essere caratteristica di vita in
generale piuttosto che come essere un evento tra tanti. Ad esempio,
concludere che se qualcuno ha mostrato un atteggiamento sconsiderato in
una occasione, non considera poi le altre situazioni in cui ha avuto
atteggiamenti più opportuni. ("di tutta l’erba un fascio").
Astrazione
selettiva:: Un
aspetto di una situazione complessa è il focus dell’attenzione, a altri
aspetti rilevanti della situazione sono ignorati. Ad esempio, focalizzare
un commento negativo in un giudizio sul proprio lavoro trascurando altri
commenti positivi. ("bicchiere mezzo vuoto").
Squalificare
il lato positivo::
le esperienze positive che sono in contrasto con la visione negativa sono
trascurate sostenendo che non contano. Ad esempio, non credere ai commenti
positivi degli amici e colleghi dubitando che dicano ciò solo per
gentilezza. ("ciò non conta nulla, conta di più ... ").
Lettura
del pensiero:: le
persone sostengono che altri individui stanno reagendo negativamente senza
alcuna prova evidente di ciò che affermano. Ad esempio, affermare di
sapere che l’altro pensa di sé negativamente anche contro la
rassicurazione di quest’ultimo. ("ti ho già capito").
Riferimento
al destino::
l’individuo reagisce come se le proprie aspettative negative sugli
eventi futuri siano fatti stabiliti. Ad esempio, il pensare che qualcuno
lo abbandonerà e che lo sa già, e agire come se ciò fosse vero.
("lo so già").
Catastrofizzare::
gli eventi negativi che possono capitare sono trattati come intollerabili
catastrofi piuttosto che essere visti nella giusta prospettiva. Ad
esempio, il disperarsi dopo un brutta figura come se fosse una catastrofe
terribile e non come una situazione semplicemente imbarazzante e
spiacevole. ("è terribile se...).
Minimizzazione::
le esperienze e le situazioni positive sono trattate come reali ma
insignificanti. Ad esempio, il pensare che in una cosa si è positivi ma
che essa non conta in confronto ad un’altra più importante.
("niente conta veramente di quello che faccio").
Ragionamento
emotivo::
considerare le reazioni emotive come reazioni strettamente attendibili
della situazione reale. Ad esempio, decidere che siccome ci si sente
sfiduciati, la situazione è senza speranza. ("se mi sento così
allora è vero").
Doverizzazioni::l’uso
di "dovrei", "devo", "bisogna", si
deve", ecc... per assicurare la necessaria motivazione e controllo al
comportamento. Ad esempio, il pensare che un amico deve stimarci, perchè
bisogna stimare gli amici. ("devo ...", "si dovrebbe
...", "gli altri devono ...").
Etichettamento::
attaccare una etichetta globale a qualcuno piuttosto che riferirsi a
specifici eventi o azioni. Ad esempio, il pensare che si è un fallimento
piuttosto che si è inadatti a fare una certa cosa. ("è un
.....").
Personalizzazione:
assumere che uno è la causa di un particolare evento quando nei fatti,
sono responsabili altri fattori. Ad esempio, considerare che una
momentanea assenza di amicizie è il riflesso della propria inadeguatezza
piuttosto che un caso. ("è colpa mia se...").
Tali
errori cognitivi non sono né gli unici né esclusivi del contesto della
pratica del trattamento cognitivo, infatti la psicologia generale
contemporanea ha evidenziato come la "macchina mentale" è
spesso soggetta a distorsioni ed errori sia dovuti ad errori naturali
"dello strumento" sia dovuti alla interferenza di scopi sulle
conoscenze, dei desideri sulle credenze. Una impressionante mole di
ricerche hanno dimostrato che il ragionamento e le inferenze possono
essere fallaci soprattutto in condizioni di incertezza, che è la
condizione naturale dove si misura la nostra razionalità (Tversky,
Kahneman, 1974, Kahneman, Slovic, Tversky, 1982; Mancini, 1996; Boudon,
1994; Piattelli Palmarini, 1994; Girotto, 1994; Miceli, Castelfranchi,
1995).Una valutazione può essere definita come un giudizio
(buono-cattivo), o una preferenza (ad esempio, "preferisco Sandra a
Maria", "preferisco Van Gogh a Klee", "Luigi ha fatto
una cosa cattiva", "non mi piace quello che dici", ...).
E’ molto utile separare bene le valutazioni dalle inferenze, i giudizi
dalle descrizioni e dalle anticipazioni. Spesso, giudizi estremi, stabili
e negativi determinano problemi emotivi e comportamentali. Di una certa
importanza può essere la differenza, all’interno delle valutazioni e
giudizi, di tre tipi di giudizio, riguardo a "chi giudica chi":
Altro giudica Se, quando qualcuno sta facendo una valutazione sul
soggetto; Se giudica Se, quando il soggetto stesso si giudica; e Se
giudica Altro, quando il soggetto giudica e valuta qualcun altro. Il punto
chiave è che il giudizio buono o negativo non riguarda una parte del
comportamento (il che potrebbe essere un utile suggerimento) ma l’intera
persona.Prestare attenzione alle valutazioni che gli individui effettuano
è un compito non solo terapeutico ma anche preventivo. Tali informazioni
possono segnalare sia la direzione degli scopi dell’individuo (Altri
verso se, Sé verso sé, sé verso altri) sia le aree problematiche del
soggetto.: non sentirsi amato, paura del fallimento, sentirsi inferiore,
sentirsi negativo e colpevole, sentirsi debole.Le assunzioni disfunzionali
(Beck, 1976; Beck et al.,1985, 1990) sono regole e principi fondamentali
che guidano il comportamento, e che hanno probabilmente le loro origini
nelle esperienze di crescita; questi elementi sono perciò impliciti ma
possono essere dedotti dal comportamento interpersonale dell’individuo.
Ad esempio, F. di 42 anni, depressa da qualche anno aveva cercato nel
corso della propria vita di non dispiacere mai agli altri, di cercare di
evitare il disaccordo con le persone, ed in questo processo era fortemente
soggiogata dai suoi stessi sentimenti e desideri. In quelle occasioni,
quando inferiva che poteva aver dispiaciuto qualcuno si sentiva vuota e
disperata, e credeva che sarebbe rimasta sola ed abbandonata, credeva di
essere una non-persona. Le sue assunzioni disfunzionali potrebbero essere
caratterizzate come segue: per essere una persona completa devo avere gli
altri intorno a me. Da questo segue che F. non rischiava mai di
contraddire o avere un contrasto con qualcuno, per paura di essere
rifiutata. Come parte del lavoro nel trattamento psicologico cognitivo F.
fu in grado di collegare tale regola alla sua prima infanzia, ed in
particolare quando si sentiva vuota e disperata dopo che i suoi genitori
l’avevano punita (il che accadeva spesso) e come lentamente aveva
scoperto che prendendosi cura di loro otteneva un contatto affettivo, e ciò
le capitava sempre più spesso anche con gli altri; così iniziò a farlo
per evitare di riprovare quelle "terribili emozioni".I soggetti
sono solitamente consci delle loro inferenze (cioè dei contenuti di
esse). Questa consapevolezza può manifestarsi un forma verbale, come
delle frasi, o possono aversi anche delle immagini o frammenti di esse,
oppure possono come udire delle frasi, ad esempio di tipo imperativo, come
regole o comandi. I soggetti sono meno consapevoli delle loro valutazioni,
e solo raramente sono consapevoli delle assunzioni disfunzionali.
5
principi fondamentali del modello ABC
Il
modello ABC, come si è già sostenuto, è di facile comprensione ma vi
sono alcune caratteristiche e principi che possono essere specificati.
1)
Tutti i problemi sono C
La
psicoterapia cognitiva si impegna a facilitare e risolvere gravi problemi
emotivi e di stress (depressione, ansia, ...) e disturbi del comportamento
(evitamento, autolesionismo, ...), ed in questo senso questo tipo di
trattamento si è dimostrato efficace per diversi disturbi ai quali è
indirizzato. Se dovessimo generalizzare ad una sola categoria potremmo
dire che l’obiettivo è quello di disturbi emotivi gravi e del
comportamento; naturalmente, questo non implica che vari problemi che le
persone incontrano non possano essere caratterizzati da stati emotivi
negativi, ma tali stati negativi possono non essere tanto estremi da
comportare la richiesta di un trattamento psicologico professionale. Se
dopo la perdita di una persona cara siamo tristi questo è nell’ordine
naturale del nostro funzionamento mentale, ma se questo evento è
accompagnato da una depressione ciò non è più una risposta normale ma
patologica, e pertanto dovrebbe richiedere un aiuto professionale
adeguato. Lo stesso può valere per una crisi persistente di collera e
rabbia, al posto di una più naturale ed adeguata irritazione; o
ugualmente lo stesso problema si può porre per uno stato di ansia o
panico al posto di una preoccupazione.Collocare i problemi come dei C può
facilitare il fatto di prendere in considerazione il problema per intero,
ed evidenziare che cosa è realmente il problema. Nel gergo quotidiano può
sembrare che un problema sia qualcuno o qualcosa che ci dà fastidio o ci
atterrisce, o che il problema sia che qualcuno ci trascura o che non è
come vorremmo noi: il problema non è qualcuno o qualcosa, né parte delle
caratteristiche di essi. I problemi psicologici non sono cercare un
lavoro, non avere la ragazza, non avere soldi, avere un capo maleducato, e
così via. Un evento è un problema psicologico solo se è associato ad un
rilevante stress; in tal caso vi è un apporto decisivo del contenuto dei
B (che vedremo più avanti). Il problema per il soggetto resta il C in
quanto è lo stato emotivo che orienta e dimensiona gli scopi da
intraprendere. L’obiettivo del trattamento è il lavoro sul B solo in
quanto mezzo per modificare un certo C; solo in casi particolari,
l’obiettivo ultimo può essere un B.
2)
I problemi sono determinati dal B, non da A.
Quando
un soggetto viene in terapia e inizia a descrivere il suo problema,
descrive sempre un A, un evento fattuale come un divorzio o un conflitto
interpersonale, oppure descrive un C, uno stato emotivo come ansia o
rabbia o depressione. Spesso un soggetto può dire "ho perso il
lavoro e ciò mi fa sentire depresso", oppure "lui mi ha
trattato malissimo e mi ha fatto vergognare davanti a tutti".
Naturalmente, questo non fa molta difficoltà nel linguaggio di tutti i
giorni, ma tecnicamente niente ci fa sentire in un certo modo, o nessuno
ci fa essere o sentire in qualche modo particolare. E’ il nostro B
particolare che definisce come stiamo, dato un certo A. Quasi nessun
paziente ha chiaramente colto, prima della esplicitazione del modello
cognitivo, che né gli A né i C sono il problema che lo ha portato a
chiedere un aiuto professionale, e non solo quello; frequentemente, essi
credono che non esista nient’altro oltre i fatti e come ci sentiamo, e
che i fatti "ci fanno sentire così". Basta spesso ascoltare la
descrizione del fatto acuto, del problema "pratico", per
accorgersi molto chiaramente che tale descrizione contiene alcuni B, cioè
valutazioni o inferenze o assunzioni disfunzionali. Ad esempio, "non
mi ha neanche degnato di attenzione, non ha assolutamente pensato al mio
problema" descritto come un fatto o stimolo che ha determinato uno
stato di collera è visibilmente un B, anche molto composito. Il soggetto
ha mischiato un fatto con una inferenza, una valutazione particolare di un
fatto, e una evidente assunzione disfunzionale relativa ai propri diritti
di avere attenzione dagli altri. Non è un A che determina uno stato
emotivo, ma il significato personale che il soggetto attribuisce al fatto
che determina sia la tonalità emotiva (che relativa allo scopo in
questione che è minacciato di venire compromesso) sia la intensità dello
stato emotivo (che è determinata dal grado di convinzione in cui il
soggetto mantiene una credenza o una particolare attribuzione). Le azioni
e le emozioni delle persone non sono la diretta conseguenza di eventi o
fatti che accadono, ma dipendono dalla interpretazione che i soggetti
fanno di quegli eventi. Questo, appunto, è la scoperta chiave della
psicologia cognitiva moderna; ciò, tuttavia, era affermato da Epitteto
circa 2000 anni fa.
3)
Vi sono dei legami preferenziali tra i B e i C
E’
centrale, nel modello ABC, che quando un soggetto è emotivamente
stressato ci sono sempre inferenze e valutazioni particolari coinvolte.
Questa evidenza ha la sua semplice spiegazione nel fatto che se da un lato
le valutazioni, specie se estreme, comportano sempre delle inferenze,
dall’altro delle inferenze estreme, e dunque ingiustificate e non
empiricamente o praticamente fondate, innescano delle emozioni estreme.
Una fondamentale caratteristica dei B, ed in particolare dei contenuti che
si collegano ad assunzioni disfunzionali, è quella di descrivere il
dominio che è in quel momento interessato, o minacciato. Se un B viene
riferito come "ho paura di fare brutta figura" o "posso
perdere il controllo della situazione" lo stato emotivo sarà
inequivocabilmente quello di ansia. La natura dei nostri stati emotivi
deriva dalla esistenza di repertori geneticamente determinati (più
esattamente filogeneticamente) che hanno la funzione di permettere
all’organismo di reagire prontamente e sopravvivere. Esse sono le
emozioni, e tra queste quelle di base sono l’aspetto più antico delle
nostre competenze comportamentali di una certa complessità.Le teorie che
fanno riferimento alle emozioni fondamentali si distinguono dagli altri
approcci perché sostengono che le emozioni siano quadri di risposte che
hanno una base innata, che vi sia una continuità di queste risposte
osservabile fra le diverse specie animali (particolarmente accentuata fra
esseri umani e primati) e che tali risposte emozionali abbiano una
funzione adattiva (Liotti, 1991, 1994). Naturalmente, anche su questo
punto si discute se ciascuna delle emozioni di base gestisca e indichi una
funzione specifica dell’adattamento biologico dell’organismo, ad
esempio: incorporazione e riproduzione (gioia), reintegrazione e
accudimento (tristezza), autoprotezione (paura), distruzione e predazione
(rabbia), rifiuto e protezione dei confini del corpo (disgusto),
orientamento (sorpresa).Le categorie emotive che più frequentemente
incontriamo nei problemi psicologici sono relative alle emozioni di
tristezza, di paura, di rabbia. Ciascuna categoria, o emozione di base,
raggruppa diversi stati emotivi che si differenziano tra loro per
particolari accenti riguardo agli scopi da proteggere o acquisire.
Tristezza comprende tra gli altri i seguenti stati emotivi: depressione,
colpa, scoraggiamento, delusione, apatia, tristezza, svilimento. Paura
comprende ad esempio: ansia, panico, preoccupazione, paura, tensione,
agitazione, vergogna, imbarazzo. Rabbia racchiude tra gli altri i seguenti
stati: collera, rabbia, furore, irritazione, risentimento, gelosia,
invidia (Castelfranchi, 1989; Dell’Erba, 1996; Plutchick, 1994; D’urso,
Trentin, 1992).Si può dire, schematicamente, che la tristezza concerne il
passato, la paura il presente o il futuro, mentre la rabbia riguarda sia
il presente che il passato e il futuro.Le credenze e convinzioni che
riguardano la paura e l’ansia sono attinenti ad una minaccia di una
danno sia fisico sia psicologico; esse sono collegate con il comportamento
di evitamento e di fuga. Le credenze che riguardano emozioni di tristezza
attengono alla perdita - di status, di autostima, di libertà o di
possibilità, di altri importanti. L’intensità di questi stati è
collegata a convinzioni incapacità e mancanza di speranza. Le credenze
riguardanti le emozioni di rabbia concernono la invalidazione di diritti o
di cognizioni relative a torti subiti (danno, ingiusto); i comportamenti
sono orientati alla vendetta, al pareggiamento, all’attacco.
4)
B di base derivano dalla storia di vita del soggetto
Abbiamo
già esaminato come il significato personale che l’individuo attribuisce
agli aventi determina il proprio stato emotivo, e più in particolare se
egli sarà emotivamente disturbato; inoltre, il proprio funzionamento
mentale e le specifiche attività cognitive (inferenze, valutazioni,
errori cognitivi, ...) stabiliscono un collegamento privilegiato tra le
attività mentali del soggetto e specifici comportamenti o specifiche
emozioni, in stretta relazione con gli scopi importanti che il soggetto
crede in pericolo o comunque in discussione.Potremmo chiederci, ora, perché
determinate persone sono più sensibili a certi determinati problemi o a
certe supposte minacce, tematicamente rilevanti? Una risposa chiara non è
oggi pienamente disponibile in quanto l’oggetto scientifico è troppo
vago e vi sono ancora dati poco chiari. Una risposta parziale è comunque
ben formulabile. Determinate persone sono più sensibili alla
invalidazione o alla minaccia di certi scopi o certi temi perché hanno
sperimentato durante la loro vita episodi significativi attinenti a quegli
scopi o a quei temi, e riguardo ad essi hanno costruito delle loro teorie
o spiegazioni personali secondo le quali essi credono di essere
vulnerabili a certe specifiche cose o credono di essere incapaci a
risolvere certi determinati problemi.Molti autori evidenziano come le
prime esperienze dell’individuo sono determinanti per lo sviluppo di una
vulnerabilità per certi aspetti della vita.Le prime esperienze possono
sia facilitare lo sviluppo psicologico in una direzione rispetto ad
un’altra, ad esempio nelle esperienze dell’accudimento (attaccamento
ansioso evitante, resistente, disorganizzato, normale), ma anche nella
costruzione di una identità personale. Il soggetto gradualmente
costruisce una teoria su chi è egli stesso, collegando dati ed esperienze
seguendo spesso il criterio della coerenza ("questo fatto è coerente
con chi so di essere").Alcuni autori hanno identificato dimensioni
riguardanti la costruzione dell’idea di sé indicando alcuni fattori;
Beck ad esempio definisce due dimensioni motivazionali: Motivazione verso
le relazioni, in cui il soggetto costruisce sempre più relazioni mature e
soddisfacenti; e Motivazione verso l’auto-definizione, in cui il
soggetto sviluppa, consolida, differenzia, ed integra una sempre più
positiva ed adattata idea di sé. Altri ricercatori hanno posto
l’accento su alcuni scopi fondamentali del soggetto: Scopi relativi
all’Immagine (avere una buona immagine), che sono costituiti dagli scopi
dell’Autostima (avere una buona rappresentazione di sé per sé stessi)
e dagli scopi dell’Immagine Sociale (avere una rappresentazione positiva
per gli altri); scopi relativi alle relazioni (avere relazioni positive).
Tali scopi costituiscono le motivazioni personali e sociali più
fondamentali per il soggetto ed emergono dall’analisi delle assunzioni
disfunzionali nel B (Castelfranchi, 1989; Miceli, Castelfranchi, 1995;
Dell’Erba, 1993).Le relazioni tra qualità della cura e dell’accudimento
e lo sviluppo di stili di personalità del soggetto sono state ampiamente
dimostrate, e possono costituire un fattore di vulnerabilità personale
alla costruzione di schemi di base tematici, i quali sono sensibili ad
eventi simili o a valutazioni coerenti e collegate dal soggetto a quello
schema particolare (Reda, 1996; Lorenzini, Sassaroli, 1995; Beck, Freeman,
1990). Gli schemi personali sono la forma più nucleare e di base delle
assunzioni disfunzionali. Il soggetto sviluppa e costruisce il proprio
stile personale per proteggere la propria vulnerabilità, e anche perché
a causa dei propri assunti che mantiene coerenti e saldi trova il proprio
modo di fronteggiare le difficoltà e risolvere i problemi quotidiani in
un suo proprio modo che nel corso del tempo può diventare sempre più
stabile ed automatico (si sviluppano delle routine alle quali il soggetto
non presta più attenzione ma le usa in modo automatico e ripetitivo).
