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Gli
interventi
psicologici preventivi: dalla psicoterapia alla psicoeducazione
di
Gian Luigi Dell’Erba

1.Introduzione
Gli
interventi sulla prevenzione psicologica primaria sono spesso stati
definiti in modo ambiguo e vago sia per la intrinseca difficoltà a
definirne gli ambiti specifici che per la rarità di interventi
autenticamente progettati per essere preventivi rispetto a disturbi
psicologici o a condizioni di disagio generalmente inteso.Molto importante
è il problema di come si possa fare prevenzione psicologica primaria;
questo argomento tocca il problema della educazione, in particolare della
educazione della famiglia, e degli interventi psico-educativi nella
scuola, e riguarda anche il problema del modo in cui possono essere
veicolati quegli strumenti educativi di intervento attivi sui processi
psicologici del soggetto, ma anche del modo in cui possono riguardare gli
interventi di prevenzione delle ricadute dopo un trattamento psicologico,
ad esempio dopo una psicoterapia.Classicamente, la prevenzione psicologica
è stata spesso attuata tramite interventi di educazione o trasmissione di
informazioni relative a tematiche particolarmente centrali, tra cui la
sessualità, i rapporti tra amici, i rapporti genitori-figli, le norme ed
il comportamento sociale. Molti di tali interventi sono caratterizzati da
seminari o discussioni in classe con gli alunni della scuola.Altre forme
di prevenzione psicologica sono pensabili attraverso la più generale
educazione alla salute nelle scuole dove sono trattati argomenti di ampio
interesse per l’educazione al benessere psicofisico. Infatti, varie
forme di prevenzione psicologica sono state progettate come interventi
tesi allo sviluppo di abilità di ragionamento o problem-solving, al fine
di potenziare le capacità del soggetto nel fronteggiare le difficoltà,
adattarsi con più successo, e raggiungere più facilmente i propri
scopi.Certamente, con il termine prevenzione si è spesso confuso un
intervento specifico di educazione generale e primaria con interventi più
mirati alla riparazione o gestione di situazioni già problematiche sia
per il soggetto che per un contesto più allargato e sociale (ad esempio,
un gruppo-classe).Tali interventi sul problema sono spesso chiamati
"prevenzione secondaria" in quanto sono mirati a gruppi di
soggetti che manifestano elementi del problema o che sono coinvolti più
generalmente nel problema definito; in questo specifico ambito
l’obiettivo principale è ridurre l’ampiezza e limitare gli esiti del
problema individuato. Dunque, a questo livello di analisi, può esserci
una ulteriore confusione rispetto agli obiettivi pratici degli interventi
preventivi: se da una parte gli "elementi-bersaglio" sono
comportamenti o atteggiamenti di base da incrementare per gestire in modo
migliore un condizione "a rischio", dall’altra gli elementi
individuati come problema, cioè devianti o clinici, possono essere
condizioni anch’esse di base, e costituire fattori favorenti una
evoluzione disadattiva (condotte devianti, problemi psicopatologici). Per
riassumere, se l’intervento preventivo secondario riduce l’ampiezza di
un problema esistente e l’intervento diretto sul problema mira a
risolverlo, spesso le due cose possono coincidere. Un esempio immediato di
tale situazione può essere un intervento in una classe di alunni dove
l’obiettivo è quello di intervenire sul problema di un alunno parlando
a tutta la classe: è evidente che lo scopo di un intervento di questo
tipo è duplice anche se il mezzo è unico.Un altro aspetto fondamentale
è stabilire se un intervento preventivo psicologico sia più efficace se
indirizzato direttamente ai soggetti in forma di discussione, seminari o
letture oppure se attuato indirettamente attraverso la formazione delle
figure significative che interagiscono con il soggetto (docenti, genitori,
...). In questo secondo caso, ad esempio, l’intervento preventivo prende
le forme di una formazione di adulti che interagiscono in modo adeguato
riducendo quei fattori predisponenti il disadattamento: l’esempio più
diretto è l’influenza sullo stile di attaccamento e sulle relazioni
precoci tra genitori e figli oppure l’influenza sull’atteggiamento
educativo riguardo all’apprendimento di regole e norme sociali.Il punto
centrale resta il seguente: gli interventi preventivi in psicologia sono
informazioni che il soggetto elabora, ed in base a tale elaborazione egli