5)
Indebolire le convinzioni indebolisce lo stress associato e il disturbo
emotivo
Dalla
prospettiva dell’intervento, il modello cognitivo ABC crea un punto
importante per il cambiamento personale: il B. Cercare di modificare,
indebolire, criticare le credenze e le convinzioni disfunzionali del
soggetto è il modo principale per facilitare e rendere adattivo lo stato
emotivo, ed i disturbi associati. La modificazione delle convinzioni,
delle pretese, delle inferenze, degli errori cognitivi, delle assunzioni
disfunzionali è il modo diretto di condurre il trattamento psicologico
cognitivo standard, solitamente associato ad una vasta gamma di altre
tecniche più specifiche e mirate alla risoluzione di sintomi e problemi
particolari.
Prerequisiti
al trattamento
Ci
sono almeno 2 importanti prerequisiti nella pratica di una terapia
cognitiva efficace. Il primo è l’uso di una buona capacità di base nel
couselling, ed in particolare mirate a:
-
stabilire una buona alleanza terapeutica;
-
impegnare e motivare il paziente verso un "empirismo
collaborativo";
-
comprendere il punto di vista unico del paziente ed i suoi sentimenti;
-
aiutare il paziente nell’esprimere le difficoltà e nell’affrontare il
lavoro, spesso doloroso, del cambiamento terapeutico.
Il
secondo prerequisito è una conoscenza della teoria cognitiva, del modello
tecnico della formulazione e dell’intervento secondo lo schema ricordato
prima.
8
passi di base dall’Assessment all’Intervento
In
questa sezione affrontiamo in dettaglio il processo applicativo per
ottenere un chiaro assessment ABC, e procedere verso il trattamento.Questo
processo inizia con una valutazione psicologica generale di base e la
formulazione della storia personale, e dei problemi attuali. Le prime 2 o
3 sedute con il paziente dovrebbero essere condotte in un modo
non-direttivo usando le abilità di base del colloquio psicologico per
incoraggiare il paziente a riferirci la propria storia, inclusi i problemi
attuali, gli eventi precipitanti, e le eventuali prime esperienze di
apprendimento o traumatiche che hanno contribuito a sviluppare
vulnerabilità caratteristiche.Il terapista può usare il modello ABC come
euristica di base per ottenere informazioni organizzate, per successive
elaborazioni ed applicazioni.Quando l’obiettivo è raggiunto, ed il
terapista ha un quadro generale sufficiente, e si accorge che la relazione
con il paziente è ragionevolmente stabilita, allora egli diviene più
specifico, e dunque inizia il lavoro specialistico del trattamento
cognitivo.Il processo di sviluppo del trattamento, o anche la sua
organizzazione più razionale, può essere diviso in 8 fasi; abbiamo,
quindi, una sequenza di 8 passi.Questi passi sono tutti definiti nei
termini del modello ABC presentato più sopra.
Le
fasi sono le seguenti:
1)
Focalizzare un problema: chiedere al paziente di scegliere un problema da
quale iniziare.
2)
Valutare il C: valutare sia l’evento attivante (A) sia il problema
emotivo (C).
3)
Valutare il A: valutare ed inquadrare il restante resoconto.
4)
Confermare che A-C è il problema: collegare A con C e controllare che è
proprio questo il problema del paziente.
5)
Valutare il B: valutare le cognizioni (immagini, inferenze, valutazioni,
...) usando la concatenazione logica (thought chaining, laddering up and
down, ...).
6)
Formulazione: a) mostrare la connessione B-C, e b) ipotizzare una
formulazione della storia personale.
7)
Accordarsi sugli obiettivi del paziente, e considerare le sue opzioni e
scelte.
8)
Modificare le convinzioni.
1)
Focus sul problema
Il
terapista deve cambiare il proprio armamentario, dai primi colloqui
esplorativi centrati sul cliente nella fase di counselling, e per esempio
comunicare al paziente che ormai ha un quadro sufficientemente chiaro e
che si può passare a trattare specificamente e praticamente al principale
problema.Si potrebbe quindi chiedere, ad esempio "quale è il
problema che vuole affrontare per primo?" oppure "di quale
problema vuole parlarmi ora?", o "quale potrebbe essere il primo
argomento per iniziare?"; naturalmente, non è sempre facile
modificare una impostazione generale del paziente per giungere ad una più
mirata, specifica e concreta. Comunque, anche se il paziente può avere
parlato in modo estensivo, digressivo, oppure in modo vago, o ancora può
essere stato troppo taciturno, un punto fermo è quello di utilizzare
appieno le abilità di colloquio e counselling in modo da aiutare il
paziente ad essere più utile al trattamento; alcune domande tipiche
possono essere: "che cosa le stà succedendo ora" o "in
questo ultimo periodo in che stato emotivo si trova", o "può
farmi qualche esempio" o "se può darmi qualche dettaglio della
situazione di cui mi ha parlato...".Il problema descritto dovrebbe
contenere almeno un A, cioè una situazione, un evento o una esperienza
soggettiva, e quindi anche un C, come il soggetto si è sentito in quel
momento, come ha reagito a livello comportamentale. Alcune volte abbiamo
anche un B, cioè una interpretazione ad un qualche livello; il compito
del terapista è ci cercare di strutturare il problema nelle componenti A,
B e C secondo i passi che abbiamo schematizzato più sopra. Una volta
collegate questo tipo di informazioni è utile scriverle in uno schema o
un foglio diviso in 3 colonne, con le seguenti intestazioni: A, evento
attivante (sia reale che anticipato); B, convinzioni (pensieri, immagini,
inferenze, ...); C, conseguenze (disturbi emotivi e comportamentali). Non
appena il paziente ed il terapista analizzano in questo modo un certo
numero di problemi, il terapista può subuto vedere alcuni temi che
emergono da problemi apparentemente disparati, e iniziare a formulare idee
ed ipotesi su quali possono essere le convinzioni disfunzionali di fondo.
2)
Valutare il C
Come
abbiamo detto precedentemente, il punto di base del problema è il C, cioè
il problema emotivo del paziente, il suo stress, il suo comportamento
disfunzionale o autolesionistico. Mentre naturalmente, è vero che le
convinzioni nel B e gli eventi attivanti nel A sono strumentali nel creare
il problema che viene identificato nel C, non sarebbe utile intreprendere
un trattamento cognitivo a qualcuno che non ha veramente un intenso
problema o disturbo emotivo, né esprime lamentele nonostante le proprie
convinzioni possano essere più o meno fondate. E’ essenziale, perciò,
stabilire quando il paziente ha un problema intenso in C, per questo
dobbiamo effettuare una valutazione accurata del C. A questo proposito
possiamo distinguere reazioni emotive e reazioni comportamentali. Entrambe
possono essere utilizzate l’una per identificare l’altra, e
distinguerle ha più un valore pratico ai fini della valutazione.
Reazioni
emotive
E’
utile e pratico dividere i C emotivi in 2 elementi: l’intensità
dell’emozione (quantità), ed il tipo di emozione (qualità). I soggetti
rispondono emotivamente a eventi di vita negativi ma spesso non hanno
bisogno di un aiuto professionale psicologico o psichiatrico per le
proprie reazioni emotive, in quanto essi possono cercare una ampia gamma
di modalità di fronteggiare e risolvere i problemi quotidiani e gli
eventi negativi. I soggetti, invece, cercano un aiuto professionale
psicoterapico quando le proprie reazioni emotive costituiscono uno stress
di proporzioni elevate. Questa è la prima dimensione nella valutazione
dei C emotivi, che il terapista deve stabilire.In sostanza, il terapista
deve stabilire dove si colloca l’esperienza emotiva del paziente su una
scala (ad esempio, soggettiva) di intensità; ad esempio, distinguere se
il soggetto invece che depresso è triste, se è preoccupato invece che
allarmato o spaventato, se sia seccato piuttosto che arrabbiato.Alcune
volte è utile costruire una scala a 10 punti, in cui lo 0 è il punto
neutrale, privo di valore emotivo, mentre il 10 è il punto più intenso
che il paziente può immaginare. Quindi, il terapista ha bisogno di avere
tali informazioni prima di decidere se il paziente ha bisogno, in realtà.
Di un trattamento psicologico o psichiatrico, o più semplicemente di un
supporto, o di un consiglio; e l’andamento dello stato del paziente e le
convinzioni correlate. Questo punto è essenziale per una psicoterapia
efficace, e per considerarla con successo, perché il terapista deve poter
identificare una intensa emozione per poter collegare tale stato ad un B
importante; il paziente che è soltanto preoccupato nel C difficilmente
avrà un B con una inferenza catastrofica ma probabilmente starà pensando
in un qualche modo realistico ad un certo A.Naturalmente, questo non
significa accettare semplicemente le parole del paziente che può riferire
che si sente soltanto preoccupato o solo triste.Infatti, molti pazienti
possono essere particolarmente inibiti rispetto al comunicare emozioni
intense, oppure sono semplicemente non coscienti essendo stati molti anni
abituati ad evitare l’espressione di tali stati, oppure possono essere
carenti di una certa abilità introspettiva ed auto-osservativa, quindi il
terapista deve osservare e verificare attentamente la presenza di tali
emozioni intense. Ciò richiede una buona abilità di colloquio
psicologico e counseling, ed in tali situazioni, il terapista può
tranquillizzare e rassicurare il soggetto in modo tale che egli possa
sentirsi più sicuro di poter esplorare i propri sentimenti negativi. Se
questo non è possibile, si può utilizzare l’osservazione dei segnali
fisiologici, non verbali; a volte, il soggetto non descrive una intensa
emozione ma descrive la fisiologia, ad esempio: "non mi sento
ansioso, è soltanto il mio cuore che batte improvvisamente forte".
Altre volte l’emozione viene espressa all’esterno anche se il paziente
non descrive nulla che possa riferirsi a questi tipi di segni ma in
qualche modo tali segni fisiologici sono osservati. Questo può aiutare il
terapista ad intraprendere una ipotesi relativa ad una certa emozione. Se,
ad esempio, un paziente è attualmente non in grado di percepire una
attivazione emotiva allora può essere utile un esercizio di base,
derivato dalla Terapia Gestalt, per allenarsi alla auto-osservazione che
può gradualmente aumentare il livello di consapevolezza (Norcross,
Goldfried, 1992). Altri soggetti hanno il problema contrario; piuttosto
che reprimere le proprie emozioni sono invece ipersensibili alla
attivazione emotiva. I soggetti possono variare nella soglia di
tolleranza, nella attivazione delle reazioni emotive, al punto che alcuni
pazienti possono avere una soglia molto bassa e reagire rapidamente ed
improvvisamente a piccoli stimoli "avversivi", ad esempio un
soggetto può reagire in modo arrabbiato ad un lieve inconveniente, o
avere una reazione di panico ad una piccola sensazione somatica; nella RET
(ora REBT) si usa il concetto di "bassa tolleranza alla
frustrazione".Il secondo obiettivo del terapista, nella valutazione
dei C emotivi, è quello di stabilire il tipo di emozione che il paziente
sta’ sperimentando, che è attivato. Spesso il soggetto non può
esprimere il tipo di emozione, non ha un lessico adeguato, può fare
confusione rispetto alla tipologia emotiva; ad esempio, un paziente può
dire che è "un po giù" piuttosto che dire che è depresso,
oppure si sente colpevole invece di dire che ha vergogna, ecc...Una buona
regola è quella di aiutare il soggetto ad acquisire un minimo di lessico,
suggerendo almeno 3 emozioni di base come ansia, rabbia e depressione, e
spiegare che ci sono delle differenziazioni più sottili, degli aspetti
particolari, ad esempio la colpa, la depressione, l’imbarazzo, la
vergogna, l’invidia, la gelosia, e così via. Il terapista, solitamente,
spinge il soggetto ad inquadrare le emozioni come emozioni primarie, perché
è più semplice, ma può naturalmente utilizzare una ampia gamma del
lessico emotivo per differenziare i diversi scopi implicati nelle diverse
etichette emotive, se questo è possibile. Negli ABC è più semplice
identificare i C emotivi in quanto le altre informazioni rendono più
comprensibili gli scopi del soggetto e le intenzioni implicate.
Reazioni
comportamentali
Ci
sono poi i C comportamentali che possono essere sia una azione sia un
impulso ad agire che non si è realizzato. Il tipo di comportamento
solitamente viene riferito al tipo di emozione, e questo è perché le
persone non solo rispondono emotivamente alle proprie interpretazioni e
cognizioni, ma effettivamente fanno qualcosa riguardo agli A in
questione.Le emozioni di Ansia sono solitamente accompagnate da evitamento
o comportamento difensivo, che possono variare da un evitamento estremo o
ad una situazione di fuga o almeno a forme più indirette come
comportamenti di blocco e "congelamento" o altre risposte non
verbali. La Depressione, come emozione, è accompagnata da inattività,
rallentamento, mancanza di energia. La Rabbia è accompagnata da un
comportamento aggressivo, violento, che può essere indiretto o
specificamente diretto.Sebbene questi modi di fronteggiare gli eventi
possono comportare un guadagno a breve termine, ad esempio la riduzione
dello stress con l’evitamento, nel lungo termine tali comportamenti
mantengono o possono peggiorare il problema. E’ abbastanza raro che il
paziente riferisce dei C emotivi in modo ordinato e chiaro; infatti, la
separazione A, B e C è all’inizio solo presente nel punto di viata del
terapista; dal punto di vista del paziente le 3 componenti sono esperite
come se fossero una sola, ed il compito del terapista è proprio quello di
distinguere le varie parti fra loro.Naturalmente, è necessario fare
attenzione alla codifica nell’indagine sui C. Per prima cosa, deve
essere accertato che il C sia intenso ed importante; in secondo luogo, in
certe situazioni il paziente può oscillare tra due diverse reazioni
emotive, ad esempio depressione e rabbia. Quando ciò viene compreso
bisogna condurre l’assessment dell’ABC in modo tale da inquadrare
questa oscillazione e naturalmente comunicare al paziente questo quadro, e
accordarsi con lui nel trattare separatamente questi due ABC. Una terza
direttiva importante è quella di mettere in evidenza l’eventuale e
piuttosto frequente presenza di problemi sovraordinati a quello che
denuncia il paziente in prima istanza. Gli esseri umani possono infatti
non solo procurarsi un problema (che chiameremo "primario" o
1stABC), ma quando se ne accorgono possono altresì crearsi un altro
problema (che chiameremo "secondario" o 2ndABC) per il fatto di
avere il primo. Tale stato di cose complica notevolmente il quadro clinico
e rende più difficile l’intervento sul problema primario (De Silvestri,
1989; Mancini, Semerari, 1990).
3)
Valutare gli A
Il
compito di chiarire gli A è, ad esempio, di dare al paziente un evento
esemplificativo oggettivo, fattuale, specifico e ben definito, che stimola
ed innesca un C, ed in particolare che sia recente in modo che ci si possa
ben ricordare.In generale, il più comune errore è di iniziare un
assessment ABC partendo con un A molto generale, ad esempio "stare
male al lavoro". Il terapista, con la dovuta accortezza, dirige
l’attenzione del paziente all’evento che innescato direttamente la
particolare reazione descritta. Non vi è virtualmente limite a ciò che
potrebbe essere un A; è qualsiasi cosa che potrebbe accadere ad un
soggetto, ed è conseguentemente valutata da un B, e reagisce con un C. I
più ovvi eventi A sono situazioni attuali o incidenti che si verificano
nella vita quotidiana, oppure possono essere ricordi di tali eventi
recenti o passati, o anche anticipazioni di eventi che il paziente crede
che possano verificarsi, oppure possono essere immaginazioni. Comunque,
gli A possono essere egualmente sentimenti o comportamenti del soggetto
(dei C possono essere degli A), oppure i pensieri di un soggetto e le sue
credenze e convinzioni (dei B possono essere degli A). E’ importante che
il terapista aiuti il paziente a costruire dettagliatamente ed in modo
corretto una descrizione di tutti gli aspetti della situazione così da
poter essere più tardi in una posizione di "critica" efficace
della rappresentazione distorta del paziente.I pazienti non riferiscono
solitamente degli A chiari ed ordinati, invece, correntemente, essi danno
delle descrizioni in cui combinano degli eventi concreti, in cui vi sono
degli A con degli elementi di B. Ad esempio, un paziente riferiva una
descrizione fattuale concreta di un evento come quella che segue: il suo
capo gli passa davanti per strada (A) lo vede (inferenza B) e lo ignora
(inferenza 2 nel B); avendo fatto questa distinzione, il terapista ha
bisogno di comunicare questa situazione al paziente ed aiutarlo a
distinguere con maggiore precisione tra fatti oggettivi e giudizi
soggettivi.
4)
Confermare che A-C è il problema
Il
terapista comunica al paziente la propria ricostruzione della connessione
A-C in una parafrasi o usando le parole del paziente stesso, ad esempio
"Lei ha detto che si sente depresso ( C), e che è molto giù ( C),
perché ha litigato con il suo partner (A)"; il terapista controlla e
verifica che questo A-C è ciò di cui il paziente è veramente
preoccupato o che lo disturba, ad esempio, con "è questo il problema
che La riguarda maggiormente in questo momento?". Il terapista deve
essere molto attento a non sottostimare la forza della connessione A-C; i
pazienti realmente si sentono "in preda" agli A in una forte
attivazione emotiva, e si sentono sopraffatti dagli eventi. Essi si
sentono sopraffatti dagli episodi e dalle esperienze, e credono di non
avere più il controllo di tali elementi. Vari ricercatori hanno trovato,
in un vasto numero di situazioni, che i pazienti rispondono a ciò che
viene definito "stimolo biologicamente predisposto", cioè a
pericoli, minacce, di tipo sociale o fisico, che innescano meccanismi
predisposti evolutivamente e che hanno una forte scopo per la
sopravvivenza, come lotta, fuga, blocco, congelamento, subordinazione.
5)
Valutare il B
Il
compito del terapista è ora di valutare le correlate immagini, inferenze,
valutazioni, assunzioni disfunzionali, che abbiamo visto precedentemente.
Prima di fare questo, il terapista si pone come obiettivo che il paziente
comprenda che il significato che gli eventi hanno per lui, cioè il B,
quindi il significato che egli dà agli eventi, è centrale per capire il
suo problema. Raggiungere una prospettiva comune su questo punto è
essenziale per il processo di cambiamento. Per prima cosa, il terapista
deve chiarire con il paziente che l’analisi A-C è carente su questo
punto, cioè che il solo evento non può giustificare e determinare le
reazioni del paziente ( C); questo è anche perché egli stesso potrebbe
rispondere o aver risposto differentemente, anche solo in via di
principio. Il terapista cerca comunicare che la parte carente è proprio
quella del significato personale che ha, o ha avuto, per il paziente.
Quindi, il terapista riferisce che il paziente ha una "teoria
A-C" sul proprio problema; quindi si cerca di comunicare e
trasmettere al paziente un "teoria ABC". In sostanza, che le
persone non sono disturbate o preoccupate dalle cose in sé stesse, ma
dalle loro interpretazioni su esse.Ci sono un certo numero di modi pratici
di aiutare il paziente a raggiungere questi insights. Uno di quelli più
pratici è il dare un semplice A, ad esempio, se essi sentono un rumore
fuori dalla finestra della propria casa nella notte: essi possono variare
la risposta emotiva nel C, e quindi suggerirli di immaginare che possono
sentirsi ansiosi o arrabbiati o sereni, e riportare i loro pensieri nel B,
in ciascuno dei casi che porta a cambiare da un C ad un altro C.Il
terapista, quindi, modifica il problema A-C del paziente, e riferisce che
il prossimo compito sarà quello di esplorare le convinzioni proprie del
paziente nel B. Il modo migliore per scoprire specifici B del paziente è
quello di usare una conoscenza teorica sulla principale connessione B-C,
come abbiamo visto precedentemente, al fine di guidare un processo di
associazione cognitiva e sequenza logica (thought chaining, laddering up e
down, up e down arrow, ...). La sequenza spesso inizia con una inferenza,
e solitamente si inizia quando il terapista propone al paziente uno
specifico episodio A-C, egli chiede qualcosa del tipo: "Cosa succede
nella Sua mente quando Lei si sente ...". Molte inferenze possono
essere collegate in una sequenza. Immaginiamo, ad esempio, un paziente che
si sente depresso ( C), perché la propria partner non gli ha telefonato
come aveva promesso (A), egli inferisce che ciò significa che Lei è
andata con un altro uomo (prima inferenza B), e questo significa per lui
che a lei non piace più lui (seconda inferenza B), e che questo significa
che nessuna donna lo avvicinerà e che non piacerà mai a nessun’altra
(terza inferenza B). E’ raro, per il paziente, essere consapevole che il
proprio pensiero prende la forma di una inferenza, e ancora meno di una
inferenza sequenziale e concatenata; nondimeno, l’inferenza è evidente
e attiva, ed il terapista può identificarla e farla emergere nel modo
descritto.Si può sostenere che il modo in cui le persone rispondono
emotivamente nel C, riflette una combinazione di inferenze e valutazioni,
ed al termine di una catena di inferenze vi è una o più valutazioni.
Solitamente, è possibile definire le valutazioni che sono implicite in
una proposizione inferenziale. Le valutazioni sono attribuite dai soggetti
su altri soggetti o su eventi e circostanze varie. Un soggetto può
valutare una parte o un insieme globale - ad esempio, un singolo
comportamento ("questa è stata una brutta azione"), un tratto
personale o un ruolo ("Lui è un pessimo dottore") oppure
valutare una persona globalmente, come un tutto ("Lui è totalmente
negativo").Generalmente, certi tipi di valutazione sono associati con
uno stress intenso. Tra le valutazioni più rilevanti vi sono le
valutazioni personali negative - giudizi interpersonali globali e stabili
sul valore totale di un soggetto. Dato che le valutazioni negative
personali sono una componente veramente chiave del processo di assessment
sono stati sviluppati, da parte di numerosi autori, vari strumenti che
valutano questo tipo di cognizione; ad esempio il Evaluative Beliefs
Scale, o il Disfunctional Attitude Scale (Freeman et al., 1990).In un
paziente, gravemente disturbato a livello emotivo nel C, è probabilmente
radicata una valutazione globale negativa, sia nei riguardi di Sé, o di
altri o di specifici episodi. Quando una emozione è rabbia il terapista
cerca solitamente una valuazione negativa di tipo "Sé-Altri".
Quindi, nel nostro precedente esempio con il soggetto che teme di essere
rifiutato, egli sentirà forte rabbia verso il partner, e così starà
formulando un qualche tipo di giudizio negativo su Lei come
"persona". Quando l’emozione è ansia o depressione spesso
abbiamo delle sequenze cognitive che spesso svelano prima una inferenza su
una valutazione negativa del tipo "Altri-Sé", ed in ultimo
terminano con una valutazione "Sé-Sé". Per ritornare al nostro
esempio, se il soggetto si sente depresso, egli potrebbe credere che la
sua partner, che ora starebbe con qualcun’altro, lo vede come
globalmente inadeguato, e lui potrebbe anche essere d’accordo con tale
giudizio, e quindi formulare, alla fine, una valutazione di tipo "Sé-Sé".
Praticamente, valutazioni di tipo "Altri-Sé" possono essere
dedotte e quindi inferite (per esempio, tu mi ignori, e per questo io
inferisco come se io non valessi nulla).Virtualmente, tutte le valutazioni
personali negative si innescano perché il soggetto crede e giudica
qualcuno (sé compreso) o qualcosa come deficitario ad un qualche livello,
e tali valutazioni si accompagnano ad assunzioni disfunzionali riguardanti
il proprio senso di sé o valore personale. Ad esempio, un paziente può
comportarsi secondo una regola implicita, "sarebbe terribile se ora
facessi un errore - e ciò mi renderebbe totalmente privo di valore, e
questo non deve mai accadere". Tale regola o bisogno sono spesso
espressi spontaneamente in pensieri automatici ("non devo
sbagliare...") o emergono durante o al termine dell’assessment di
una sequenza inferenziale.
6)
Formulazione: a) collegare i B con i C, b) collegare il ABC alla Storia di
Vita
Una
buona formulazione dei problemi del paziente può essere pensata come una
analisi ABC di episodi ed eventi, ed un assessment ragionato della Storia
di Vita.Nel processo di valutazione degli A, dei B, e dei C, il terapista
produce una formulazione cognitiva del problema specifico. Tale
formulazione illustra in modo pratico che le cognizioni nel B stanno
generando problemi emotivi e comportamentali nel C, dato un certo A. In
sostanza, si collegano i sentimenti del soggetto e i comportamenti in una
situazione al significato personale che l’evento ha per lui. Il
terapista facilita l’acquisizione di questo insight mostrando come un
evento soltanto non necessariamente conduce ad una specifica emozione o
uno specifico comportamento che il paziente ha, o sta’, sperimentando;
egli stesso, in un’altra occasione nella propria vita, oppure un’altra
persona, potrebbero rispondere in modo differente. Comunque,
autovalutazioni globali stabili negative implicano sempre sentimenti di
depressione.Il terapista ed il paziente, insieme, si pongono lo scopo di
riflettere e giungere ad una formulazione sulla storia di vita del
soggetto, per cercare di spiegare come mai il soggetto abbia acquisito
quella certa vulnerabilità. La vulnerabilità è definita come una
valutazione personale negativa, con uno stress associato. Questa
formulazione riguarda le origini della vulnerabilità psicologica del
paziente (solitamente acquisita nello sviluppo), come il paziente si
sviluppa in un dato stile interpersonale che lo protegge contro le
occasioni in cui potrebbero riconfrontarsi con autovalutazioni negative e
stress intenso, e anche quando gli episodi di stress si sono manifestati
(spesso innescati da vari eventi cruciali della vita, "life events").
In particolare, deve essere ben considerato in quale direzione evolve il
proprio stile interpersonale, se nella direzione di un deficit di
attaccamento, di relazioni personali, o verso un deficit di autonomia, di
efficienza personale (Lorenzini, Sassaroli, 1995). Il terapista aggiorna
costantemente le informazioni sulla storia di vita del soggetto (anamnesi
e formulazione) man mano che tali informazioni emergono.
7)
Stabilite l’obiettivo e le opzioni alternative
Il
terapista chiede al soggetto di riesaminare e riformulare il problema in
termini di schema ABC, e di confrontarlo con la propria esposizione
originale A-C del problema. Quindi, il terapista chiede al paziente di
determinare e scegliere il suo obiettivo per la terapia (ad esempio,
"che cosa le piacerebbe cambiare?", oppure "in che cosa le
piacerebbe essere differente?"). Nonostante il lavoro sui B, il
paziente può vedere ancora che il proprio obiettivo è cambiare il A, cioè
la situazione o l’evento. A questo punto, bisogna utilizzare un comune
metodo di discussione tipico della REBT, secondo cui si pongono al
paziente alcune classiche opzioni. Si dice al soggetto che vi sono solo 4
modi con cui lui potrebbe fronteggiare e rispondere a situazioni
problematiche:
a)
egli può evitare o fuggire da queste situazioni;
b)
egli può cercare di non fare nulla e far finta di niente;
c)
si può cercare di modificarle in qualche modo (ad esempio, convincendo il
capo a non licenziarlo);
Il
fatto che il paziente sia in terapia ci suggerisce che tutte questi
precedenti modi di risposta hanno fallito. Il terapista è, dunque, in una
posizione di forza persuasiva per poter formulare la quarta opzione:
d)
si può ridurre il problema emotivo e comportamentale lavorando per
modificare le proprie convinzioni e credenze di base.
Si
può sottolineare che lavorare efficacemente nel modificare i B può
positivamente influire sul cambiamento degli A, se in una situazione è in
qualche modo modificabile sicuramente il soggetto sarà più efficace nel
compiere tutti i passi concreti necessari per risolvere il proprio
problema.
8)
Modificare le convinzioni e le credenze
Se
il paziente è d’accordo con tale obiettivo, allora paziente e terapista
possono iniziare il processo di intervento cognitivo, modificando le
convinzioni attraverso un mix di discussione e verifica empirica. Ciò
richiede alcune particolari abilità nel condurre il colloquio e porre le
domande di indagine, tramite le quali bisogna cercare di dare solo piccoli
consigli diretti, ma invece cercare di elicitare suggerimenti e soluzioni
del paziente, ed in questo modo costruire la capacità del paziente a
risolvere i propri problemi. Questo procedimento, conosciuto come
"dialogo socratico", è basato sull’uso di domande chiuse e
aperte, ed è una valida aggiunta alle abilità di counseling. Un utile
esempio lo fornisce Beck (1979):<<Attraverso la formulazione della
storia di vita del paziente, il terapista ed il paziente scoprono una
alternativa alle convinzioni di base del soggetto - ad esempio, sostituire
"sono totalmente non amato" con "non mi sono mai sentito
amato da persone significative". Queste due possibilità sono quindi
confrontate attraverso la discussione delle evidenze e la verifica
diretta. E’ importante usare questi metodi con un certo accento sulle
emozioni del paziente>>.
Discutere
e testare le inferenze
Il
metodo di discutere le inferenze è basato sul metodo
"scientifico", in cui le ipotesi sono formulate e quindi
sviluppate o disconfermate assicurando le evidenze. In Particolare, il
terapista aiuta il paziente a diventare sempre più consapevole delle
proprie specifiche distorsioni cognitive (come abbiamo già esposto più
sopra) che "colorano" il proprio pensiero automatico
inferenziale, e sistematicamente lo aiuta a ridurre tale influenza. La
classica "critica" ad una inferenza è: "dov’è la prova
concreta di ciò?". Il testare le inferenze comporta che ciò che la
REBT chiama "risk-taking" (correre il rischio) - cioè il
paziente lavora gradualmente verso un diretto confronto con il compito
temuto così da testare le proprie influenze che in tal modo possono
fallire, manifestarsi come errate, essere rigettate, ...(De Silvestri,
1981a). Naturalmente, questo può succedere; Le inferenze, possono o
possono no essere vere, e questo si riflette nella scelta di quale
"test", vale a dire di quale prova e tentativo, usare e quando.
Un esempio molto forte di tale procedura è nel metodo di Clark nel
trattamento degli attacchi di panico (Clark 1986; Clark et al., 1985,
1991, 1996; Dell’Erba, 1997b): l’inferenza del paziente è che
sensazioni come la pulsazione cardiaca o il dolore intercostale sono
sicuri indicatori di un infarto imminente; la convinzione alternativa è
che i sintomi siano effetti collaterali della iperventilazione; dopo avere
valutato il grado di convinzione, il paziente affronta una prova empirica;
in tale prova è facile dimostrare al soggetto che i sintomi si verificano
solo quando il paziente iperventila, e si bloccano quando egli corregge la
respirazione; il paziente allora rivaluta il grado della propria
convinzione, e si impegna ad abbandonare le proprie convinzioni
infondate.Questo metodo di discutere e testare può essere usato con un
vasto insieme di differenti tipi di inferenze; di una certa importanza
sono le valutazioni "Altri-Sé" inferite dal paziente. Alcune
volte, il soggetto inferisce valutazioni negative globali da parte degli
altri (ad esempio, "la gente mi vede come un completo idiota"),
ed egli può usare queste asserzioni come se fosse veramente negativo,
senza valore, incapace, inutile, ecc.. La critica focalizza il cuore di
una seconda inferenza importante, cioè che il soggetto crede che qualcosa
del contenuto della prima inferenza sia vero: "se gli altri credono
in un certo modo, allora deve essere vero". Ad esempio, in risposta
alla domanda "se la gente crede che lei non è OK, allora Lei
veramente non è OK?", il soggetto può rispondere che dato che
qualcuno lo crede così allora deve essere vero. Il terapista può
rapidamente attaccare criticamente questa inferenza sottostante. Un modo
è affermare un assurdo, una inferenza estrema "Altri-Sé", ad
esempio, : "supponiamo che le dico che lei è l’Arcangelo Gabriele,
questo vuol dire che lo è veramente?" oppure rivolgendosi a sé
stessi "se qualcuno entra e mi dice che sono il diavolo con le corna
e le ali, io mi sento davvero il diavolo?". In questa fase, il
soggetto può prendere la questione da un punto di vista intellettuale, e
il terapista può procedere dicendo, ad esempio, "supponiamo che io
le dica che lei è un completo incapace, come si sentirebbe?". Questo
solitamente innesca una prospettiva emotiva.Soltanto quando gli altri ci
danno stimoli fortemente negativi, ad esempio che qualcuno ci rifiuta, noi
possiamo avere paura che tale giudizio negativa sia fondato, in qualche
modo. In altre parole, possiamo essere d’accordo con gli altri in quanto
noi già pensiamo che tale valutazione sia vera. Il terapista mostra molto
accuratamente che dato che noi crediamo di essere "non OK",
attribuiamo questa stessa convinzione anche alle altre persone, alle quali
però potrebbe non appartenere.
Discutere
e testare le valutazioni
Nella
REBT sono descritte varie tipologie di valutazioni (De Silvestri, 1981a),
solo alcune delle quali producano forti stress emotivi e richiedono quindi
una potente critica. A scopo esemplificativo consideriamo il processo in
relazione alle valutazioni personali negative, la tipologia forse più
frequente, sebbene il metodo sia identico per gli altri tipi di
valutazione.Ci sono tre stadi principali nella critica delle valutazioni
personali, ed ognuno di essi richiede una certa quantità sia di
discussione sia di verifica empirica che di lavoro esperenziale. Primo, il
terapista chiarisce che la valutazione della persona è infatti globale e
stabile, e lavora su tale questione e cerca di confutarla. Lo scopo è di
incoraggiare il soggetto a valutare solo il comportamento, ed evitare i
giudizi globali sulla persona, "come se le persone fossero tutte in
un modo o tutte in un altro". Il principio di questo tipo di critica
è: "valuta il comportamento, non la persona"; ad esempio,
comportandosi in modo sbagliato (quando eventualmente lo ha fatto) questo
non significa "essere sbagliato". Parte di questo processo
comporta il cercare le evidenze, e parte cercare metodi di insight ed
auto-osservazione, e si pone come obiettivo di evidenziare
l’impossibilità di chiunque di essere totalmente e per sempre qualcosa,
e secondariamente, di focalizzare dove è l’origine di valutazioni
negative personali così stressanti. Un aspetto importante nella ricerca
di evidenze di una valutazione "Sé-Sé" è che spesso il
paziente crede che anche le altre persone lo valutino allo stesso modo
come lui fa (abbiamo già affrontato il modo di criticare praticamente
tale assunto). Un altro esempio di interessante deficit di evidenza il
paziente lo può manifestare riguardo le cognizioni concernenti il proprio
umore. Ad esempio, se egli dice che è depresso, e per questa ragione non
vale niente, perché secondo il soggetto, se fosse stato OK non si sarebbe
sentito depresso (questo è ciò che D.Burns (1980) chiama
"ragionamento emotivo"). Le emozioni non possono essere usate
come evidenza di nulla, salvo che, per una verità autoevidente, per
riferire che il soggetto ha una tale emozione. Il paziente può anche
ricordare che l’emozione è una conseguenza delle proprie credenze, non
la causa.Il secondo aspetto della critica delle valutazioni è quello in
cui il terapista espone una regola implicita, una assunzione
disfunzionale, che guida un processo autovalutativo (come abbiamo visto
precedentemente); ad esempio, la assunzione del tipo "valgo se ho
successo, rispetto, o sono amato". Il paziente ed il terapista
lavorano insieme per formulare, chiarire, ed esplorare i suoi aspetti
sulle relazioni interpersonali, per tracciare le sue origini, e per
valutare se essa sia coerente con altre informazioni e conoscenze che il
paziente ha appreso su sé e sugli altri.Infine il paziente ed il
terapista possono pianificare uno specifico tipo di test, sviluppato da
Ellis e comune nella REBT, chiamato "shame-attacking" (esercizio
anti-vergogna). La vergogna è una delle principali conseguenze di una
autovalutazione globale di stupidità, inadeguatezza, inutilità, mancanza
di valore, e così via. Questo esercizio è differente dal "risk-taking"
in quanto non si chiede al soggetto di fare qualcosa per dimostrare che è
capace a farlo, ad esempio, che è capace di fronteggiare qualche
situazione difficile o acquisire qualcos’altro, per avere
l’approvazione o il rispetto di qualcuno. L’idea è, invece, che il
paziente intenzionalmente pianifica un fallimento un errore, e non
certamente per avere approvazione o rispetto, ma per ricercare una brutta
figura, in modo tale che possa riconoscere, emotivamente e
intellettualmente, che egli può comunque sopravvivere a tali stimoli
temuti e minacciosi indirizzati alla propria immagine (sia immagine
sociale che autoimmagine, (De Silvestri, 1981a, 1981b; Castelfranchi,
1989; Miceli, Castelfranchi, 1992)), e che non ha alcun bisogno di vivere
nella continua paura di essi. Il punto dell’esercizio è proprio la
critica della assunzione disfunzionale generale che sottostà ad una
valutazione globale personale - che le persone hanno valore solo se hanno
successo, se sono amate, ecc.. Invece, il soggetto conferma e si confronta
con la opposta convinzione, cioè che una persona ha valore anche se si
comporta in modo sbagliato, non OK; e ciò semplicemente perché gli
esseri umani sono fallibili. L’esercizio di "shame-attacking"
ha bisogno di essere programmato con cura sia nei modi sia nei tempi, ma
offre al soggetto una assicurazione emotiva potenziale più grande
rispetto al "risk-taking" in quanto il paziente si confronta con
le paure più direttamente.Pianificare gli homeworks, i compiti a casa, può
essere una utile aggiunta alla seduta di terapia. Tutti i processi
descritti possono essere organizzati in modo collaborativo con il paziente
in forma di esercizi.Nella prescrizione dei compiti, deve essere per prima
cosa tenuta presente la peculiare convinzione del paziente
(disfunzionale), e la convinzione alternativa; inoltre, bisogna decidere
se un compito è davvero un test per una certa credenza, e se è
maneggevole e sicuro per il paziente; infine, organizzare la esecuzione
dei compiti in una data precisa, e che sian5o possibilmente discussi nella
seduta successiva.Solitamente, si usano gli homeworks con la maggior parte
dei pazienti, ma alcune volte ciò non è possibile. Comunque, bisogna
puntualizzare che raramente delle convinzioni vengono modificate con il
lavoro intellettuale usato da solo, e che è utile il lavoro prativo dei
compiti per avere informazioni e prove per testare le inferenze e le
convinzioni disfunzionali, in quanto in tal modo si coinvolgono sia
l’attivazione delle emozioni sia il comportamento reale del soggetto.L’ideale
è che il paziente sia sinceramente motivato sia nel lavoro intellettuale
che negli esercizi e nelle prove pratiche.
Conclusioni
parziali
Un
principio deve restare saldo: le persone si comportano in un certo modo in
quanto agiscono sulla base di credenze e ragioni (Boudon, 1994; Miceli,
Castelfranchi, 1995); tali ragioni appaiono ad essi perfettamente
giustificate e fondate; tali informazioni, credenze e ragioni, devono
essere l’obiettivo del trattamento cognitivo. La critica deve modificare
il fondamento di ragioni disadattive e disfunzionali, e spingere il
soggetto a formulare nuove evidenze e nuove ragioni per un comportamento
alternativo.La base del cambiamento è la modificazione delle credenze,
quindi ogni intervento ha come base razionale tale principio. Anche
interventi tesi alla acquisizione di abitudini, svolte in base alla
ripetizione, hanno lo scopo di sviluppare la formulazione, da parte del
soggetto, di una buona ragione per acquisire quel comportamento, e per
svolgere l’esercizio di ripetizione. In caso contrario, nulla viene
mantenuto.Le persone dipendono dalle informazioni, sia dell’ambiente sia
possedute da essi stessi; è di tali informazioni che il trattamento
cognitivo deve occuparsi.