attiva o modifica una certa condotta. In sostanza, questi interventi si
occupano di fornire conoscenze, utili e pratiche, mirate al potenziamento
della capacità di adattamento del soggetto e del raggiungimento dei suoi
scopi.Tutti questi interventi di tipo preventivo possono riguardare alcuni
punti chiave nella organizzazione mentale del soggetto, ed in particolare
riguardano la organizzazione di alcuni concetti, di alcune assunzioni e
credenze in generale, ed alcune nostre teorie del senso comune, alcune
nostre abitudini nell’affrontare, fronteggiare e giudicare alcuni
aspetti della nostra realtà, del nostro mondo, dell’avere a che fare
con le persone, delle nostre relazioni sociali, e anche delle relazioni
riguardo noi stessi.In breve, queste abilità possono essere denominate
come "abilità metacognitive"; con tale termine si vogliono
indicare quelle abilità di sviluppo ed uso del nostro essere coscienti,
del nostro essere consapevoli del fatto che in dati momenti funzioniamo in
un certo modo, cioè dell’essere consapevoli del nostro stesso
funzionamento mentale (e di alcuni importanti contenuti e processi).Queste
abilità metacognitive permettono all’individuo di auto-regolarsi, di
autocorreggersi, e così assumere degli atteggiamenti e strategie di
fronteggiamento e risoluzione dei problemi della vita, in particolare
della nostra vita quotidiana.Prima di dedicarci ad alcuni fattori
cognitivi presenti negli interventi preventivi, cerchiamo di schematizzare
il campo psicologico di intervento attraverso la definizione di alcuni
concetti della psicologia della personalità e della condotta, in un modo
che sia direttamente utile per le applicazioni in psicologia della
educazione e della formazione.
2.
La psicologia della personalità e le abilità del soggetto
Le
abilità sono gli strumenti del soggetto in base ai quali egli acquisisce
i suoi scopi. Alcune abilità sono possedute dalla nascita e permettono al
soggetto di sopravvivere e crescere. Altre abilità sono apprese. Lo
sviluppo del soggetto è centrale in quanto durante esso si acquisiscono
le conoscenze, si formano i principali atteggiamenti, si stabiliscono
alcune importanti abitudini, e si apprendono alcune abilità principali.
Tra le diverse capacità del soggetto ricordiamo alcune principali abilità
che si acquisiscono nello sviluppo:
-
abilità di auto-organizzazione
-
abilità di fare e mantenere le amicizie
-
abilità di riconoscere ed esprimere le emozioni
-
abilità di gestione della rabbia
-
abilità di gestione dello stress.
Tali
abilità si formano durante la crescita del soggetto e possono indicare se
un individuo è capace di acquisire i propri scopi oppure incontra alcune
difficoltà.Le caratteristiche fondamentali del soggetto possono essere
brevemente riassunte in alcuni aspetti centrali:
-
funzionamento dell’organismo
-
carattere ed abitudini di base:
-
estroversione/introversione
-
amicizia/ostilità
-
coscienziosità/superficialità
-
stabilità emotiva/instabilità
-
apertura mentale/dogmatismo
-
sistemi di conoscenza: credenze, desideri, motivazioni, intenzioni,
progetti, teorie personali
-
abilità sociali e competenza interpersonale.
Comunemente,
ci si riferisce ad alcuni concetti che sinteticamente riassumono
importanti aspetti del funzionamento dell’individuo. Di seguito sono
riassunti alcuni di questi fondamentali aspetti del soggetto.
2.1.
La Personalità
Con
il termine Personalità ci si riferisce a modi costanti di percepire,
rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi, che si
manifestano in un ampio spettro di contesti sociali e personali. Questi
modi costanti di essere, chiamati Tratti di Personalità, possono essere
diversi, e solo quando essi sono particolarmente Rigidi e Non Adattivi, e
quindi causano al soggetto una compromissione significativa del proprio
funzionamento e una stabile sofferenza, sono definiti come Disturbi di
Personalità. Le principali componenti della personalità sono le
seguenti: estroversione/introversione, amicizia/ostilità, coscienziosità/superficialità,
stabilità emotiva/instabilità, apertura mentale/dogmatismo.Per aspetti
più pratici, clinici e diagnostici varie combinazioni di questi tratti
sono state raggruppate in tre categorie molto generali:
A)
isolamento, impermeabilità, freddezza, bizzarria, imprevedibilità
B)
insistenza, drammaticità, manipolazione, esplosività, instabilità
emotiva
C)
evitamento, ansia, insicurezza, dipendenza.
Ognuno
di questi gruppi comprende a sua volta altre distinzioni più specifiche.