Parte
2
Micro-Tecniche
cognitive
Le
micro-tecniche non sono le "tecniche" nella psicoterapia, ma
sono appunto pensate come interventi mirati alla risoluzione di problemi
specifici. Sono appunto "micro" in quanto ognuno di tali
interventi può essere più volte reiterato nel corso della seduta o
essere usate in sequenza più micro-tecniche.Il quadro generale è il
modello cognitivo ABC, dove il lavoro principale del terapista è quello
di rendere le informazioni del paziente adeguate ad un trattamento.
L’uso delle tecniche è visto come un aspetto particolare del più
generale processo psicoterapeutico, e non facilmente pensabile al di fuori
di un modello ABC (che ciò sia esplicito oppure no non ha tanta
importanza).Una seduta può contenere un intervento o molti interventi
diversi; questo dipende dagli scopi strategici del terapista e dagli
specifici problemi trattati in seduta. Alcuni problemi sono
particolarmente sensibili ad alcune tecniche o micro-tecniche specifiche,
altri problemi rispondono a una varietà di interventi diversi; nella
maggior parte dei casi specifici problemi sono trattati da specifici
interventi.Le micro-tecniche non esauriscono gli interventi della
psicoterapia, né sono di per sé l’intera psicoterapia; questi
interventi sono gli strumenti operativi che il terapista usa in un
contesto di psicoterapia, dove, naturalmente, vi sono altri accorgimenti
necessari.Altrove (Dell’Erba, 1997a; Bergin, Garfield, 1994) sono stati
discussi i cosiddetti "fattori comuni" delle psicoterapie che
possiamo sintetizzare come segue:
1)
Addestramento, allenamento, insegnamento, apprendimento, educazione, ....;
2)
Concettualizzazione, esplorazione, chiarificazione, interpretazione,
consiglio, ....;
3)
Ascolto, incoraggiamento, supporto, sostegno, fiducia, dimostrazioni di
affetto, ...
Le
micro-tecniche non attengono ad uno specifico fattore generale (ad
esempio, concettualizzazione, ecc.) ma sono distribuite variamente in
tutti gli aspetti tecnici ed operativi della psicoterapia.Molti autori
(Beck e collaboratori,1976, 1979, 1985, 1990;Emmelkamp, 1994; Freeman et
al., 1990; Schuyler, 1991; Leahy, 1996; Norcross, Goldfried, 1992; Mahoney,
1995) dividono gli interventi, all’interno della psicoterapia cognitiva,
in interventi cognitivi e interventi comportamentali; qui, non si farà
questa distinzione. Ogni intervento, ogni micro-tecnica, è sia cognitiva
che comportamentale, alcune volte un po’ più l’una dell’altra, e
ogni intervento attiva sia processi cognitivi (inferenze, valutazioni,
assunzioni disfunzionali, schemi) sia procedure comportamentali (verifica
empirica, ripetizione, controllo, azioni specifiche). Ogni intervento è
mirato ad un dato problema che può essere definito sia come processo
mentale che come attivazione comportamentale. Ad esempio, tenere una
scheda di automonitoraggio di un sintomo può essere sia descritto come
comportamentale (una azione che è finalizzata) sia come cognitivo (un
processo mentale che è orientato da uno scopo verso quella meta
utilizzando le varie risorse attentive, mnestiche, percettive,
discriminative, inferenziali, deduttive).Le micro-tecniche descritte non
sono le uniche tecniche, interventi, o micro-tecniche esistenti e
possibili; questo per almeno due ragioni: i modi per cambiare sono
numerosi, e non tutti questi modi possono essere conosciuti alla stessa
maniere da tutti i terapisti, sia cognitivi che di altri orientamenti. Le
seguenti tecniche pratiche sono quelle che più sono usate da chi
scrive.In generale, infine, può essere ricordato che vi sono molti modi
per aiutare il paziente a modificare il proprio modo di funzionare, ad
esempio nel B, e questo può essere riassunto con alcune considerazioni di
Bandura (1994). Relativamente ai processi cognitivi coinvolti nel
cambiamento utile al benessere, Bandura sostiene che le convinzioni di
autoefficacia sono un prodotto complesso composta da autopersuasione,
basato sull’elaborazione cognitiva di varie fonti di informazione
acquisite attraverso l’azione, vicariamente, attraverso l’influenza
degli altri, e interpretando i propri processi fisiologici. Ognuna di
queste informazioni può essere oggetto di un intervento, o in altri
termini, ognuna di queste variabili può essere modificata per costruire
un intervento cognitivo in una psicoterapia (non solo cognitiva).
Capire
i significati personali tipici
Solitamente,
i termini usati dal paziente sono particolari, idiosincrasici, personali,
e il terapista non può dare per scontato che un tale concetto sia
padroneggiato e posseduto, o un certo termine sia usato nello stesso campo
di applicazione. Spesso anche tra professionisti l’accordo sui
riferimenti semantici di un termine, pur centrale o frequente o "alla
moda", non è scontato. Inoltre, con pazienti aventi disturbi del
pensiero, con particolari elaborazioni deliranti o subdeliranti,
l’accordo sulla terminologia "tecnica" è pressoché nullo.In
tale questione il terapista chiede chiarimenti su particolari termini
usati dal paziente. Ad esempio un paziente può usare il termine ansioso
per descrivere il proprio stato di ostilità, un altro può definire sè
stesso come disgustato piuttosto che descriversi come deluso
o come arrabbiato (ciò è tipico quando si ha a che fare con i
termini riguardanti le emozioni).In sostanza, questo intervento ha lo
scopo di aiutare il paziente ad esplicitare la propria specifica
definizione del termine che usa, in modo da rendere comprensibile il
modello implicito che ha per comprendere il fatto o l’evento a cui è o
è stato esposto.Spesso, può essere utile soffermarsi sulla distinzione
tra termini, in quanto ciò agevola sia la discriminazione successiva sia
l’acquisizione di vocabolario condiviso che è un aspetto importante per
il proseguimento degli interventi.Ovviamente, la richiesta di
chiarificazione del terapista non deve risultare un atto di accuso o una
indicazione di ignoranza, il che porterebbe il paziente a diffidare del
terapista o a chiudersi "in difesa" da possibili svalutazioni.In
alcuni casi, tuttavia, deve essere corso il rischio di richieste di
chiarificazioni che appaiono scontate o banali ma che possono rivelarsi,
ove si trascuri il chiarimento, fonte di equivoci.E’ sempre utile
schematizzare o ricollegarsi al modello generale (ad esempio, il modello
cognitivo ABC) in quanto il soggetto può non sapere ancora orientarsi o
utilizzare concetti impiegati nel trattamento.
Analisi
delle evidenze e dei dati
La
richiesta di fornire la dimostrazione o l’evidenza sulla quale il
paziente poggia le proprie credenze o il pensiero automatico disfunzionale
è utile al terapista per verificare la consistenza dei dati e delle
esperienze per poterle testare con il paziente.Tutte le persone usano
certe proprie personali evidenze per mantenere o rafforzare una idea o una
credenza. E’ utile insegnare al paziente ad identificare e mettere in
discussione l’evidenza e i dati usati per mantenere le proprie idee
inefficaci e disfunzionali. Per fare ciò deve essere identificata con
chiarezza le fonte dei dati stessi e il ragionamento eventuale che il
paziente effettua per dare rilevanza a essi.Porre l’accento sui dati
dell’esperienza non è sempre un lavoro facile in quanto l’iniziale
messa in discussione di una evidenza "sensoriale" o
"percettiva" è un fatto indubitabilmente contro-intuitivo,
tuttavia tramite questa tecnica il paziente può accedere alla migliore
valutazione degli eventi; inoltre, il terapista può evidenziare come il
soggetto abbia utilizzato determinati processi cognitivi o abbia commesso
determinati errori cognitivi, e ciò è determinante per l’analisi del
personale stile disfunzionale di ragionamento e quindi per l’eventuale
addestramento e modificazione.Il terapista, in questa maniera, può
disporre una modificazione dello stile attribuzionale del paziente e un
allenamento mirante al miglioramento degli errori cognitivi.
Riattribuzione
Alcuni
pazienti si prendono su di sè tutta la responsabilità degli eventi
accaduti e di specifici errori o disgrazie che si sono verificate nella
loro vita, altri invece non si curano affatto di analizzare la minima
possibilità che in qualche circostanza possano aver giocato fortemente in
senso causale sulle sorti di un qualche accadimento. Questa differenza tra
le varie persone è dovuto alla differenza dello stile di attribuzione
delle cause degli eventi, processo molto noto e molto importante
nell’esame dei processi di ragionamento e di assunzione di responsabilità.Alcuni
pazienti si lamentano profondamente sentendosi colpevoli di eventi
apparentemente lontani e distanti da essi (senza un apparente legame
causale ad occhio esterno), altri si lamentano per aver subito danni per
colpa di altri, o per "colpa" del caso, senza alcuna
attribuzione di propria responsabilità.In questi casi il terapista può
aiutare il paziente a distribuire la responsabilità in modo ragionevole
tra le relative parti in gioco. C’è da rilevare che, se il terapista
prende una parte di troppo supporto il paziente può classificarlo come un
amico o familiare che comunque, come tutti gli altri non può essergli di
aiuto perché "non può capirlo in ciò che prova", se invece il
terapista tende a caricare troppo i paziente di responsabilità egli si
potrà sentire attaccato o criticato troppo duramente e con ciò
abbandonare il rapporto terapeutico, agire contro il terapista, commettere
un atto di protesta, o agire contro sè stesso sentendosi senza
speranza.Il terapista può agire invece prendendo un posizione mediana
aiutando il paziente a riattribuirsi le proprie responsabilità
ragionevolmente senza prendersi tutte le critiche o le lamentele da parte
di altri o da sè stesso.Il concetto chiave che può essere spesso
riaffermato è che il soggetto è responsabile sia delle proprie attività
mentali (desideri, credenze, scelte, errori, ...) sia delle proprie
emozioni, come anche della propria condotta.
Esaminare
le opzioni e le alternative
Questa
strategia cognitiva riguarda il lavoro con il paziente teso a generare
opzioni aggiuntive. Se il paziente ad esempio crede di avere una sola
scelta, quella di uccidersi, e di avere esaurito le altre a disposizione,
allora è molto probabile che egli potrà portare a termine l’intenzione
suicida; se il terapista adotta una posizione secondo la quale il suicidio
è "sbagliato", "inutile", "illogico", o
altro, egli correrà il rischio di essere in diretta opposizione col
paziente; il conflitto di posizione potrà portare il paziente ad un
atteggiamento di sfida, oltre che alla possibile rottura del rapporto, e
ovviamente al rischio di comportamenti dannosi per sè. Il compito
primario del terapista è sempre quello di generare scelte possibili e
credibili, non di screditare quelle possedute dal paziente, almeno in un
determinato tipo di situazioni (come nel rischio di suicidio).Quando il
paziente ha scelte ed alternative per pensare e nelle quali credere, egli
ha una scelta più grande ed è quindi più libero. Molto spesso i
pazienti ansiosi (anche quelli con attacchi di panico) o quelli depressi
considerano le cose per un solo verso ed hanno presente l’aspetto più
negativo delle situazioni, come pure credono di non "avere
scampo", o essere "intrappolati" in varie situazioni ed in
varie modalità; in queste situazioni quando il paziente inizia a
considerare credibilmente altre opzioni e altri modi di vedere o
considerare le cose iniziano ad assumere più controllo sul proprio
pensiero e sul proprio comportamento.
Decatastrofizzare
Se
il paziente vede un esperienza come potenzialmente catastrofica, il
terapista può aiutare il paziente a considerare se egli non stia
sovrastimando la natura catastrofica della situazione. Ad esempio il
terapista può proporre "cosa può farti di male ciò?", oppure
"che danno particolare ti comporta ciò?", o anche "se ciò
accade come pensi che ti sentirai fra un mese (o una settimana, o
altro)?" Il terapista propone degli stimoli tendenti a
"forzare" una visione diversa della situazione, una prospettiva
meno a senso unico, meno catastrofica. Se il paziente considera lo stimolo
minacciante o il pensiero negativo o la situazione da evitare come
l’aspetto centrale della propria vita allora l’ansia o la depressione
o l’emozione specifica associata alla situazione sarà intensa e
drammaticamente resistente, ma se il terapista riesce a decentrare o
articolare l’interesse del paziente su più aspetti o parti dello stesso
aspetto generale allora l’aspettativa di "rimanere senza
niente" o "essere scoperto (nel senso di esposto)" o anche
"perdere l’unica cosa che ..." perderà importanza. E’
importante che il terapista riesca a promuovere nel paziente una
prospettiva realistica delle conseguenze associate ad una certa situazione
temuta o evitata. Un aspetto non secondario è la sensibilità del
terapista nell’evitare di esporre il paziente ad autovalutazioni
negative, o che si senta ridicolizzato o sminuito, mentre affronta il
compito di prospettarsi il danno realistico piuttosto che il danno
irrazionale e catastrofico, e lo stesso vale per le conseguenze
associate.Alcune volte è utile fare l’esperienza dalla situazione per
ricavarne il dato realistico altre volte è utile il ricordo soltanto, ma
il paziente deve essere stimolato al confronto tra le proprie aspettative
riguardo allo stimolo (un pensiero, un segnale dal proprio corpo, una
certa situazione sociale) e delle valutazioni più moderate e realistiche.
Fantasticare
le conseguenze
In
questa tecnica si chiede al paziente di esporre le fantasie e le immagini
riguardo ad una certa situazione problematica. Spesso il paziente mentre
descrive i dettagli a riguardo evidenzia delle credenze del tutto
irrazionali ed irrealistiche. Se il paziente esprime delle fantasie
realistiche il terapista ha la possibilità di addestrare il paziente a
migliori strategie nel padroneggiare il pericolo temuto o la situazione
problematica; se il paziente invece produce delle fantasie irrealistiche
sulle conseguenze allora il terapista può confrontarlo con i suoi dati
disponibili o con altre situazioni simili.L’utilità del produrre
fantasie è che, insieme al materiale immaginifico, il paziente produce
credenze e teorie sulle cose e sugli avvenimenti, nella forma
esemplificativa di singole situazioni, e dunque il terapista può disporre
di materiale potenzialmente disponibile all’analisi di distorsioni
logiche o alla evidenziazione delle valutazioni personali del paziente in
relazione a specifiche situazioni critiche.Infine, il tentativo di
previsione effettuato dal paziente attraverso l’immaginazione è esso
stesso un veicolo di costruzione o ristrutturazione dei dati in possesso,
nel quale viene modificato l’assetto di dati di conoscenza implicita o
tacita in dati espliciti disponibili all’analisi e alla modificazione.
Analizzare
vantaggi e svantaggi
Avere
una lista dei vantaggi e degli svantaggi riguardo al mantenere o cambiare
alcune proprie credenze o comportamenti può aiutare il paziente a
raggiungere maggiore equilibrio e prospettiva. Una tecnica di graduazione
può aiutare il soggetto ad abbandonare un atteggiamento cognitivo
"tutto o niente" per acquisire uno che prenda in considerazione
le possibilità eventuali dell’esperienza, e quindi considerare i
sentimenti, i comportamenti, o le credenze come aventi sia qualità
negative che positive.Se un paziente che ha una visione assolutistica di
un aspetto della propria vita acquisisce la possibilità di considerare
sia l’aspetto negativo che quello positivo dell’evento (o degli
eventi) allora egli può raggiungere una più ampia prospettiva nel
considerare gli stessi fatti, e ovviamente concettualizzarli in modo più
completo e ricco.Questa tecnica può essere usata nell’aiutare il
paziente a scegliere un modo di azione piuttosto che un altro, a vedere un
fatto in un modo o in modo diverso, a considerare certi sentimenti
piuttosto che altri. L’aiuto fornito dal terapista consiste soprattutto
nel fornire adeguati casi o stimoli concernenti le parti opposte a quelle
possedute e cristallizzate dal paziente. Certo è che l’analisi di punti
nuovi di osservazione, di elementi non congrui con schemi posseduti, e
comunque ogni stimolo che spinga il paziente a delle accomodazioni non è
una via semplice ed agevole; il terapista deve considerare continuamente
lo sforzo fatto dal paziente nella modificazione delle credenze possedute
per non esporre il soggetto a sentimenti di incomprensione e
svalutazione.Il paziente può utilizzare una modalità molto pratica di
valutare i vari punti connessi ad una questione, ponendo i vantaggi da un
lato e gli svantaggi dall’altro (in colonne) e pesando ogni item, per
poi valutare nell’insieme la situazione. Questa tecnica può aiutare il
soggetto anche a "vedere" una situazione nell’insieme, nelle
sue diverse ed opposte articolazioni, e ciò aiuta a prendere decisioni
ragionevoli.
Modificare
gli svantaggi in vantaggi
Ci
sono delle volte in cui un fatto negativo può giocare un ruolo positivo
per il paziente, e quindi una prima valutazione negativa può essere
sostituita da una successiva valutazione positiva. Ci sono dei pazienti
che secondo il loro umore e il loro stato possono non vedere assolutamente
l’aspetto positivo della situazione, tanto da considerare il terapista
un ingenuo o un inguaribile "ottimista", ma il lavoro per la
ristrutturazione di una nuova prospettiva deve essere pazientemente
tentato sempre poggiandosi su una base realistica. Ogni situazione è
costituita da un lato positivo e da uno negativo, a secondo delle premesse
e dell’umore del soggetto, ma è anche vero che ogni punto di vista può
essere cambiato se il cambiamento si accorda con una buona relazione tra
paziente e terapista, in modo che i dati proposti dal terapista siano
considerati dal soggetto nella giusta luce e secondo la gradualità
proposta dal terapista stesso. Spesso le proposte del terapista sono
giudicate irrealistiche dal paziente il quale considera la propria
posizione quella vera, allora può essere utile per il terapista
trasformare entrambi i punti come estremi ed irrealistici e puntare in
collaborazione con il paziente verso una posizione intermedia, che a volte
è necessario costruire o formulare partendo da zero.
Etichettare
le distorsioni
La
paura dell’ignoto è frequentemente uno degli aspetti salienti nei
resoconti dei pazienti ansiosi. Il terapista allora può aiutare il
soggetto ad identificare ed etichettare i meccanismi del fenomeno come le
proprie distorsioni cognitive, e facendo ciò molto spesso l’ansia
associata diminuisce.Uno dei primi passi verso l’auto conoscenza è una
identificazione degli errori del proprio pensiero. In terapia, i pazienti
possono trovare utile etichettare le particolari distorsioni cognitive che
essi notano ed identificano nel proprio pensiero automatico e
nell’analisi delle proprie valutazioni. Può essere spesso utile fornire
al paziente una lista di riferimento delle comuni distorsioni cognitive,
oppure discuterla in seduta anticipatamente. Una volta apprese le comuni
distorsioni, il paziente è in grado di autocorreggersi o quanto meno di
auto segnalarsele, per poi eventualmente lavorare su di esse in seduta.Un’altra
utilità associata a questa tecnica è quella di acquisire lo stesso
linguaggio, e così procedere più speditamente e senza fraintendimenti.
In questo modo il paziente, pian piano inizia a "vedere" gli
eventi dal punto di vista cognitivista, essendo le etichette non meramente
parti del vocabolario del terapista ma strumenti di lettura dei meccanismi
cognitivi impiegati dalle persone.Un accenno deve essere fatto alla
questione delle etichette delle emozioni, dove è sempre necessario
chiarire non soltanto i termini associati ai singoli stati emotivi
espressi (in vario modo) dal paziente ma anche dare un accenno sulla
natura delle emozioni di base, del loro radicamento evolutivo, del
significato che ciascuna ha per l’uomo in genere, e a quali scopi
ciascuna risponde. Tali chiarimenti non devono ovviamente assumere
l’aspetto di una "lezione" ciò nondimeno è utile discutere
con il paziente di tali concetti.