Questi
aspetti di base si manifestano attraverso modi di pensare e di comportarsi
in diversi contesti. Gli aspetti della personalità si manifestano in
specifici modi di pensare. Le diverse modalità di essere possono essere
schematicamente riassunte in un profilo di personalità costituito dai
diversi tratti.Generalmente, e per scopi più pratici, la personalità può
essere studiata attraverso specifiche tendenze di pensiero e di
comportamento:
-
credenze e desideri su sé stessi
-
credenze e desideri sugli altri
-
credenze e desideri sul mondo esterno.
Questi
aspetti hanno delle interessanti applicazioni nel settore della psicologia
del lavoro, nel marketing, nello sport, nelle relazioni pubbliche, nella
scuola, oltre che una consolidata applicazione nella psicologia
clinica.Uno degli aspetti più conosciuti di queste applicazioni, qui più
volte ripreso, è quello relativo alla attribuzione soggettiva delle cause
degli eventi. Vi sono soggetti che attribuiscono sistematicamente il
controllo degli eventi a cause esterne mentre altri lo considerano
stabilmente all’interno di sé stessi. Questa differenza è alla base
del tratto di personalità pessimistico e ottimistico. La valutazione di
tale tratto è solitamente alla base dei programmi di selezione in ambito
scolastico, lavorativo e sportivo, e permette di fare delle previsioni
sull’andamento dei soggetti nei loro compiti. Gli psicologi che si
occupano di questi aspetti solitamente forniscono anche dei programmi di
modificazione di questo tratto (pessimismo-ottimismo) per il più adeguato
inserimento nel proprio contesto e una più efficiente acquisizione dei
propri obiettivi.La condotta dei soggetti e le relative aspettative che
essi hanno di essere efficaci oppure di rischiare dei fallimenti
(autoefficacia percepita) è la caratteristica di personalità forse più
studiata dalla psicologia applicativa. Se un soggetto ha una aspettativa
positiva oppure reagisce bene ad un fallimento probabilmente avrà un
specifica modalità di valutare gli effetti e le cause di ciò che gli
capita; viceversa, se un soggetto si aspetta di fallire o svaluta i propri
successi la modalità di affrontare effetti e cause sarà l’opposto.Dallo
studio della personalità si può derivare lo studio delle motivazioni
individuali. Per motivazione si intende la presenza di uno scopo, di un
obiettivo, di una meta che il soggetto si rappresenta nella propria mente.
Qualche volta, ed in alcuni casi, gli individuo possono avere degli scopi
in contrasto nella loro mente, e che perseguono contemporaneamente;
questo, tuttavia, conduce al blocco dei propri progetti come anche alla
paralisi del comportamento. Perseguire scopi incompatibili è un
paradosso, ma purtroppo ciò è molto comune. Diversi individui soffrono
intensamente ma nondimeno perseguono scopi impossibili. Vi sono alcuni
scopi che nessun individuo può realizzare, e sebbene questi scopi possono
sembrare alla nostra portata non lo sono affatto. Alcune cause di disturbi
psicologici, del comportamento e delle relazioni interpersonali possono
essere indicate appunto in questi scopi paradossali. Alcuni di questi
scopi sono i seguenti (Dell’Erba, 1998a):
1)
voglio X e non riesco ad averlo: in tale proposizione il soggetto si
confronta con un obiettivo (X) che non può perseguire; il soggetto può
recedere e rinunciare a tale scopo finale, oppure non rinunciando può
insistere e restare bloccato, a volte non riuscendo a giustificare la
situazione in cui pur volendo qualcosa a volte non la otteniamo.
2)
voglio X e voglio Y e non riesco ad averli insieme: il soggetto non
riesce o non vuole scegliere; questo vale solo per le mete
incompatibili, quindi deve essere visto se due obiettivi sono in realtà
incompatibili; il soggetto è bloccato in quanto non assegna una priorità.
3)
non voglio sentirmi in modo X: tale proposizione si riferisce alla
impossibilità di agire ad un livello diverso di quello intenzionale, in
quanto pur non desiderando avere una certa sensazione di fatto
l’abbiamo; il soggetto può agire in vari modi per creare le
condizioni favorevoli per ridurre o impedire un certo stimolo non
intenzionale ( C), ma di fatto non può farlo direttamente; spesso è
non perseguendo tale scopo che lo stimolo si riduce o si risolve.
4)
voglio X ma dovrei volere Y: il soggetto pur desiderando un certo
obiettivo, valuta negativamente questo fatto in quanto ha delle
assunzioni generali nelle quali un certo obiettivo (X) è o
incompatibile o almeno indesiderabile; il soggetto si trova in conflitto
tra un desiderio specifico e una teoria generale, e non riesce ad
articolare né i casi particolari o eccezioni, né è in grado o
desidera modificare parte della teoria.
5)
Voglio X anche se non posso avere X: se il soggetto non crede
all’effetto invalidante e negativo delle proprie azioni allora può
insistere anche contro l’evidenza plateale che un certo X, di fatto,
non lo raggiunge; è possibile che un soggetto ignori il risultato di
certe proprie azioni o non desidera verificarne l’effetto, e dunque
tende, per principio, a continuare nella direzione stabilita; in alcuni
casi il soggetto può insistere perché non altro davanti, non può
scegliere nulla ("vorrei vivere anche se so che non posso più
continuare a vivere"), ma in questo caso il soggetto può
desiderare liberamente X anche se conosce la propria mancanza di potere
su X e quindi non punta tutto sull’insistenza.
6)
non posso fare a meno di X: il soggetto crede che X sia tutto, o sia un
bene indispensabile, o un mezzo insostituibile; è il caso della
indispensabilità, nella quale il soggetto non vede l’alternativa;
spesso il soggetto ha delle convinzioni generali, altre volte ha delle
credenze specifiche che ha costruito in esperienze concrete specifiche e
particolari, ed in base a tali valutazioni ed inferenze crede che quelle
aspettative che ha siano l’unico volto possibile della realtà.
7)
non voglio essere X (o non voglio avere un "tratto" X): il
soggetto si pone lo scopo di essere in un certo modo non badando al
fatto che ciò che a volte significhiamo con alcuni termini
personologici e caratteriologici è in sostanza il resoconto del
giudizio di altri (educato, sensibile, onesto, comprensivo, simpatico,
spontaneo, ...); da alcuni è definito "effetto Stendhal", il
quale, come si sa, voleva diventare completamente spontaneo in società.
8)
non voglio credere X: le credenze non sono intenzionali, quindi non
possono essere oggetto di scelta; tuttavia, molti pazienti rifiutano
molte credenze e constatazioni sulla base delle conseguenze che queste
conoscenze comporterebbero secondo proprie assunzioni e schemi; i
tentativi di rifiutare conoscenze che gli stessi soggetti hanno avuto
modo di percepire è sempre un problema complesso; molti autori tendono
a non trattare tali rifiuti come inconsapevolezze complete ma come
tentativi continui di bloccare, interferire, e deviare i processi
attentivi su altre conoscenze più neutrali.
9)
non voglio che S sia X: qualcuno crede che il nostro potere sia anche
quello di influire direttamente sugli altri, ma ciò non è di fatto
possibile; dunque, i soggetto si pone lo scopo volere che qualcun altro
sia fatto in un certo modo, o si comporti in qualche particolare modo,
ma resta deluso; pur potendo desiderare che qualcuno o altri siano come
ci piace o come vorremmo, le persone sono tali al di là della nostra
volontà e del nostro desiderio.
10)
non voglio che S creda X (o voglio che S creda Y): è il più comune
paradosso che le persone attivano nelle relazioni interpersonali; tale
proposizione è la base di tutte le fobie sociali, di tutte le timidezze,
di ogni forma di dipendenza dagli altri e di sottomissione, di tutte le
subordinazioni comuni che gli individui attivano, e delle quali si
lamentano sia direttamente sia riguardo i loro effetti; pur potendo
desiderare un giudizio favorevole o positivo dagli altri il soggetto non
può pretenderlo, pena l’effetto paradossale della bizzarria della
stessa richiesta; il soggetto può attivare tutte le condizioni in suo
potere che possono favorire un giudizio positivo (comportarsi
simpaticamente o benevolmente, essere generosi, aiutare, sorridere, ...)
ma alla fine l’effetto non è mai scontato perché il proprio
comportamento non agisce direttamente sulle libere opinioni degli altri.Lo
scopo di perseguire questi obiettivi non può che portare a soffrire, come
anche a far soffrire le persone che ci sono vicine.
2.2.
L’assertività
L’assertività
è quella capacità del soggetto di mantenere il perseguimento attivo dei
propri scopi. E’ quel tratto della personalità che è caratterizzato da
tenacia, costanza, chiarezza, sicurezza, impegno, attenzione, disponibilità.