Associazioni
guidate e scoperta
Spesso
con semplici domande è possibile indagare i significati personali
connessi a determinate esperienze di vita del paziente. Domande come ad
esempio " E allora?", "Che cosa potrebbe significare ciò?",
"Che cosa potrebbe succedere se...?", "Cosa ti succederebbe
nel caso che ...?", "Quale è il tuo personale danno... ?",
possono evidenziare lo schema posseduto dal soggetto nella elaborazione
dell’evento, e contribuire a "smontare" quello schema
preconfezionato al quale il paziente fa’ continuo e generale
riferimento. La esplorazione che il paziente intraprende è la
concatenazione di idee secondo una logica e un percorso che guida il
paziente verso un potenziamento di conoscenza e di prospettiva sia
personale che ambientale.Può essere molto utile per il paziente esprimere
liberamente delle associazioni riguardo un certo stimolo o
situazione-stimolo proposta dal terapista in modo tale che siano
accessibili nel contesto della seduta idee, credenze, immagini che
contribuiscono a determinare nelle rappresentazioni del paziente stimoli
di innesco di schemi emotivi e cognitivi posseduti dal paziente, che sono
più vicini al contesto naturale di vita.
Paradossi
ed esagerazioni
Portando
un’idea al suo estremo, il terapista può aiutare il paziente ad
affrontare una credenza più direttamente. Certamente, il terapista deve
essere molto cauto nel non ridicolizzare, insultare, o imbarazzare il
paziente. Quando il terapista accentua un atteggiamento estremo,
focalizzando termini assoluti come "mai", sempre",
"nessuno", "tutti", ... il paziente spesso sarà
spinto a modificare il suo atteggiamento da una visione estrema ad una
posizione più mediana. C’è comunque un rischio che il paziente, ad
esempio depresso, possa prendere sul serio tale intervento del terapista e
vedere confermato il proprio sentimento di mancanza di speranza, oppure ad
esempio nel paziente fobico, vedere confermato il rischio del pericolo
personale.Il terapista che usa tale intervento deve tenere sotto controllo
i seguenti criteri: a) un forte relazione con il paziente, b) tempo a
disposizione, c) un buon livello di sensibilità per sapere quando uscire
dal paradosso, d) un buon senso dell’umorismo.
Graduazione
Spesso,
per quei pazienti che vedono le cose in un modo "tutto o niente"
la tecnica di graduazione, cioè il porre le cose su un continuum, può
essere molto utile.La graduazione di un livello di una convinzione o di
una emozione può aiutare il paziente ad utilizzare la strategia di
prendere distanza e acquisire prospettiva. Siccome il paziente è ad un
punto estremo nel suo pensiero e nella propria convinzione, ogni movimento
verso un punto medio sarà utile.Molti terapisti hanno adottato questa
tecnica semplice, ed infatti la sua utilità è proporzionale alla sua
semplicità.Il paziente è spinto a valutare il proprio stato emotivo, o
la gravità del proprio problema o della situazione temuta e simili; una
volta assegnato un valore al dato in questione, il terapista può chiedere
al paziente di assegnare un valore alla situazione più piacevole, ad
esempio, che ha mai provato in assoluto, che egli ovviamente ricordi, al
quale si assegnerà il valore minimo di 0 oppure di 1; una volta fissato
il "fondo-scala" il terapista chiederà al paziente di assegnare
un valore alla situazione o problema che più di ogni altro lo ha esposto
allo stato in questione (depressione, ansia, panico, rabbia, vergogna,
....), stato al quale si assegnerà il valore di 100; fissati i due
estremi della scala di riferimento personale si chiederà al paziente di
valutare nuovamente la situazione o problema attuale; si osserverà, nella
maggior parte dei casi che il valore iniziale è diminuito per effetto dei
riferimenti personali fissati dal paziente stesso. Questo cambiamento di
valutazione non solo avviene sul piano quantitativo, ma anche indica un
cambiamento di prospettiva, una visione del problema sulla base di
informazioni personali più immediatamente disponibili.
Sostituzione
di immagini
Non
tutto il pensiero automatico ha una natura verbale. Le immagini e le
fantasie del paziente costituiscono anch’esse materiale proficuo ad
essere trattato in terapia. Se il paziente ha immagini disfunzionali, lo
si può aiutare a generare nuove immagini dove egli rappresenta capacità
di affrontare più efficacemente e funzionalmente le situazioni, e a
sostituirle a quelle depressogene ed ansiogene (o stimolanti altri stati
emozionali).Molto spesso la generazione di immagini funzionali positive è
parte degli allenamenti degli atleti, i quali in tal modo si rappresentano
le capacità di riuscita nel compito, aiutandosi ad attivare lo slancio e
la necessaria energia per riuscire.La sostituzioni delle immagini può
avvenire sia in stato di quiete e rilassamento, sia in relazione a
pensieri o a situazioni stimolo in un contesto naturale, ma anche durante
la eventuale compilazione di schede di raccolta di pensieri disfunzionali
dove la sostituzione delle immagini potenzia l’effetto della critica dei
pensieri disfunzionali.Inoltre, l’analisi delle caratteristiche delle
stesse immagini disfunzionali permette la creazione dello specifico
scenario coerente con le situazioni naturali che innescano gli stati
emotivi negativi, così da calibrare le nuove immagini da sostituire in
maniera armonica e congruente con il resto della situazione stimolo.
Esternalizzazione
di voci e pensieri
Un
metodo per trattare direttamente con i pensieri disfunzionali è quello di
intrattenere il paziente in una sequenza di interazione verbale, dove il
terapista eventualmente recita la parte delle ideazioni disfunzionali
mentre il paziente è impegnato a criticarle e rispondervi adattivamente.
All’inizio, il terapista può egli stesso rispondere produttivamente
mentre il paziente gli comunica "on line" le proprie ideazioni
disfunzionali, come in un processo di graduale allenamento (modellamento).
Successivamente, il paziente potrà egli stesso dirigere le proprie
critiche alle ideazioni "ad alta voce" portate dal terapista, il
quale incrementerà sempre più, ma in modo graduale, il livello delle
difficoltà. Questo metodo permette di studiare sia lo stile di
adattamento del paziente sia il livello di acquisizione nella
modificazione delle distorsioni ideative. Quando si esternalizzano le
"voci" disfunzionali, sia il paziente sia il terapista sono in
una posizione migliore per modificare le "voci" o
"messaggi" in una varietà di modi più utili e funzionali. Il
paziente può in questo modo riconoscere le caratteristiche irrazionali e
disfunzionali in modo più chiaro e pieno. Anche il terapista è
facilitato focalizzando più chiaramente il dialogo interno sia nello
studiare le caratteristiche dell’eloquio del paziente cioè il tono, il
contenuto, il contesto, le ambiguità pragmatiche, ma anche può egli
stesso fungere da modello in alcune interazioni più critiche.
Ripetizione
cognitiva
Questo
metodo è una applicazione consequenziale di alcune altre tecniche
precedenti. Generando, ad esempio, nuove più funzionali immagini il
paziente può ripeterle varie volte in mente in modo tale che esse
diventino patrimonio della conoscenza del paziente stesso; inoltre,
mediante la ripetizione egli può sviluppare anche delle alternative, e ciò
aumenta le coping skills in situazioni critiche. La ripetizione cognitiva
favorisce lo sviluppo di routine che gradualmente vengono poi usate e
padroneggiate dal paziente. Alcune applicazioni della ripetizione sono
usate per scopi opposti: la ripetizione di una azione o di un pensiero lo
rende quasi-automatico, ma prima di diventarlo il contenuto in questione
è sotto una osservazione piuttosto intensa; tale attenzione rende il
contenuto della ripetizione snaturato, irreale, scollegato dalla naturale
rete di associazioni di significato. Ad esempio, un nome ripetuto molte
volte appare strano e "anormale". Tale aspetto della ripetizione
è utile in almeno due situazioni: quando un soggetto è allarmato a causa
di un pensiero intrusivo, verso il quale attribuisce valenze intense e
catastrofiche; e quando un soggetto attribuisce una valenza di estraneità
ad un pensiero di cui si scandalizza.
Autoistruzioni
Solitamente,
ciascuno di noi parla con sè stesso. Questo vuol dire che abbiamo la
naturale dote di dare a noi stessi ordini, direttive, istruzioni, o altre
informazioni necessarie a risolvere i vari problemi che si presentano.
Vari autori hanno sviluppato modelli per comprendere le auto-istruzioni;
ad esempio, il soggetto inizia il processo di istruzione partendo da
verbalizzazioni ad alta voce di istruzioni efficaci, per poi passare a
verbalizzazioni subvocali, per poi giungere a auto-istruzioni verbalizzate
in mente (e infine "istruzioni" routinarie senza il proprio
carattere verbale). Questo processo è utile sia nell’adulto che con
soggetti in età evolutiva. Una applicazione tipica è nelle istruzioni
mirate all’auto-controllo in problemi di comportamento impulsivo. I
soggetti praticano le istruzioni nei vari passi graduali, fino allo stadio
delle autoistruzioni "cognitive".Possono applicarsi anche
istruzioni contrarie o "contro-istruzioni"; in questo caso le
istruzioni non hanno il valore di istruzioni di comportamenti di efficacia
ma svolgono più il ruolo di pensieri distraenti, di strategie di
"decompressione", di modalità di ristrutturazione dello stimolo
o dell’evento scatenante.
Stop
del pensiero
I
pensieri disadattivi e disfunzionali hanno spesso un effetto a cascata per
il soggetto. Un pensiero o una riflessione su un dato evento può partire
come un qualcosa di inizialmente insignificante ma può se "lasciato
libero" acquistare peso e forza. Questo vuol dire che spesso gli
individui valutano i propri pensieri e le proprie considerazioni
attribuendo valutazioni a catena, e generando circoli e problemi
secondari. Una volta creati, questi processi disfunzionali hanno un tale
impatto sull’individuo che può essere difficile bloccarli. Ad esempio,
un paziente depresso può generare una catena di considerazioni sulla
minaccia da parte degli altri e della durezza della vita che può condurlo
velocemente al suicidio.Una tecnica utile in queste situazioni, nello
stadio precoce ed iniziale del processo, è lo "stop del
pensiero". Per fare questo il terapista può addestrare il soggetto a
raffigurarsi in mente la parola "Stop", oppure può scriverla su
un foglio e indicarla ed utilizzarla all’occorrenza nella seduta, oppure
può attribuire il significato di "stop" ad un gesto che
all’occorrenza può fungere da segnale per il paziente e un ausilio per
lo stesso paziente a rafforzare il comando di "stop". Possono
essere utili vari modi per indicare il comando di "stop", da
segnali visivi, a stimoli acustici come campanelli o altri rumori, o
segnali cenestesici e tattili. Ognuna di queste procedure è usata nella
fase di partenza del processo, ed è molto utile nel bloccare lo sviluppo
e la progressione dei pensieri.I vari segnali usati per indicare il
comando di "stop" sono utili anche per il valore mnemonico che
possono avere; infatti essi possono costituire un aiuto e un sussidio per
il paziente, il quale avendo applicato in seduta tale comando si ricorda
di esso con più efficacia. Questa tecnica ha un valore duplice: è sia
distraente, in quanto si propone un segnale all’attenzione
distogliendola da un certo stimolo attivo fino a quel momento, ed è anche
avversiva in quanto si contrappone una intenzione ad una intenzione
contraria. Lo scopo principale è quello di permettere al paziente di
riacquistare il senso del controllo del proprio pensiero attraverso un
modo tangibile e perciò rassicurante.Questo tipo di procedura è utile
per contrastare la modalità frequente che i soggetti utilizzano nel
fronteggiare un pensiero (intrusivo) non voluto, sia scandalizzante che
rifiutato o ancora giudicato estraneo. Se il soggetto intenzionalmente si
sforza di non pensarlo incorre nel famoso "paradosso della
intenzionalità" pensandolo in realtà molto più di prima in quanto
controllerà se lo sta pensando momento per momento. Una modalità
adattiva consiste nell’impegnarsi in un compito selezionato che ha un
valore di interesse e di utilità reale per il soggetto (non è scelto a
caso.Una variante è quella di indirizzare lo "stop" non al
pensiero intrusivo ma alla valutazione negativa del soggetto; lo stop ha
la funzione di blocco delle valutazioni disfunzionali ma anche quello di
costruire tendenzialmente una rappresentazione sempre meno convincente
delle originarie valutazioni. Questa variante punta allo sviluppo di un
atteggiamento di accettazione dei propri contenuti mentali.
Focalizzazione
Tutte
le persone hanno un limite nella quantità di cose che possono pensare o
tenere a mente contemporaneamente. Occupando la propria mente con pensieri
neutri o positivi, il soggetto può bloccare il pensiero disfunzionale per
un periodo di tempo. Questo processo può essere fatto attraverso il
contare, il visualizzare immagini di calma o piacevoli, o porre attenzione
su stimoli esterni (oggetti, luci, sensazioni tattili, ...). Sebbene esse
sia una tecnica a breve termine può essere utile per permettere al
paziente di avere il tempo per fare una valutazione, o un dato
comportamento, o mettere in pratica qualche sequenza di una strategia
terapeutica più complessa. Spesso, il paziente ansioso pone eccessiva
attenzione sulle proprie sensazioni corporee e così facendo le interpreta
catastroficamente; se il soggetto orienta all’esterno il proprio focus
attentivo può contare maggiormente sulle proprie facoltà di
ragionamento. Alcuni stimoli esterni possono servire d’aiuto: un
accessorio nell’abbigliamento di chi ci sta di fronte, il muro di fondo
di un ambiente, il colore di un oggetto, le sensazioni tattili delle
nostre dita, ecc...La focalizzazione può essere di aiuto anche per lo
scopo opposto, cioè aiutare il paziente a percepire sensazioni e segnali
utili del proprio stato. Molti soggetti possono aumentare la propria
consapevolezza del proprio stato emotivo e dei segnali fisiologici per
orientarsi e meglio definire e categorizzare le proprie reazioni (ciò
contrapposto al caos interno ed alla confusione rispetto alle proprie
reazioni).
Discussione
diretta
Molte
volte può essere di aiuto discutere direttamente con il paziente di
questioni che sono al centro della sua attenzione, in special modo quando
la situazione richiede un intervento forte per evitare un comportamento
impulsivo o autolesivo del paziente. Il terapista in questi casi può
rapidamente e direttamente affrontare e discutere le cognizioni centrali
attive del paziente, ad esempio la mancanza di opzioni e di speranza nel
soggetto depresso con rischio di suicidio, anche se esso deve essere usato
con molta cautela per non stimolare reazioni passivo-aggressive o
oppositive del paziente. La base di interventi di discussione diretta è
più efficace ed utile quando c’è una rapporto consolidato con il
soggetto.Gran parte della seduta può essere impegnata nell’affrontare
questioni e punti poco chiari o problematici in uno stile di diretta
confrontazione, e spesso le informazioni che se ne ricavano sono utili per
un riesame della base dati raccolta con schede o altri strumenti. Infatti,
alcuni soggetti possono più facilmente entrare in un atteggiamento
naturale e proprio in una discussione che invece in un lavoro di
ricostruzione o di dialogo immaginato svolto per proprio conto. Non è
raro che soggetti con scarse informazioni contenute negli strumenti come
schede o diari manifestino cognizioni disfunzionali se stimolate e
raccolte direttamente, "on line".
Dissonanza
cognitiva
Spesso
può essere utile cercare delle aree di conflitto nel soggetto al fine di
creare uno stato di "ansia" o di necessità di soluzione. Questa
tecnica se da un lato può apparire paradossale dall’altro permette di
prendere in considerazione una sfera importante in un modo più centrato
in vista della soluzione, in quanto l’attivazione determinata dalla
valutazione del conflitto genera delle tendenze all’azione tesa proprio
alla riduzione di questa dissonanza. Certamente, la composizione della
dissonanza deve essere ben padroneggiabile dal terapista ed essere terreno
familiare al soggetto, in quanto un dato materiale nuovo o sorprendente
costituirebbe invece una spinta più probabilmente impulsiva e non
controllabile. Soggetti che ad esempio, sottovalutano le conseguenze del
proprio comportamento possono utilizzare efficacemente la dissonanza
agendo in modo più utile per ridurre i conflitto una volta che è stato
generato.
Compilazione
di una scheda o un diario
Molto
spesso, il terapista chiede al paziente di porre la propria attenzione su
specifici comportamenti, sia sintomi clinici sia azioni o pensieri
neutrali; questa attività di osservazione è una parte importante della
terapia cognitiva in quanto mira sia alla raccolta di dati empirici sia
cerca di modificare l’atteggiamento del paziente che frequentemente è
rigidamente bloccato in una posizione pregiudiziale (top-down) riguardo ai
propri malesseri e problemi. Il compito di raccogliere dei dati è, anche
di per sé, benefico in quanto introduce un elemento di operatività che
alcune volte è assente nella situazione problematica del paziente; si
dice spesso che lo stesso monitorare la depressione la diminuisce: ciò,
se pur esagerato, è in parte giusto, in quanto il soggetto inizia a
differenziare la propria situazione, anche solo relativa al
sintomo-bersaglio, da una valutazione assolutistica, globalizzata,
generalizzata, dicotomica, egli tende verso una valutazione più moderata,
differenziata, articolata, graduata.Le schede di auto-monitoraggio possono
essere autocostruite insieme al paziente, e calibrate sullo specifico
compito; alcune schede possono contenere due colonne, una per le date di
ciascuna osservazione, l’altra per il tipo di dato. Il dato raccolto può
essere un punteggio di intensità di quel sintomo o di quella emozione,
oppure può essere un punteggio medio di una giornata, o può essere un
punteggio relativo alla frequenza di un comportamento. La scheda può
avere più colonne, ciascuna per una informazione diversa che è utile
raccogliere: ad esempio, data, situazione, intensità del sintomo,
intervento del paziente, nuova intensità del sintomo.La tipologia delle
schede è varia, e viene modificata dai diversi autori in riferimento allo
specifico obiettivo. E’ importante tenere presente che la scheda è uno
strumento operativo indirizzato alla raccolta di informazioni e quindi
sono le informazioni che devono essere l’obiettivo non la mera
compilazione di una qualsiasi scheda.Anche i diari sono utili se concepiti
come resoconti del paziente in risposta a specifici stimoli o situazioni
concordate con il terapista. Spesso, inizialmente, il paziente produce
resoconti non pertinenti a situazioni concordate o dove non è facile
capire il nesso tra un A ed un C, o tra un B ed un C (nel modello ABC). Ciò
deve essere un segnale per il terapista il quale deve ridiscutere con il
paziente le modalità di raccolta delle informazioni al fine di accordarsi
su obiettivi specifici e su situazioni mirate utili per il lavoro
psicoterapeutico (non tutta la vita del paziente è utile, né tutte le
sue osservazioni casuali, né tantomeno le lunghe descrizioni di qualche
situazione, sebbene tutto questo sia sempre e comunque interessante e
prezioso ad altri livelli).Le schede, inoltre, sono parte integrante di
interventi di modificazione di processi cognitivi e di
ristrutturazione.Uno degli aspetti più evidenti del carattere cognitivo
del monitoraggio e uso delle schede è quello relativo alla compilazione
delle attività piacevoli. Il soggetto descrive l’andamento di attività
piacevoli nella giornata, la frequenza di esse, e il grado di
piacevolezza. Questo compito non ha soltanto, come è evidente, un valore
di raccolta di informazioni ma la stessa raccolta di tali informazioni,
l’essere cioè "sotto osservazione", tende a sviluppare tali
attività ed a elevare il grado di piacevolezza. Tale effetto si spiega
perché il soggetto una volta centrato il focus su tali attività le nota
maggiormente, e notandole le discrimina in rapporto ad altre attività
della giornata; egli quindi articola e discrimina in modo più adeguato le
proprie azioni e le proprie valutazioni sulle attività che intraprende.