I soggetti assertivi acquisiscono i propri scopi mantenendo attiva la
propria meta e la direzione della propria azione. Certamente, è
importante distinguere la tenacia dalla testardaggine; infatti, i soggetti
che rigidamente perseguono lo stesso scopo anche contro una ragionevole
evidenza del contrario non sono assertivi ma testardi, e talvolta ostili,
aggressivi, predatori, antisociali. Quindi, la assertività è quella
capacita di dirigere il proprio comportamento verso la propria meta non
trascurando però le informazioni che provengono dal nostro ambiente e le
informazioni che noi stessi possediamo. Teoricamente possiamo distinguere
i soggetti in:
-
assertivi
-
anassertivi (passivi, evitanti, timorisi, insicuri, dubbiosi)
-
aggressivi
I
soggetti assertivi possono essere riconosciuti non solo dalle proprie
motivazioni espresse e dalla comunicazione delle proprie credenze, ma
anche dal comportamento non verbale. I gesti, la posizione abituale del
corpo, la postura durante le interazioni sociali, le espressioni facciali
e la mimica, la direzione dello sguardo, sono tutti indicatori di tratti
della personalità del soggetto. Questi indicatori sono segnali di quanto
avviene all’interno della mente del soggetto, e segnalano appunto le
abitudini e gli atteggiamenti più stabili e consolidati. Infatti, un
soggetto può dichiararsi amichevole ma essere smascherato come ostile
proprio a causa del proprio comportamento non verbale; oppure un individuo
può negare un fatto ma segnalare involontariamente che sta mentendo.
Numerosi psicologi addestrano soggetti al potenziamento della propria
capacità di comunicare attraverso programmi centrato sul linguaggio non
verbale; questi strumenti, attualmente, sono molto usati nelle abilità di
persuadere e motivare gli altri, abilità che hanno una applicazione
sempre più intensa e generale.La assertività è un aspetto particolare
sia della organizzazione della propria personalità, cioè del proprio
particolare profilo di tratti personali, come anche costituisce una
applicazione specifica della organizzazione delle proprie motivazioni.Le
motivazioni (o bisogni, o motivi, o impulsi, o scopi, o obiettivi) sono
gli aspetti energetici dell’essere umano in quanto tramite i propri
scopi l’individuo cresce, apprende, costruisce, ricorda, si impegna e
così via. Le motivazioni possono essere sintetizzate in molti modi, uno
dei quali è il seguente (McClelland, 1985):
-
bisogno di riuscita
-
bisogno di affiliazione
-
bisogno di potere.
Il
bisogno di riuscita è la caratteristica più emergente delle società
industriali, ed esprime bene il carattere centrato sui risultati concreti
del comportamento di un soggetto. La motivazione a riuscire si pone
all’origine delle principali realizzazioni individuali, ed ispira gran
parte del sistema educativo e delle organizzazioni che sono deputate a
trasmettere conoscenza. Questo bisogno ha come obiettivo il desiderio di
eccellere, ed ha come caratteristica propria l’evitamento del fallimento
(paura del fallimento). Un individuo spiccatamente centrato su esso avrà
il piacere di riuscire, un senso di competenza che gli deriva dal mettersi
alla prova, e dalla inclinazione verso il fare le cose nel migliore modo
possibile. Solitamente, il soggetto si impegna con puntualità, tenacia, e
responsabilità.Il bisogno di affiliazione è la caratteristica più
spiccatamente sociale in quanto ispira il comportamento di
socializzazione, di aiuto, di supporto. Questa motivazione determina un
orientamento verso la particolare considerazione nei confronti del
giudizio altrui. Il soggetto orientato verso questa inclinazione
attribuisce molta importanza al giudizio degli altri, cerca di farsi ben
volere, intrattiene relazioni particolarmente affabili e calde con le
altre persone, ama essere protetto o proteggere, ed è spiccatamente
orientato a farsi accettare dal proprio gruppo (di lavoro, di riferimento,
familiare, amicale, ecc.). Il soggetto con forti inclinazioni in questa
motivazione tenderà ad evitare il rifiuto da parte degli altri (paura del
rifiuto).Il bisogno di potere è la caratteristica motivazionale più
centrata sul dominio, sul potere, sulla gerarchia, sull’uso della
manipolazione. Questa caratteristica è centrale nelle organizzazioni di
lavoro, non per questo aggressive, dove è determinante la diversità di
responsabilità, di mansioni, di interessi, di potere. Un soggetto
centrato su questo aspetto sarà interessato ai punti deboli degli altri
così da poterli controllare e manipolare secondo le proprie esigenze;
inoltre, egli potrà avere spesso un atteggiamento diffidente e
sospettoso. Un individuo incline alla motivazione al potere tenderà ad
evitare la dipendenza (paura della dipendenza).
2.3.