Ristrutturazione
cognitiva
In
generale, le caratteristiche della ristrutturazione cognitiva sono quelle
del modello ABC generale, cioè della raccolta delle informazioni su A, B
e C, e della relativa discussione e modificazione del B.Descritta come uno
specifico intervento, la ristrutturazione cognitiva è caratterizzata
dalla raccolta delle cognizioni attraverso una scheda a colonne, e dalla
modificazione delle valutazioni o delle inferenze del soggetto. Un tipico
esempio può essere il seguente: il soggetto fissa un A, un evento o una
situazione che lo ha colpito ( C), poi fissa un C valutando la intensità
(ad esempio da 1 a 10), poi cerca di descrivere i contenuti mentali che ha
attivato, nella colonna accanto descrive il proprio intervento
"tecnico", ed infine rivaluta la intensità del proprio C.La
tipologia degli interventi di ristrutturazione è classicamente
caratterizzata da due diversi modi: una prima variante si occupa della
modificazione delle cognizioni attraverso la formulazione di una
spiegazione alternativa, o più spiegazioni alternative, e una seconda
variante che si pone l’obiettivo di modificare il B attraverso un test
empirico. In ognuna delle due varianti il soggetto rivaluta il C dopo aver
prodotto l’intervento adattivo (spiegazione alternativa o verifica
empirica).
Esposizione
L’esposizione
è parte di una più generale strategia di trattamento, ed è una delle
procedure tecniche più usate in assoluto. L’efficacia della esposizione
è altamente positiva, tanto che tale tecnica è confrontata con altri
pacchetti terapeutici molto complessi, o anche con altre psicoterapie di
orientamento diverso.L’esposizione può essere, classicamente, sia
graduata sia diretta, oppure può essere sia "in vivo" sia
immaginativa; queste varianti hanno una efficacia terapeutica diversa,
infatti la procedura più efficace in assoluto è l’esposizione graduata
in vivo; tuttavia, i vari modi di attuare una esposizione dipendono
strettamente del tipo di problema che il paziente ha esposto e sulla
strategia portata avanti dal terapista. Ad esempio, un paziente può
lavorare sulla esposizione ad una situazione non reale o assai rara, e
quindi non potrà organizzare una esposizione in vivo. L’esposizione è
un procedura che si ritrova in numerose tecniche maggiori, come ad esempio
la Desensibilizzazione Sistematica di Wolpe, e contribuisce con la propria
efficacia al successo di tecniche che altrimenti, forse, non avrebbero
tanta popolarità.L’esposizione può essere indirizzata ad una varietà
di stimoli o sintomi o situazioni problematiche in quanto il senso di
questo intervento è quello di permettere al soggetto di accostarsi ad un
dato concreto per verificare se esso è gestibile (se la intensità del C
è gestibile, e se le valutazioni sulla propria efficacia a gestire quella
situazione, nel B, sono adeguate o meno). Gli effetti della esposizione
sono tali da modificare le percezioni del soggetto nei riguardi dello
stimolo scelto, modificare le valutazioni disfunzionali, modificare le
convinzioni di efficacia personale nel controllo e nella gestione della
situazione scelta, ed infine permette al soggetto di riprendere le attività
che aveva abbandonato. L’esposizione è il contrario del comportamento
di evitamento, e potrebbe sembrare ingenuo che un soggetto che evita poi
si esponga; in realtà tutti i soggetti che evitano sono capaci di esporsi
gradualmente, se l’esposizione è concordata e definita con il paziente,
e nella quale è chiaramente definito l’obiettivo di questa procedura.La
natura degli stimoli che sono oggetto della esposizione possono essere
tanto interni quanto esterni, possono essere sia sensazioni interne (come
nelle procedure per il trattamento degli attacchi di panico, ipocondria,
ossessioni) sia situazioni esterne (agorafobia, fobia sociale,
depressione); la natura della procedura di esposizione è la medesima sia
con stimoli esterni che con stimoli interni: il soggetto si accosta ad uno
stimolo verso il quale attiva cognizioni disfunzionali sia verso
l’oggetto della esposizione sia verso di sé nei rapporti con lo stimolo
stesso.L’esposizione è usata come parte di altre procedura quali la
verifica delle evidenze e la verifica empirica, ed usata in combinazione
con le attività di raccolta di informazioni come le schede o i diari.
L’uso della esposizione può rapidamente far recuperare al soggetto
tutta una serie di abilità e di poteri che aveva abbandonato a causa del
disturbo.
Prevenzione
della risposta
La
prevenzione della risposta ovvero l’astinenza nell’emettere una
specifica risposta è spesso utilizzata nel trattamento delle compulsioni
e dei disturbi d’impulso. Il paziente può cercare di identificare il
momento in cui l’impulso a compiere un certo comportamento diventa molto
intenso. La compulsione può essere qualsiasi comportamento che il
soggetto si sente spinto a compiere, per una ragione di controllo, di
annullamento di pensieri (intrusivi), di cerimoniali, etc. Il soggetto,
mentre crede nella assoluta imprescindibilità della compulsione, può
gradualmente confrontarsi con l’assenza di tale comportamento. La
richiesta di astenersi dal compiere un comportamento deve essere fatto in
un contesto di collaborazione e verifica empirica delle inferenze ed
assunzioni del soggetto. Spesso la prevenzione totale della risposta può
scoraggiare il paziente, perché troppo impegnativa; invece, può essere
utilizzata la astinenza graduale, sotto la forma di un "record
personale". Il soggetto può poi concedersi di ritornare
all’emissione della compulsione. In un piano programmato, il paziente si
espone allo stimolo che innesca la compulsione, e prova la propria
resistenza, in un aumento graduale di astinenza. L’effetto è duplice:
primo, il soggetto può verificare che astenersi non porta a conseguenza
catastrofiche, inoltre che le proprie inferenze ed assunzioni possono
essere suscettibili di modificazione. La prevenzione della risposta può
essere indirizzata ad una varietà di comportamenti, cioè tutti quelli
che il soggetto ritiene incontrollabili e costrittivi.
Interventi
psico-retorici: le disfunzioni degli atteggiamenti intenzionali
Premessa
L’elenco
che segue più sotto rappresenta un esempio, abbastanza rappresentativo,
di atteggiamenti perseguiti consapevolmente che producono sofferenza in
quanto irrazionali, paradossali (in quanto non possibili), implausibili.Tali
atteggiamenti sono credenze che guidano scopi nella condotta, e dunque
sono l’elemento causativo di sofferenza. In sostanza, la inadeguata
composizione di un piano di condotta, cioè credenze e scopi pianificati,
porta il soggetto a scontrarsi con delle ripetute invalidazioni del suo
obiettivo: tutto ciò non è sufficiente a stimolare il soggetto a
modificare i suoi scopi finali.Gli atteggiamenti inadeguati sono
sovraordinati rispetto a tentativi e specifiche interazioni del soggetto,
ed in conseguenza di tale dato il mantenimento di una determinata
intenzione inadeguata comporta l’inefficacia dei tentativi di soluzione
che il soggetto impiega; tutto questo anche prescindendo dal fatto che il
soggetto si sia reso conto che il problema da risolvere riguarda la
intenzione di base e non le conseguenze comportamentali e psicologiche. Un
soggetto, ad esempio, può capire che insistere nelle richieste di
dipendenza non porta i suoi frutti ma persevera in quanto non ha esaminato
seriamente il fatto che è quello stesso scopo ad essere inadeguato, e
questo in quanto non può essere padroneggiato da lui ma dipende da altri
(c’è una evidente sovrastima delle attribuzioni di controllo interno su
qualcosa che è palesemente controllata esternamente al soggetto, cioè i
desideri degli altri); oppure il caso di un soggetto che persiste
nell’irritarsi se qualcuno è stupido o squalificato, pur riconoscendo
che la sua irritazione non farà certo mutare il livello di preparazione o
intelligenza in qualcuno.Dunque, gli atteggiamenti intenzionali spiegano
bene i paradossi della condotta e le situazioni negative che
perdurano.Perché un soggetto pur valutando che una sua azione non risolve
un certo problema non modifica la propria condotta? La risposta a tale
questione, che in generale riguarda il problema del cambiamento o del
mantenimento della sofferenza, è possibile se consideriamo il
comportamento come un piano di azione, e quindi osserviamo che a monte di
un tentativo di soluzione di un dato problema vi è una certa credenza il
cui contenuto riguarda il valore che il soggetto attribuisce a quel
tentativo, compresa la plausibilità e i criteri contestuali per metterlo
in pratica. Quella stessa credenza è inserita in un piano che comprende
una qualche credenza più generale il cui contenuto riguarda l’obiettivo
finale, compreso il valore attribuito ad esse e la plausibilità di
averlo. Come si può ben vedere, il cambiamento di un "pezzo"
periferico del piano non modifica il piano stesso. Naturalmente, dobbiamo
considerare che dopo un certo numero di tentativi negativi, esaurite le
alternative periferiche, il piano debba essere riveduto nel livello più
alto e generale (negli scopi strategici). Ma qui possiamo incontrare un
fatto importante. Un soggetto può non avere una alternativa periferica o
può non disporre di un contenuto alternativo al livello più alto o,
infine, può non essere in grado di considerare che dovrebbe salire di
livello. Questa ultima possibilità riguarderebbe, almeno teoricamente,
soggetti meno sviluppati nella integrazione del proprio sistema
conoscitivo (egocentrismo, infantilismo, concretismo, ...).Non voglio
intendere la pianificazione della condotta come un modo iper-razionale di
agire semmai la frequente inadeguata pianificazione mediante il
mantenimento di atteggiamenti disfunzionali spiega le diffuse sofferenze
psicologiche. Intendo per "razionale" la eliminazione dei
tentativi di soluzione infruttuosi e la capacità di esaminare un problema
al giusto livello di spiegazione e descrizione.Ma dove sono i problemi? Un
primo aspetto è quello, come ho già accennato, di non eliminare un
tentativo infruttuoso, per determinati motivi: non voler modificare una
abitudine (per ragioni ulteriormente esaminabili), non avere disponibile
un tentativo alternativo, non accorgersi che quel tentativo è inadeguato.
Qui sorge un secondo aspetto. Il soggetto, per poter funzionare ed
adattarsi, deve poter confrontare una propria risposta con il successo o
meno della stessa: se non posso accorgermi che una mia risposta ha
successo o no, non posso adattarmi. Per qualche ragione interessante, un
soggetto potrebbe non accorgersi che un tentativo non è utile o non è
adatto; ciò potrebbe accadere se le ipotesi che hanno stimolato il
tentativo di soluzione, cioè le aspettative (credenze ipotetiche), sono
assunte per vere ad ogni costo; o, come possibile alternative teorica, che
quelle aspettative sono troppo importanti per il soggetto il quale non è
pronto ad accettare un risultato alternativo. In pratica, o il soggetto
riconosce una invalidazione e corregge il tiro, oppure persevera in quanto
non accetta il costo da pagare di una modificazione di credenze
importanti.Questa analisi della condotta spiega sufficientemente il
mantenimento di condotte disfunzionali; un problema teorico però sorge se
non viene risolto un punto importante: un soggetto non sceglie di credere
a ciò che gli conviene (autoinganno ben chiarito da vari autori (Elster,
1989; Davidson, 1990; Castelfranchi, Miceli, 1995), e conosciuto tra gli
addetti ai lavori come "legge di Pascal"). Nessun soggetto può
esaminare prima i dati e dopo scegliere di credere a quel dato che più
gli conviene; semmai, i soggetti credono ai dati che sono, per loro, più
plausibili (cioè in sintonia con le credenze possedute che valutano come
base o assunte come vere, o anche che derivano da una fonte valutata come
autorevole e affidabile) oppure più verosimili (cioè derivanti dalla
diretta raccolta delle informazioni, dai sensi, e coerenti con le credenze
possedute). Per risolvere questo problema deve essere definito in quale
modo un soggetto pur reputando di dover far qualcosa per uscire dal
problema non modifica una credenza inadeguata.Una prima risposta è che un
soggetto difficilmente rivede una credenza di base. Un dato può essere
sovraordinato a molte altre credenze che da quello dipendono o può essere
un aspetto abitudinario, una routine, e quindi potrebbe non essere affatto
preso in considerazione per l’esame, come anche la eventuale
modificazione; ciò nondimeno, una abitudine ha un effetto stabile e
pervasivo sulla condotta del soggetto (influenza scopi e credenze).Una
seconda risposta potrebbe essere quella che considera il soggetto non in
possesso della scelta alternativa (che non sceglierebbe per mantenere la
propria abitudine, come il caso precedente) ma che sceglie comunque di non
cambiare nulla in quanto crede che sia più rischioso cambiare lo status
quo che mantenerlo; in tale modo evita di apprendere. In questo ultimo
caso il soggetto potrebbe apprendere qualcosa solo attraverso una via
"differita", per imitazione, constatando che altri soggetti
hanno acquisito qualcosa senza i rischi temuti.Nei due casi precedenti,
comunque, c’è l’assunto che un soggetto cambia con difficoltà le
proprie credenze importanti; ciò sembra essere in linea sia con le
ricerche sul ragionamento in condizioni di incertezza sia con i dati di
conoscenza provenienti dalla nostra osservazione quotidiana.
Analisi
delle intenzioni disfunzionali
Quella
che segue è una lista di atteggiamenti strettamente intenzionali il cui
perseguimento espone il soggetto ad una empasse. Gli scopi di queste
proposizioni, i contenuti, e le intenzioni, non sono realizzabili
concretamente in quanto il soggetto non ha il potere per portarle a
compimento. Questo deficit di potere nel raggiungere questi specifici
scopi è una caratteristica generale degli esseri umani (e di tutti gli
altri organismi). Non può essere raggiunto nulla che non sia in nostro
potere, ma per questi scopi non è possibile acquisire questo potere. E’
possibile altresì padroneggiare questa difficoltà in due modi: o
desiderando liberamente quegli scopi e facendolo sapere ad altri se essi
ne sono implicati oppure accettando il fatto che non possiamo raggiungerli
e dunque riducendo le implicazioni generali che quei desideri avrebbero
comportato (essere assertivi o accettare; insistere o rinunciare).Gli
obiettivi necessari per la modificazione di tali scopi sono i cambiamenti
di valutazione attraverso una modificazione sia di inferenze sia di
valutazioni sia di assunzioni disfunzionali generali (modificazione dei B,
a vari livelli). La "cassetta degli attrezzi" non può che
consistere che nell’uso appropriato della discussione e della verifica
empirica attraverso l’analisi di alcune assunzioni (credenze e desideri)
generali; esse sono:
-
vorrei/ voglio (pretendo)
-
devo/ è utile
-
posso/ devo
-
opinione/ fatto
-
parte/ tutto
-
qualche volta/ sempre
-
responsabilità/ caso.
Queste
articolazioni sono la base del lavoro di modificazione delle convinzioni,
sono i mattoni che permettono di riedificare una rete di credenze e scopi
più adeguata; soprattutto, però, possono criticare e sfidare le
convinzioni possedute dal paziente e dirigere la modificazione a questo
livello.Varie assunzioni, teorie personali e piani di condotta possono
essere sintetizzati da queste proposizioni che seguono:
1)
voglio X e non riesco ad averlo:
in tale proposizione il soggetto si confronta con un obiettivo (X) che non
può perseguire; il soggetto può recedere e rinunciare a tale scopo
finale, oppure non rinunciando può insistere e restare bloccato, a volte
non riuscendo a giustificare la situazione in cui pur volendo qualcosa a
volte non la otteniamo.
2)
voglio X e voglio Y e non riesco ad averli insieme:
il soggetto non riesce o non vuole scegliere; questo vale solo per le mete
incompatibili, quindi deve essere visto se due obiettivi sono in realtà
incompatibili; il soggetto è bloccato in quanto non assegna una priorità.
3)
non voglio sentirmi in modo X:
tale proposizione si riferisce alla impossibilità di agire ad un livello
diverso di quello intenzionale, in quanto pur non desiderando avere una
certa sensazione di fatto l’abbiamo; il soggetto può agire in vari modi
per creare le condizioni favorevoli per ridurre o impedire un certo
stimolo non intenzionale ( C), ma di fatto non può farlo direttamente;
spesso è non perseguendo tale scopo che lo stimolo si riduce o si
risolve.
4)
voglio X ma dovrei volere Y:
il soggetto pur desiderando un certo obiettivo, valuta negativamente
questo fatto in quanto ha delle assunzioni generali nelle quali un certo
obiettivo (X) è o incompatibile o almeno indesiderabile; il soggetto si
trova in conflitto tra un desiderio specifico e una teoria generale, e non
riesce ad articolare né i casi particolari o eccezioni, né è in grado o
desidera modificare parte della teoria.
5)
Voglio X anche se non posso avere X:
se il soggetto non crede all’effetto invalidante e negativo delle
proprie azioni allora può insistere anche contro l’evidenza plateale
che un certo X, di fatto, non lo raggiunge; è possibile che un soggetto
ignori il risultato di certe proprie azioni o non desidera verificarne
l’effetto, e dunque tende, per principio, a continuare nella direzione
stabilita; in alcuni casi il soggetto può insistere perché non altro
davanti, non può scegliere nulla ("vorrei vivere anche se so che non
posso più continuare a vivere"), ma in questo caso il soggetto può
desiderare liberamente X anche se conosce la propria mancanza di potere su
X e quindi non punta tutto sull’insistenza.
6)
non posso fare a meno di X:
il soggetto crede che X sia tutto, o sia un bene indispensabile, o un
mezzo insostituibile; è il caso della indispensabilità, nella quale il
soggetto non vede l’alternativa; spesso il soggetto ha delle convinzioni
generali, altre volte ha delle credenze specifiche che ha costruito in
esperienze concrete specifiche e particolari, ed in base a tali
valutazioni ed inferenze crede che quelle aspettative che ha siano
l’unico volto possibile della realtà.
7)
non voglio essere X (o non voglio avere un "tratto" X):
il soggetto si pone lo scopo di essere in un certo modo non badando al
fatto che ciò che a volte significhiamo con alcuni termini personologici
e caratteriologici è in sostanza il resoconto del giudizio di altri
(educato, sensibile, onesto, comprensivo, simpatico, spontaneo, ...); da
alcuni è definito "effetto Stendhal", il quale, come si sa,
voleva diventare completamente spontaneo in società.
8)
non voglio credere X:
le credenze non sono intenzionali, quindi non possono essere oggetto di
scelta; tuttavia, molti pazienti rifiutano molte credenze e constatazioni
sulla base delle conseguenze che queste conoscenze comporterebbero secondo
proprie assunzioni e schemi; i tentativi di rifiutare conoscenze che gli
stessi soggetti hanno avuto modo di percepire è sempre un problema
complesso; molti autori tendono a non trattare tali rifiuti come
inconsapevolezze complete ma come tentativi continui di bloccare,
interferire, e deviare i processi attentivi su altre conoscenze più
neutrali.
9)
non voglio che S sia X:
qualcuno crede che il nostro potere sia anche quello di influire
direttamente sugli altri, ma ciò non è di fatto possibile; dunque, i
soggetto si pone lo scopo volere che qualcun altro sia fatto in un certo
modo, o si comporti in qualche particolare modo, ma resta deluso; pur
potendo desiderare che qualcuno o altri siano come ci piace o come
vorremmo, le persone sono tali al di là della nostra volontà e del
nostro desiderio.
10)
non voglio che S creda X (o voglio che S creda Y):
è il più comune paradosso che le persone attivano nelle relazioni
interpersonali; tale proposizione è la base di tutte le fobie sociali, di
tutte le timidezze, di ogni forma di dipendenza dagli altri e di
sottomissione, di tutte le subordinazioni comuni che gli individui
attivano, e delle quali si lamentano sia direttamente sia riguardo i loro
effetti; pur potendo desiderare un giudizio favorevole o positivo dagli
altri il soggetto non può pretenderlo, pena l’effetto paradossale della
bizzarria della stessa richiesta; il soggetto può attivare tutte le
condizioni in suo potere che possono favorire un giudizio positivo
(comportarsi simpaticamente o benevolmente, essere generosi, aiutare,
sorridere, ...) ma alla fine l’effetto non è mai scontato perché il
proprio comportamento non agisce direttamente sulle libere opinioni degli
altri.