La Comunicazione Interpersonale
Vi
sono diverse teorie che definiscono i vari aspetti della comunicazione;
alcune di esse prendono in considerazione la comunicazione tra strumenti e
ne analizzano la tecnologia; altre esaminano la comunicazione sociale, sia
tra soggetti che tra animali; altre teorie prendono in considerazione gli
aspetti esterni, stilistici, osservativi, mentre altre analizzano gli
aspetti di contenuto, proposizionali, linguistici, logici.Per
sintetizzare, possiamo definire la comunicazione come un comportamento
complesso orientato definito da una fonte di trasmissione, un messaggio,
un canale di trasmissione, una base di ricezione, dalla presenza di
strumenti di decodifica, ed infine dalla presenza di rumore e disturbo del
segnale.In questo schema devono essere definiti gli aspetti sia formali
sia impliciti. Gli aspetti formali sono costituiti dalla descrizione
osservativa della comunicazione; gli aspetti impliciti sono costituiti
dalle intenzioni dei due partecipanti alla comunicazione. Chi trasmette un
segnale può non farlo intenzionalmente, mentre chi riceve un segnale può
attribuire intenzioni errate nei confronti di chi ha trasmesso. In alcune
tipologie di comunicazione (ad esempio non verbale) non è sempre
possibile chiedere una conferma, quindi è sempre possibile mettere in
atto degli errori di decodifica e di interpretazione; le comunicazioni
importanti devono sempre avere dei dispositivi di conferma anche se la
comunicazione può essere ripetitiva ed appesantita
(ridondante).Classicamente, si può distinguere tra le tipologie della
comunicazione una comunicazione verbale in:
-
descrittiva: quello che si dice serve a descrivere qualcosa;
-
valutativa: quello che si dice serve a giudicare un qualcosa;
-
ingiuntiva: quello che si dice serve a far fare qualcosa a qualcuno.
E’
di fondamentale importanza imparare a riconoscere queste differenze sia in
quello che noi diciamo agli altri che in quello che gli altri dicono (sia
a noi che ad altre persone). La scarsa capacità di
"sintonizzarsi" sull’esatta caratteristica della comunicazione
porta ad importanti equivoci che se possono essere fonte di umorismo (in
realtà questa è una delle basi dell’umorismo e della comicità) può
anche determinare danni e sofferenze di rilevante entità.Un aspetto della
comunicazione è quella definita "metacomunicazione" ed ha come
contenuto la stessa comunicazione, o una sua parte. Ad esempio, un
soggetto descrive un fatto, e di seguito commenta e giudica il suo stesso
racconto, il modo come lo ha espresso. Questo elemento della comunicazione
è positivo in quanto segnala il fatto che gli individui riflettono su sé
stessi, ma può essere una fonte di disturbo quando i commenti non sono
coerenti ed adattati al contesto particolare della situazione
comunicativa. Infatti, metacomunicare accorcia le "distanze" tra
le persone, e spesso può rendere la comunicazione più "intima"
e più ravvicinata, cosa che non è sempre gradita e opportuna. La
metacomunicazione è a volte causa o innesco di litigi e discussioni. A
volte, al contrario, la abilità metacomunicativa è il fattore che può
risolvere un conflitto tra persone.Lo stile della comunicazione dipende
direttamente dai tratti di personalità del soggetto, ma una tipologia può
essere schematizzata come segue:
1)
dominante;
2)
compiacente
3)
estroverso
4)
isolato.
Sono
riconoscibili le posizioni intermedie quali: 1+3: consiglia, coordina,
comanda, dirige, promuove; 1+4: analizza, critica, disapprova, condanna,
si oppone; 2+3: sopporta, approva, collabora, è servizievole; 2+4: evita,
concede, rinuncia, indietreggia, si ritira.
2.4.
Problem Solving
I
problemi sono o situazioni nuove che richiedono comportamenti nuovi o
situazioni per cui non si hanno soluzioni soddisfacenti. Quando non
possiamo rispondere ad una domanda usando la nostra informazione contenuta
nella memoria, o quando non possiamo comportarci in una situazione come
abbiamo fatto l’ultima volta o di solito, allora siamo di fronte ad un
problema.Alcuni problemi sono difficili da risolvere perché "ci
mettono", o ci mettiamo da soli, su una pista sbagliata. Quando ciò
succede si dice comunemente che vi è una impostazione negativa. Altri
problemi, invece, sono difficili perchè richiedono una impostazione molto
poco probabile nella media dei ragionatori, e per cui è necessario
comporre i dati in modo insolito e creativo (vedremo più avanti).La
capacità degli esseri umani a risolvere i problemi che incontrano e che
si oppongono alla acquisizione dei propri scopi è una caratteristica
specifica e basilare; senza di essa non saremmo sopravvissuti. La
specifica abilità nella risoluzione di problemi è una caratteristica
molto individuale e può variare da soggetto a soggetto. Non possiamo
affermare che i soggetti risolvono problemi tutti nello stesso modo, né
si può affermare che tutti i problemi sono della stessa natura. Tuttavia,
possiamo indicare una traccia generale che è una direzione logica della
nostra mente, una sequenza naturale, una esigenza specificamente
determinata del funzionamento mentale. Naturalmente, non tutti i soggetti
hanno lo stesso grado di abilità nello sviluppo della funzione di
analisi, organizzazione e risoluzione di problemi. La sequenza che segue
è orientata sull’analisi mezzi-fini della condotta.L’analisi
razionale della condotta orientata allo scopo assume una struttura
graduale, con passi che causalmente conducono all’obiettivo.
-
Il primo passo è quello della definizione o indicazione dell’obiettivo
: voglio X. Questo passo può o può non avere i criteri di realismo e
coerenza, come abbiamo già osservato (paradossi e scopi impossibili).
-
Il secondo passo è quello della valutazione personale della conoscenza
dei mezzi utili per acquisire la meta: posso averlo? Anche questo passo è
sensibile a distorsioni ed irrazionalità.
-
Il terzo passo indica la eventuale riformulazione della meta o del piano
orientato allo scopo, cioè il soggetto si adegua al proprio potere per
l’acquisizione della meta o per l’acquisizione del potere necessario
aggiuntivo: allora, voglio Y.
-
Il quarto passo è la esperienza passata o memoria della meta stessa, cioè
se il soggetto ha già sperimentato l’acquisizione dell’obiettivo:
conosco Y? Ciò è essenziale per gli ovvi motivi della adeguata
rappresentazione sia della meta che dei mezzi.
-
Il quinto passo è quello relativo alla conoscenza dello stato finale, cioè
se il soggetto ha un criterio adeguato per riconoscere l’avvenuta
acquisizione dello stato desiderato: so riconoscere Y? E’ evidente qui
che la mancanza del criterio di "stop" perpetua il comportamento
di acquisizione all’infinito.
Vari
ricercatori hanno messo in luce che quanto più efficaci si è nel
risolvere problemi (di vario tipo) tanto più è stata di aiuto una buona
rappresentazione del problema.Un problema viene compreso, e quindi
risolto, sulla base di ciò su cui è rappresentato (modello), anche se
questo limita la possibilità di altre rappresentazioni.Così come si
definisce il metodo scientifico così anche si definisce il comportamento
risolutorio dell’individuo:
-
il soggetto nota un problema ed è motivato a risolverlo;
-
egli formula delle ipotesi e compie dei tentativi che possono essere
casuali o mirati sulla base delle proprie ipotesi;
-
il soggetto nota quali tentativi sono sbagliati e gli elimina e parimenti
nota cosa funzione e lo ripete;
-
l’individuo formula un modello o una teoria che renda conto degli errori
e dei tentativi esatti;
-
egli ora si baserà su questa teoria fino a quando sarà messa in crisi da
nuovi problemi.
Sulla
base dei concetti della psicologia della personalità e della condotta
esaminiamo le possibili applicazioni preventive alla luce dei contribuiti
incrociati tra psicologia generale contemporanea e psicologia clinica
cognitivista.
3.
Il Modello ABC della condotta
3.1.
Gli aspetti generali
A
questo proposito si può fare riferimento al cosiddetto "modello
ABC" della psicoterapia cognitiva, il quale appare un modello
semplice ed utile per studiare i processi e gli accadimenti delle nostre
reazioni emotive e comportamentali, nonché le nostre attività cognitive,
i nostri processi di pensiero e di giudizio, e quindi tutto il
funzionamento psicologico del soggetto; questo ci da la possibilità di
spiegare il comportamento, ed in generale la psicologia dell’individuo
in quei determinati momenti che possono risultare problematici.Il
"modello A-B-C", ben descritto nei lavori di Ellis
(primariamente) e Beck (in seguito), è la caratteristica sia teorica sia
tecnica che funge da "minimo comune denominatore" dei diversi
trattamenti cognitivistici (Dell’Erba, 1998b).Il modello ABC non solo è
uno schema teorico utile per concettualizzare le variabili fondamentali
connesse alla condotta dell’individuo ma è anche una procedura tramite
la quale può essere concretamente attuata una valutazione, una
formulazione del caso, una sua pianificazione, ed un trattamento.L’ABC
può essere immaginato come uno schema a tre colonne, la prima delle
quali, A, identifica le condizioni antecedenti, gli stimoli, gli eventi.