Conclusioni
Le
micro-tecniche sono gli interventi che il terapista utilizza nella
conduzione della psicoterapia cognitiva, e tali interventi possono essere
utilizzati da soli o in combinazione tra loro, a seconda della strategia
del terapista e degli obiettivi scelti e concordati tra paziente e
terapista. La parte tecnologica della terapia non è un settore a sé
stante da altri aspetti del trattamento, infatti molti autori definiscono
in modo analogo, cioè come interventi specialistici, sia aspetti
"tecnici" (come le micro-tecniche) sia aspetti relazionali di
base; ogni aspetto della terapia può essere tecnico in quanto è una
procedura per aiutare il paziente a risolvere il proprio problema
psicologico (risolvere il C, tramite la modificazione dei B).Nel
trattamento psicologico, "la tecnologia" può apparire un
aspetto non "umano", distante dal contatto che il terapista ha
con la sofferenza del paziente; in realtà, il trattamento psicologico ha
un prerequisito, che è quello di essere, come terapista, una fonte
credibile ed autorevole per il paziente e solo in quanto tale un
trattamento psicologico è possibile. Ciò distanzia la psicoterapia da
altri trattamenti di cura, ma proprio tali aspetti prerequisiti fissano il
senso della psicoterapia globalmente intesa.Per quanto riguarda la
questione riguardante l’opposizione (del tutto fuori posto) tra
relazione terapeutica ed aspetti tecnici, la relazione terapeutica sembra
veicolare i seguenti elementi terapeutici: esempio positivo e modello
autorevole di riferimento; chiarificazione, educazione, apprendimento
pratico di soluzioni; presa di coscienza, autoesplorazione, aumento di
consapevolezza; esperienza emotiva correttiva, adattamento, figura
vicariante; funzione vicariante, aiuto e supporto funzionale,
co-costruzione. Tali aspetti sono, propriamente "tecnici" dato
il contesto e gli scopi della interazione tra paziente e terapista.In
sostanza, per poter lavorare bene paziente e terapista devono intendersi
bene e collaborare l’uno con l’altro (piuttosto che effettuare
interventi contro le intenzioni del soggetto sia da parte del terapista
che da parte del paziente). Questa puntualizzazione definisce la relazione
terapeutica più come uno stadio funzionale della psicoterapia (cioè come
interventi tecnici) o, ad un livello generale di analisi, come la
costruzione di un (prerequisito) clima sano, che dovrebbe essere la base
di tutti i rapporti positivi e costruttivi.
Bibliografia
Bandura
(1994) L’autoefficacia. Erickson, Trento, 1996.
Bara
B.G. (1996) (a cura di) Manuale di Psicoterapia Cognitiva. Boringheri,
Torino.
Beck
A.T. (1976) Principi di Terapia Cognitiva. Un approccio nuovo alla cura
dei disturbi affettivi. Astrolabio, Roma, 1988.
Beck
A.T., Rush A.J., Shaw B.F., Emery G. (1979) Terapia cognitiva della
depressione, Boringheri, Torino, 1987
Beck
A.T., Emery G., Greenberg R. (1985) L’ansia e le fobie. Una
prospettiva cognitiva. Astrolabio, Roma, 1988.
Beck
A.T., Freeman A. (1990) Terapia Cognitiva dei Disturbi di Personalità.
Mediserve, Milano, 1993.
Bergin
A.E., Garfielf S.L. (1994) Handbook of Psychotherapy and Behavior Change.
Wiley.
Boudon
R. (1994) Il vero e il giusto. Il Mulino, Bologna, 1996.
Burns
D.D. (1980) Feeling Good: the new mood therapy. William Morrow, New
York.
Castelfranchi
C. (1989) Che Figura. Emozioni e immagine sociale. Il Mulino.
Bologna
Clark
D.M. (1986) A cognitive approach to panic. Behavior Research and
Therapy, 24, 461-470.
Clark
D.M. (1991) Cognitive therapy for panic disorder. Paper presented
at the NIH Consensus Development Conference on Treatment of Panic
Disorder, September 1991, Washington.
Clark
D.M. (1996) Panic Disorder: From Theory to Therapy. In Salkovskis
P.M. Frontiers of Cognitive Therapy. Guilford New York.
Clark
D.M., Salkovskis P.M., Chalkley A.J. (1985) Respiratory control as a
treatment for panic attacks. Journal of Behavior Therapy and
Experimental Psychiatry, 16, 23-30.
Clark
D.M., Salkovskis P.M. (1991) Cognitive therapy with panic and
hypochondrias. New York, Pergamon.
Dell’Erba
G.L. (1993) La dinamica della AutoImmagine: uno studio sulla
valutazione di sè. Psychopathologia. Vol.XI, N.5,
Settembre-Ottobre.
Dell’Erba
G.L.(1996) Le Emozioni di Base nella Rappresentazione
Linguistico-Lessicale in G. Quarta (a cura di) Emozioni e Civiltà
Milella Lecce
Dell’Erba,
(1997a) La valutazione della Psicoterapia. Psicoterapie (in
stampa)
Dell’Erba
(1997b) Il trattamento psicologico breve nel Disturbo da Attacchi di
Panico. In Appunti di Psicologia www.caen.it by Manai S.
De
Silvestri (1981a) I fondamenti teorici e clinici della terapia
razionale emotiva. Astrolabio, Roma.
De
Silvestri (1981b) l problema secondario. In Chiari G., Nuzzo M.L.,
eds., Le prospettive comportamentale e cognitiva in psicoterapia.
Bulzoni, Roma.
De
Silvestri C. (1989) Clinical Models in RET: An Advances model of the
organization of emotional and behavioural disorders. Journal of
Rational Emotive Therapy, 7, 2.
D'Urso
V., Trentin R. (1992) Sillabario delle Emozioni. Giuffré. Milano
Ellis
A. (1962) Ragione ed emozione in psicoterapia, Astrolabio, Roma,
1989.
Ellis
A. (1994) Reason and Emotion in Psychotherapy / Revised and updated. New
York, N.Y., Carol Publishing.
Elster
J. (1979) Ulisse e le sirene. Il Mulino, Bologna, 1983
Elster
J. (a cura di) (1990) L’io multiplo. Feltrinelli, Milano.
Emmelkamp
P.M.G. (1994) Behavior therapy with adults. In Bergin A.E.,
Garfielf S.L. op. cit.
Freeman
A.., Pretzer J., Fleming B., Simon K.M. (1990) Clinical application
of Cognitive Therapy. Plenum, New York
Girotto
V. (1994) Il Ragionamento. Il Mulino, Bologna.
Ingram
R.E. (eds.) (1986) Information processing approaches to clinical
psychology. Academic Press, New York
Johnson
Laird P.N. (1991) La mente e il computer. Il Mulino Bologna
Kanheman
D., Slovic P., Tversky A. (a cura di) (1982) Judgement under
uncertainty: heuristics and biases. Cambridge University Press,
Cambridge.
Leahy
R. (1996) Cognitive Therapy. Basic Principle and Applications.
Aronson, New Jersey.
Liotti
G. (1991) Il significato delle emozioni e la psicoterapia cognitiva.
in Magri T., Mancini F. (a cura di) Emozione e Conoscenza.
Editori Riuniti. Roma
Liotti
G. (994) La dimensione interpersonale della coscienza. La Nuova
Italia Scientifica, Roma.
Lorenzini
R., Sassaroli S. (1995) Attaccamento, conoscenza e disturbi di
personalità. Raffaello Cortina, Milano.
Mancini
F., Semerari A. (1990) Le teorie cognitive dei disturbi emotivi.
La Nuova Italia Scientifica, Roma.
Mancini
F. (1996) L’Egodistonia. In Bara B.G. op. cit.
Mahoney
M.J. (1995) Cognitive and constructive psychotherapies. Springer
Publishing Co., New York.
Miceli
M., Castelfranchi C. (1992) La cognizione del valore. Franco
Angeli Milano
Miceli
M., Castelfranchi, C. (1995) Le difese della mente. La Nuova
Italia Scientifica, Roma.
Norcross
J.C., Goldfried M.R.(1992) Handbook of psychotherapy integration.
Basic, New York.
Piattelli
Palmarini M. (1994) Illusioni cognitive e razionalità umana. In
AA. VV. Neuroscienze e Scienze Cognitive CUEN, Napoli.
Plutchik
R. (1995) Psicologia e biologia delle emozioni. Bollati
Boringheri, Torino.
Reda
M.A. (1996) L’organizzazione della conoscenza. In Bara op. cit.
Schuyler
D. (1991) Guida pratica alla Terapia Cognitiva. Astrolabio, Roma,
1992.
Seligman
M.E.P. (1990) Imparare l’ottimismo. Giunti, Firenze, 1996
Semerari
A. (1996) La relazione terapeutica. In Bara B.G. op. cit.
Tverski
A., Kahnemann D. (1974) Judments under uncertainty: Heuristics and
biases, in "Science", 185, pp.1124-1131.
Weiss
J. (1994). How psychotherapy works. New York: Guilford.
Linee guida per la psicoterapia cognitiva standard
Disturbo
da attacchi di panico e agorafobia
Il
DSM IV permette di porre la diagnosi di disturbo da attacchi di panico con
o senza agorafobia, e agorafobia senza panico; l’agorafobia, inoltre, può
essere da lieve a grave. Queste categorie possono essere caratterizzati
da:
-
palpitazioni, cardiopalmo, o tachicardia;
-
sudorazione;
-
tremori fini o grandi scosse;
-
dispnea o sensazione di soffocamento;
-
sensazione di asfissia;
-
dolore o fastidio al petto;
-
nausea o disturbi addominali;
-
sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di
svenimento;
-
derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere
distaccati da sè stessi);
-
paura di perdere il controllo o di impazzire;
-
paura di morire;
-
paraestesie (sensazioni di torpore o di formicolio) brividi o vampate di
calore;
-
ansia relativa all’essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe
difficile allontanarsi o ricevere aiuto.
Il
modello cognitivo del disturbo di panico con agorafobia pone grande enfasi
sulla interpretazione errata dell’ansia che il paziente elabora. Secondo
questo modello, il primo attacco di panico può essere dovuto a numerosi
fattori come una vulnerabilità biologica a certi stressors fisiologici
oppure ad una temporanea modificazione fisiologica dovuta a fattori
biologici variamente casuali. Questo attacco inaspettato viene
interpretato dal paziente in modo catastrofico: "Ho un infarto",
"Sto diventando pazzo". Come conseguenza di questo processo
mentale, il paziente diventa ipersensibile ed allarmato su numerosi
segnali interni di attivazione, arousal e sensazioni "estreme".
Non appena egli focalizza questi stimoli propriocettivi (sensazioni
psicofisiologiche) egli interpreta in modo errato normali sensazioni
interpretando esse come pericolose: "Il mio cuore sta pulsando troppo
forte" o "Mi sento debole, forse ho un collasso".Queste
interpretazioni errate evolvono in sensazioni sempre crescenti di arousal,
collasso, e desiderio impellente di fuga. L’agorafobia si sviluppa come
risultato di un evitamento condizionato, di un apprendimento focalizzato,
non appena il paziente apprende ad evitare quelle situazioni che crede
possano portare a quelle situazioni minacciose e temute.L’elemento
chiave, quindi, non è strettamente il sintomo acuto di una qualche causa
biologica ma la paura di avere un nuovo attacco. Questa è la
caratteristica della sindrome da attacchi di panico, nella quale le
aspettative catastrofiche e l’ansia di anticipazione sono l’elemento
emergente.Molti pazienti con agorafobia presentano, dopo un certo tempo,
una diminuita quantità di attacchi di panico in quanto essi evitano
sempre più le situazioni "a rischio".
Possono
essere indicati i seguenti punti:
1)
Nell’assessment il terapista deve informarsi di tutti i possibili modi
attivati dal paziente per evitare di avere gli attacchi, e che secondo la
sua prospettiva lo proteggono dall’ansia acuta. La valutazione degli
evitamenti è fondamentale per la pianificazione del trattamento.
2)
Il paziente deve essere informato del modello cognitivo ABC, e devono
essere brevemente ma chiaramente affrontati gli eventuali punti oscuri o
di dubbio. In questa fase il terapista pone in risalto il meccanismo di
evitamento e illustra il suo naturale contrario, l’esposizione,
privilegiando una modalità graduale di applicazione. Si illustrano,
inoltre, con una certa approssimazione, alcuni tipici sintomi degli stati
di stress. Al paziente viene illustrato, in particolare, il meccanismo
della iperventilazione, del suo ruolo nella produzione dei principali
sintomi di allarme, ed il modo per bloccare o prevenire tale atteggiamento
respiratorio, anche mediante la respirazione addominale frazionata o
diaframmatica.
3)
Il terapista aiuta il paziente a raccogliere informazioni sulle inferenze
e le altre cognizioni disfunzionali, con l’uso di diari e schede, ed
inizia a guidare il soggetto verso un atteggiamento di verifica empirica e
critica delle cognizioni catastrofiche. In questa fase il paziente può
iniziare una attività di graduale ristrutturazione, spesso con l’uso
delle spiegazioni alternative e la determinazione del grado di convinzione
(anche con altre varianti). Viene particolarmente chiarito il tentativo
del paziente a fuggire ed evitare come un retaggio naturale di
sopravvivenza che spesso può essere errato, e che i tentativi di sfuggire
alle stesse sensazioni di attivazione (lieve stress quotidiano) sono uno
scopo non adeguato; si illustra la via più diretta che è l’esposizione
anche alle sensazioni interne, anche per verificare che non sono
catastrofiche o preliminari ad un attacco.
4)
Una volta avviato il trattamento, il paziente viene motivato ad esporsi
gradualmente mediante un piano gerarchico graduale di luoghi o situazioni
temute o "a rischio". In questa fase è spesso opportuno che
anche qualche membro della famiglia collabori o sia almeno informato del
significato di tali prescrizioni, in quanto spesso le relazioni familiari
sono tese o compromesse, anche sulla base della sintomatologia del
paziente e delle sue richieste di appoggio e supporto (a volte nella forma
di "pretese" e "doverizzazioni").
5)
Il paziente viene incoraggiato a tenere bene in vista il compito graduale
della esposizione, e porsi come obiettivo la crescente autonomia rispetto
ai luoghi ed attività trascurate a causa del disturbo. Si incoraggia il
soggetto ad effettuare letture indicate sul proprio disturbo e sul modello
ABC (vi sono numerosi fascicoli scritti per questo scopo).
6)
A volte, il paziente desidera porsi obiettivi più a lungo termine e che
riguardano il proprio atteggiamento generale, in questo caso l’obiettivo
del trattamento deve essere modificato e conseguentemente anche la
pianificazione della psicoterapia assume una forma differente; il
paziente, in pratica, non fa più un trattamento mirato al disturbo da
panico ma intraprende una psicoterapia di modificazione degli schemi
(personalità).
Disturbo
ossessivo-compulsivo
Le
caratteristiche del disturbo ossessivo-compulsivo sono illustrate
variamente nel DSM-IV come segue:
-
pensieri, impulsi o immagini vissuti come intrusivi o inappropriati, e che
causano ansia;
-
pensieri, impulsi o immagini che non sono preoccupazioni concrete della
vita reale;
-
tentativi di ignorare o sopprimere tali attività mentali;
-
riconoscimento della natura "mentale" di tali produzioni del
soggetto;
-
comportamenti ripetitivi che il soggetto sente come impellenti o
obbligatori secondo certe regole;
-
comportamenti o attività mentali che il soggetto effettua allo scopo di
prevenire un evento o una situazione temuta e che non hanno alcun legame
concreto fattuale con esso;
-
autocritica per il proprio stato;
-
disagio marcato ed interferenza con le normali attività quotidiane.
Il
modello cognitivo del disturbo ossessivo-compulsivo evidenzia come
caratteristica centrale la presenza di pensieri intrusivi che causano
ansia. Tali cognizioni possono essere sia proposizioni sia immagini sia
desideri o impulsi; tali attività mentali sono giudicate dal soggetto in
modo negativo ed aventi un carattere di invalidazione riguardo il proprio
assetto mentale e le assunzioni riguardo se stesso.I tentativi di opporsi
a queste attività mentali intrusive innescano il "paradosso della
intenzionalità" in cui il soggetto non solo non può bloccare una
attività non intenzionale come la propria immaginazione ma potenzia ed
incrementa la propria attenzione sulla specifica cognizione, nel tentativo
di controllare se è ancora presente nella propria mente. Una volta
impegnato in tale proposito il soggetto è intrappolato nel
paradosso.Mentre l’intensità dell’intrusione aumenta, il soggetto
intraprende altri tentativi più radicali per auto-impedirsi di avere una
certa cognizione, e tali attività, rituali e compulsioni, possono essere
comportamenti più svariati e attività di pensiero le più impegnative e
massive che il soggetto riesce ad inventare. In questa ricerca di pace il
soggetto spesso scopre delle attività distraenti, e le usa intensamente
mentre però controlla cognitivamente la loro efficacia; il paziente è
così doppiamente impegnato in una lotta per annullare i contenuti
negativi del proprio pensiero (o altro).Il modello cognitivo riconosce
alla base di questo disturbo una valutazione negativa che regola la
condotta del soggetto e secondo la quale lo specifico contenuto può
essere, ad esempio, scandalizzante, violento, bizzarro; la conseguente
inferenza catastrofica del soggetto può essere rispettivamente che egli
diventerà osceno, criminale, o pazzo. A questo set cognitivo si aggiunge
che il soggetto può giudicare catastrofico ed estremo l’indulgere in
comportamenti scandalizzanti, violenti o bizzarri, come una prova
inconfutabile della propria indegnità globale come persona.Molti soggetti
iniziano precocemente nello sviluppo ad essere sensibili al giudizio
sociale ed in particolare al proprio stesso giudizio, ed iniziano a
manifestare una esigenza di controllo sia della condotta esterna sia del
proprio pensiero. Molte volte il soggetto dubita della propria memoria o
del proprio ragionamento perché stima troppo alta la temuta conseguenza
di un proprio deficit; questo nella maggior parte dei casi si estende e si
generalizza.La ipersensibilità è una delle caratteristiche che deve
essere inserita nella pianificazione del trattamento insieme con la
tendenza ad effettuare inferenze arbitrarie, e a formulare valutazioni
globali negative personali.Il trattamento può essere schematizzato nei
seguenti punti:
1)
Il terapista illustra al paziente il modello cognitivo ABC con particolare
riguardo alla distinzione tra attività mentale e sviluppo di emozioni
negative, e alla distinzione tra fatti e cognizioni (caratteristica spesso
variamente definita da vari autori come "pensiero magico",
"onnipotenza", "egocentrismo integrale",
"concretismo", "mentalità superstiziosa", ecc.).
2)
Il paziente deve essere incoraggiato verso una riconcettualizzazione del
processo associato alle cognizioni "intrusive" (normalizzazione)
attraverso una graduale esposizione a tali contenuti, insieme ad una
ristrutturazione delle assunzioni disfunzionali che mantengono
l’atteggiamento negativo del paziente, ed in particolare per quel che
riguarda la valutazione del contenuto cognitivo come scandalizzante,
violento o bizzarro. A queste assunzioni disfunzionali sono associate
altre valutazioni più generali che attengono al significato personale che
tali temi hanno per il soggetto, e spesso sono un mix di valutazioni ed
inferenze arbitrarie. Il paziente gradualmente riduce le generalizzazioni
e le valutazioni personali negative accettando di avere sia pensieri
"creativi" o "strani" sia di poter eventualmente
attivare comportamenti specifici "strani" (decatastrofizzazione).
3)
Il terapista spinge il paziente verso una attività di verifica delle
inferenze rispetto ai contenuti inferenziali condizionati ("se non
faccio X succederà Y") sia attraverso prove empiriche di lieve
intensità (per non perdere la collaborazione del paziente il quale può
voler evitare di fronteggiare il necessario stress), ma anche attraverso
esposizioni immaginative quando, ad esempio, il contenuto
"temuto" non è un evento concretamente verificabile.
4)
L’obiettivo del trattamento inizia ad essere la ristrutturazione delle
proprie preoccupazioni sulla cognizione intrusiva (e non la verifica della
propria sicurezza, lealtà, memoria, funzionamento, onestà, ecc...) e
sempre meno il tentativo di dimostrare che non c’è un reale rischio; in
sostanza, gli interventi si indirizzano sempre più ad un B valutativo che
inferenziale. A questo stadio il paziente utilizza schede per la
formulazione di convinzioni alternative sia con il grado di convinzione
iniziale e finale, sia con la formulazione multipla di spiegazioni
alternative. Per i pazienti con rituali intensi può essere utilizzato la
prevenzione della risposta attraverso la quale il soggetto ritarda
l’impulso "anti-ansia" o di controllo, per stabilire un
graduale aumento del tempo tra lo stimolo intrusivo e la risposta
compulsiva; ciò deve essere spiegato al paziente come la ricerca graduale
di un proprio "record personale" senza impegnarsi in compiti
impossibili. Spesso i pazienti rapidamente acquisiscono più libertà dai
rituali e compulsioni.
5)
Il terapista, sempre più, mette in luce insieme al paziente le
convinzioni di fondo attinenti al proprio valore personale, spesso legato
alla convinzione di una propria diretta responsabilità in qualche fatto
concreto. Il trattamento si focalizza sulla ristrutturazione di assunzioni
di disvalore, generali o più specifiche a qualche evento di vita.
Depressione
La
depressione come sindrome psicologica è presente nel DSM-IV in una varietà
di tipologie diagnostiche come: l’episodio depressivo maggiore, il
disturbo depressivo maggiore, il disturbo distimico, il disturbo bipolare
I° con episodio depressivo recente, disturbo bipolare II° con episodi
depressivi ricorrenti, disturbo depressivo dovuta ad una condizione medica
generale, disturbo dell’umore indotto da sostanze con manifestazioni
depressive. La complessità della classificazione e la non particolare
specificità del trattamento psicoterapico mirato alla depressione
orienterà questa parte sul disturbo depressivo maggiore e distimia.Il
disturbo depressivo è caratterizzato dalla presenza dei seguenti sintomi:
-
umore depresso nella maggior parte del tempo;
-
diminuzione marcata degli interessi e delle attività quotidiane abituali;
-
variazioni marcate nel regime alimentare sia in eccesso che in difetto;
-
disturbi del sonno persistenti;
-
agitazione o rallentamento sia oggettivi che soggettivi;
-
anergia;
-
sentimenti di svalutazione e di colpa;
-
deconcentrazione;
-
idee di morte.
La
concettualizzazione cognitivista della depressione pone in risalto il
ruolo svolto dalle ruminazioni ideative e dalle cognizioni negative
arbitrarie, ed infine attribuisce un certo peso alle assunzioni
disfunzionali e alle convinzioni relative al proprio valore organizzate in
schemi di base.Il ruolo svolto dalle inferenze negative, sotto forma di
pensieri istantanei ed automatici, è quello di filtrare le informazioni
provenienti dall’esterno secondo i contenuti dei propri schemi tematici,
in una direzione strettamente deduttiva (top-down), con frequenti
"salti" e conclusioni indebite ed arbitrarie. L’attività
cognitiva del paziente depresso non è però tutta diretta dall’alto,
dai propri schemi, ma lo stesso meccanismo di ragionamento (induzioni,
deduzioni, giudizi) è deficitario in quanto il soggetto riduce
progressivamente l’attività creativa, esplorativa e di rischio (quindi
non apprende nulla di nuovo), e gradualmente utilizza sempre più
deduzioni che induzioni ipotetiche. Il risultato è una paralisi della
mente, ed un impoverimento (pseudo-demenza depressiva) della capacità di
ragionare e dei contenuti individuali.Il soggetto evita le situazioni
stressanti ma, classicamente, non trova tale rimedio utile; mentre aumenta
il ritiro sono più intense le cognizioni rigide e pseudo-deliranti, non
giovando di alcun feedback da parte degli altri e del mondo esterno.Il
paziente depresso svaluta tutti i tentativi di aiuto per due ragioni: è
convinto di non poter essere aiutato, è convinto della scarsa qualità
dell’aiuto dell’altro.L’esame delle convinzioni del soggetto è
indispensabile per il terapista, e l’attenta valutazione delle
assunzioni del soggetto può rivelare degli "standards"
assoluti, estremi, perfezionistici, ed a volte bizzarri e irrealistici. Il
soggetto depresso spesso si lamenta di condizioni negative in quanto
distanti dalle proprie aspettative (spesso, irrazionali ed assolute). E’
frequente osservare un certo atteggiamento di "pretesa" che
accanto alla grande sofferenza del paziente può passare inosservata.Molti
autori riconoscono nella depressione un tentativo di non seguire il flusso
della vita ed adattarsi, ed accettare gli eventi, ma di resistere e
bloccarsi testardamente su scopi non raggiungibili. La spiegazione di ciò
può essere molto complessa, ma uno degli elementi comuni sembra essere
l’atteggiamento assolutista, perfezionistico, doveristico.Tra le
valutazioni dei soggetti depressi il terapista può ritrovare numerose
attribuzioni negative personali del tipo interno - stabile - globale, in
quanto il soggetto è convinto di non avere poteri sufficienti
(auto-efficacia) per risolvere le proprie questioni, ed inizia ad
attribuirsi caratteristiche inverse per i propri successi (esterni -
temporanei - specifici).Il soggetto depresso sembra, da alcune ricerche,
più realista dei soggetti normali, ma ciò vale solo per la previsione
delle difficoltà, e questa caratteristica si spiega con la ridotta
efficienza prestazionale.Il trattamento, dunque, è focalizzato sui
seguenti punti:
1)
Socializzazione del modello cognitivo ABC, puntando sulla possibilità di
comprendere meglio cosa succede nel C, ed in particolare di aiutare il
paziente ad avere un riscontro ed un più adeguato metro di confronto
delle proprie emozioni negative (colpa, depressione, tristezza,
disperazione, senso di incapacità, ...).
2)
Illustrare al paziente la necessità di organizzarsi gradualmente nelle
attività della propria giornata, per avere sia un quadro più chiaro e
strutturato del proprio tempo davanti a sé, sia per incrementare
l’attività fisica in quanto utile per l’umore e l’anergia.Il
paziente demotivato può essere invogliato mediante la contrattazione di
obiettivi facili, possibili, ma non sciocchi e privi di significato (il
soggetto si giudica negativamente, e potrebbe quindi confermarselo di
continuo). Il modo classico è l’uso di diari giornalieri di attività
con il grado di piacere e padronanza. Spesso, però, è sufficiente il
solo diario delle attività svolte; può essere valutata così anche la
organizzazione giornaliera.
3)
Il terapista inizia, mediante il collegamento dei C con i B, a valutare le
assunzioni disfunzionali e le inferenze arbitrarie del paziente; il
paziente può iniziare a discutere le proprie convinzioni relative agli
standars ricercati, nelle diverse situazioni di vita, come anche nel corso
nel passato recente. Le convinzioni sono trattate con la discussione e
l’uso di alternative, ma soprattutto deve essere chiaramente spiegato e
chiarito il ruolo degli errori cognitivi e degli atteggiamenti di fondo,
ed il loro ruolo nella distorsione delle aspettative su sé stesso, sugli
altri, e sulla spiegazione causale degli eventi.
4)
Il paziente può iniziare ad impegnarsi con gradualità in attività
piacevoli ed interessanti, che ha abbandonato, e può sempre più
incrementare il controllo su eventi quotidiani concreti realistici, con
una pianificazione guidata in modo decrescente dal terapista.
5)
Il trattamento deve dedicarsi alla discussione e modificazione di
valutazioni ed assunzioni riguardanti questioni specifiche di base, come
particolari relazioni affettive, o rapporti familiari, o obiettivi di
autorealizzazione. In tale compito il terapista aiuta il paziente a
sviluppare una maggiore elasticità ed autonomia rispetto a "bisogni
indispensabili" che il soggetto ha creduto di perseguire come un
diritto; inoltre, il terapista inizia a collegare il risultato delle
ristrutturazioni con alternative alle vicende quotidiane.
6)
Infine, il soggetto è motivato dal terapista a rivedere prospetticamente
il corso del proprio passato, in modo sintetico, al fine di
riconcettualizzare complessivamente l’idea che aveva di sé come frutto
di valutazioni inadeguate ed estreme. Il paziente deve essere informato
che il percorso futuro può presentare altri stress ed eventi di vita
negativi con i quali potrà confrontarsi; in tali situazioni potrà
mettere alla prova l’adeguato uso di standards concreti e realistici, e
riconoscere eventualmente cognizioni intrusive relative a scopi
assolutisti, perfezionistici ed estremi.
|
|

|
La
comunicazione assertiva
di
Lanari Gianni, Calbi Nunziata - Ed.
Finson
L'assertività
o arte del rapporto interpersonale è, in Italia, una disciplina
ancora misconosciuta. Essa descrive un modo di agire e uno stile
relazionale in cui il rispetto dei propri desideri e bisogni
riveste un ruolo di primo piano, mantenendo allo stesso tempo
l'attenzione ai diritti e all'uguaglianza tra le persone. Il
manuale guida il lettore lungo un percorso di crescita e
auto-miglioramento che conduce all'equilibrio con se stessi e a
una migliore interazione con gli altri... |
>>>
ritorna alla homepage <<<
All
contents copyright© CENTRO ITALIANO
SVILUPPO PSICOLOGIA cod. fisc. 96241380581
Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione,stampa e/o
diffusione in qualsiasi forma del testo e/o delle immagini senza il
permesso scritto del CENTRO ITALIANO
SVILUPPO PSICOLOGIA
All Rights Reserved. No material may be reproduced electronically or in
print without written permission from CENTRO
ITALIANO SVILUPPO PSICOLOGIA
Note legali - Si
prega di leggerle accuratamente prima di utilizzare il sito

*********************************************************
TAG
accidia,alchimia, andrologia
andrologia roma, andrologia on line, anoressia anoressia, sintomi cura
anoressia,ansia, attacchi di ansia, stati d ansia, ansia rimedi, ansia
sintomi curare ansia, ansia e depressione, ansia da prestazione,
depressione sintomi combattere, l ansia ansia come combatterla, come
combattere l ansia, combattere ansia, rimedi ansia curare l ansia, cura
ansia ansia, rimedi naturali cure omeopatiche, ansia rimedi naturali
ansia, bulimia, bulimia cura ,curare bulimia , rimedi naturali per la
bulimia, rimedi naturali bulimia, colon irritabile, colon irritabile
sintomi , colon irritabile dieta , colon irritato,sindrome colon
irritabile , dieta per colon irritabile , colon irritabile,
cura terapia colon irritabile , colon irritabile gonfiore , colon
irritabile
omeopatia , cura colon irritabile , dieta colon irritato , colon
irritabile
cure , infiammazione intestinale , dieta colon irritabile , colon
irritabile
rimedi , colon irritabile dieta consigliata , dieta x colon irritabile
colon
irritabile alimentazione , crisi di panico, crisi di panico sintomi ,
attacchi
di panico , attacco di panico , sintomi attacchi di panico , depressione
attacchi di panico , come curare attacchi di panico , attacchi di panico
sintomi , attacchi di ansia , attacchi di panico cura , attacco di panico
sintomi , ansia e depressione , depressione cura attacchi panico , ansia
cura ,
come curare l ansia , come combattere l ansia , curare l ansia , crisi di
panico cura , crisi di panico rimedi , depressione depressione, cura ansia
e
depressione , curare la depressione , guarire dalla depressione ,
depressione
cure naturali , depressione cura naturale , depressione rimedi ,
combattere la
depressione , cure depressione , uscire dalla depressione ,disagio
psicologico,
aiuto psicologico , sostegno psicologico , disturbi del sonno, disturbi
del
sonno rimedi , insonnia rimedi , eiaculazione precoce, rimedio
eiaculazione
precoce , eiaculazioni precoci , rimedi eiaculazione, precoce come
combattere,
l eiaculazione precoce , curare l eiaculazione precoce , risolvere
eiaculazione, precoce eiaculazioni ,precoci rimedi naturali , rimedi
contro l
eiaculazione precoce , curare eiaculazione, precoce eiaculazioni precoci
soluzioni , soluzione eiaculazione precoce , rimedi contro eiaculazione
precoce
, rimedi per l eiaculazione precoce , come risolvere l eiaculazione
precoce ,
cura eiaculazione, precoce rimedi eiaculazioni precoce , eiaculazione
precoce
rimedi , iaculazione precoce rimedi , eiaculazione precoce consigli
eiaculazioni precoce rimedi , eiaculazioni precoci rimedi , eiaculazione
precoce come curarla ,gastrite , sintomi della gastrite , gastrite cronica
dieta , gastrite dieta consigliata , dieta per gastrite , ulcera gastrica
,
gastrite alimentazione consigliata , gastrite acuta , diete per gastrite ,
alimentazione per gastrite , terapia gastrite ,gastrite , sintomi della
gastrite , gastrite cronica dieta , gastrite dieta consigliata , dieta per
gastrite , ulcera gastrica , gastrite alimentazione consigliata , gastrite
acuta , diete per gastrite , alimentazione per gastrite , terapia gastrite
,ginecologiaimpotenza funzionale, impotenza rimedi naturali , mantenere l
erezione , rimedi impotenza , rimedi contro l impotenza , impotenza cure
,insonnia, rimedi insonnia , combattere l insonnia , insonnia rimedi ,
cura
insonnia , insonnia cure , insonnia rimedi naturali , combattere insonnia
,
rimedi contro insonnia , rimedi contro l insonnia , curare l insonnia ,
insonnia cura , come combattere insonnia , come curare insonnia , tecniche
contro l insonnia , intelligenza emotiva,invidia,ipertensione
psicogenica,ipnosi,ipnotica,ira,ira incontrollabile,lungodegenza,
magnetismo
animale,malato terminale,medicina alternativa,medicina
olistica,mesmerismo,neuroscienze,neurosi cardiaca,neurosi
gastrica,omeopatia
cure omeopatiche omeopatia, ansia insonnia
rimedi omeopatici ansia e omeopatia,ossessioni,pavor
nocturnus infantile,pranoterapia, psicologia,psicosi,roma,psicologia
sociale,psicologia ambientale,psicologia analitica,psicologia a roma,psicologia
bambini,psicologia clinica, psicologia criminale, psicologia canina,
psicologia del lavoro, psicologia dello sviluppo,psicologia
dinamica,psicologia della salute, psicologia e salute, psicologia e
medicina,psicologia e processi sociali,psicologia emotocognitiva,psicologia
femminile,psicologia forense, psicologia facoltà,psicologia
generale,psicologia giuridica,psicologia giuridica roma,psicologia
gestalt,psicologia handicap,psicologia horror,psicologia humana,psicologia
infantile,psicologia insieme,psicologia lavoro,psicologia
maschile,psicologia medicina,psicologia militare,psicologia
neurolinguistica,psicologia on line,psicologia olistica,psicologia
ospedaliera,psicologia oncologica,psicologia positiva,psicologia sociale,
psicologia scientifica, psicologia scolastica,psicologia test, psicologia
transpersonale,psicologia umanistica,psicologia viaria,psicologo roma,psicologo
online,psicologo usl,psicologo asl roma,psicologo bravo a roma,psicologo
bambini,psicologo clinico, psicologo cognitivo,psicologo cani,psicologo
consultorio roma,psicologo del lavoro, psicologo di base,psicologo dello
sport,psicologo e psichiatra,psicologo esercito,psicologo età
evolutiva,psicologo e psichiatra differenza,psicologo forense,psicologo
famoso,psicologo gratis roma, psicologo gratis, psicologo gratuito roma,psicologo
handicap, psicologo hiv, psicologo in farmacia, psicologo infantile roma,
psicologo in famiglia,psicologo in inglese,psicologo lavoro,psicologo
lavoro roma,psicologo low cost,psicologo militare,psicologo
nell'esercito,psicologo nelle scuole,psicologo online,psicologo online
gratis,psicologo online chat,psicologo per bambini,psicologo
psicoterapeuta,psicologo quanto costa,psicologo roma,psicologo roma eur,psicologo
roma lòavoro,psicologo roma consultorio,psicologo sessuologo roma,psicologo
scolastico roma,psicologo sportivo,psicologo scolastico,psicologo
tuscolana,psicologo asl, psicologo utile,psicoterapia,psicoterapia
cognitivo comportamentale,psicoterapia roma,psicoterapia cognitivo
comportamentale roma,psicoterapia analitica,psicoterapia attacchi di
panico,psicoterapia a roma,psicoterapia asl roma,psicoterapia
breve,psicoterapia breve strategica,psicoterapia breve roma,psicoterapia
breve strategica roma, psicoterapiaq cognitivo
comportamentale,psicoterapia cognitivo comportamentale roma,psicoterapia
cognitiva,psicoterapia corporea,psicoterapia di coppia, psicoterapia di
gruppo, psicoterapia della gestalt, psicoterapia dinamica,psicoterapia e
scienze umane, psicoterapia ericksoniana,psicoterapia
evolutiva,psicoterapia e psicoanalisi, psicoterapia familiare,psicoterapia
funzionale,psicoterapia funziona,psicoterapia freudiana,psicoterapia
gestalt,psicoterapia gratuita roma, psicoterapia gestalt roma,psicoterapia
gratuita,psicoterapia handicap,psicoterapia integrata,psicoterapia
infantile,psicoterapia interpersonale,psicoterapia
individuale,psicoterapia lacaniana,psicoterapia libri,psicoterapia
mutuabile,psicoterapia emdr,psicoterapia narcisismo,psicoterapia
online,psicoterapia organismica,psicoterapia olistica roma, psicoterapia
obesità,psicoterapia psicoanalitica,psicoterapia
psicodinamica,psicoterapia psicoanalitica roma,psicoterapia psicoanalitica
di gruppo roma,psicoterapia quanto dura, psicoterapia quanto costa,
psicoterapia roma,psicoterapia roma asl,psicoterapia rogersiana,psicoterapia
roma eur,psicoterapia sistemico relazionale,psicoterapia strategica,
psicoterapia sistemica,psicoterapia sensomotoria,psicoterapia
transazionale,psicoterapia training school, psicoterapia transpersonale,psicoterapia
terapia cognitivo comportamentale,psicoterapia umanistica,psicoterapia
umanistica integrata,psicoterapia università,psicoterapia via internet,
psicoterapia vita essere se stessi, psicoterapeuta,psicoterapeuta roma,psicoterapeuti,psicoterapeuti
roma eur,psicoterapeuta a roma, psicoterapeuta albo, psicoterapeuta
cognitivo comportamentale, psicoterapeuta cosa fa,psicoterapeuta cognitivo
comportamentale roma, psicoterapeuta definizione,psicoterapeuta di
coppia,psicoterapeuta della gestalt,psicoterapeuta di coppia roma,
psicoterapeuta e psicologo,psicoterapeuta e psicoanalista,psicoterapeuta e
psicologo differenze,psicoterapeuta familiare,psicoterapeuta
gestalt,psicoterapeuta groupon,psicoterapeuta infantile,psicoterapeuta
infantile roma,psicoterapeuta in formazione,psicoterapeuta
laura,psicoterapeuta online,psicoterapeuta offerte lavoro,psicoterapeuta
psichiatra,psicoterapeuta quanto costa,psicoterapeuta quiz,psicoterapeuta
quattrini,psicoterapeuta quanto guadagna,psicoterapeuta roma,
psicoterapeuta roma eur,psicoterapeuta roma tuscolana,psicoterapeuta roma
sud,psicoterapeuta significato,psicoterapeuta sessuologo,psicoterapeuta
università, psichiatra, psichiatria,psichiatri roma,psichiatria
forense,psichiatria infantile,psichiatra roma,psichiatra on line,
psichiatra online,psicomagia,psiconeuroimmunologia,psicosintesi,psicosomatica,psicoterapia,rimorso,sciamanesimo,sciamanismo,shock,shockda paura mortale,shock emotivo,shock
posttraumatico,sindrome
mestruale,sindrome
compulsivo ossessiva,sindrome premestruale,sogni,sogno
lucido,somatopsichica,stati alterati di coscienza,sterilità psicogenica,terapia
palliativa,trance,tristezza,vergogna,timidezza
|