Il B indica le credenze, il pensiero, il ragionamento, le attività
mentali che hanno come oggetto gli antecedenti. Il C definisce le
conseguenze di queste attività mentali ed identifica reazioni emotive e
comportamentali (Ellis, 1994, 1987; De Silvestri 1981a; Dell’Erba,
1998a).L’aspetto centrale dell’interesse cognitivista per il
funzionamento mentale riguarda la distinzione delle attività e dei
processi cognitivi rappresentati e focalizzati dal B; classicamente sono
prese in considerazione le seguenti attività psichiche: immagini,
inferenze, valutazioni, assunzioni personali, schemi.Le immagini, che sono
attività dove le funzioni sensoriali e mnestiche svolgono un ruolo
fondamentale, sono prese in considerazione in quanto parte integrante
delle rappresentazioni soggettive riguardanti la interpretazione di un
dato evento. Le immagini riflettono direttamente il senso attribuito dal
soggetto ad un dato evento ed il contributo dei processi di elaborazione
più automatici (regole, assunzioni personali, inferenze).Le inferenze
sono ipotesi che attengono alla presenza o assenza di condizioni fattuali,
cioè di eventi attesi nel A. Alcune inferenze sono elaborate in modo
quasi-automatico, e quindi il soggetto non ne è immediatamente cosciente,
tanto che Beck le ha definite "pensieri automatici". Le
inferenze sono, dunque, anche "predizioni" su ciò che accadrà,
sta’ accadendo o è accaduto; ad ogni evento il soggetto attribuisce
delle caratteristiche e delle cause, ma tali attribuzioni sono guidate
dalla propria base conoscitiva.Proprio riguardo ai processi inferenziali
sono state definite varie tipologie di errori inferenziali che possono
riguardare sia le caratteristiche dello stimolo sia le sue determinanti.
Alcuni errori cognitivi tipicamente considerati nella Psicoterapia
Cognitiva sono le "distorsioni cognitive" che riguardano il
processo di elaborazione dei dati (eventi, fatti, sintomi, pensieri), e
attengono alla attribuzione soggettiva di dati che "vanno oltre
l’evidenza dei fatti" (Johnson Laird, 1993; Girotto, 1994). Come ha
evidenziato Beck (Beck et al., 1976; Alford, Beck, 1997), le distorsioni
cognitive sono influenzate dall’umore ma, a loro volta, lo influenzano
intensamente. Tali errori cognitivi, così come definiti dalla Cognitive
Therapy di Beck, sono i seguenti:
Pensiero
dicotomico: le cose sono viste in termini di categorie mutualmente
escludentisi senza gradi intermedi. Ad esempio, una situazione o è un
successo oppure è un fallimento; se una situazione non è proprio
perfetta allora è un completo fallimento. ("o tutto o
nulla").
Ipergeneralizzazione:
anche definito come "globalizzazione"; uno specifico evento è
visto come essere caratteristica di vita in generale o globale piuttosto
che come essere un evento tra tanti. Ad esempio, concludere che se
qualcuno ha mostrato un atteggiamento negativo in una occasione, non
considera poi le altre situazioni in cui ha avuto atteggiamenti più
opportuni. ("di tutta l’erba un fascio").
Astrazione
selettiva: Un solo aspetto di una situazione complessa è il focus
dell’attenzione, a altri aspetti rilevanti della situazione sono
ignorati. Ad esempio, focalizzare un commento negativo in un giudizio
sul proprio lavoro trascurando altri commenti positivi. ("bicchiere
mezzo vuoto").
Squalificare
il lato positivo: le esperienze positive che sono in contrasto con la
visione negativa sono trascurate sostenendo che non contano. Ad esempio,
non credere ai commenti positivi degli amici e colleghi dubitando che
dicano ciò solo per gentilezza. ("ciò non conta nulla, conta di
più ... ").
Lettura
del pensiero: un soggetto può sostenere che altri individui stiano
formulando giudizi negativi ma senza alcuna prova evidente di ciò che
afferma. Ad esempio, affermare di sapere che l’altro ci giudica male
anche contro la rassicurazione di quest’ultimo. ("ti ho già
capito").
Riferimento
al destino:: l’individuo reagisce come se le proprie aspettative
negative sugli eventi futuri siano fatti già stabiliti. Ad esempio, il
pensare che qualcuno lo abbandonerà, e che lo sa già, e agisce come se
ciò fosse vero. ("lo so già"). Insieme al precedente formano
il "salto alle conclusioni", cioè il caso esemplare di
inferenza arbitraria.
Catastrofizzare::
gli eventi negativi che possono verificarsi sono trattati come
intollerabili catastrofi piuttosto che essere visti in una prospettiva
più pratica e moderata. Ad esempio, il disperarsi dopo un brutta figura
come se fosse una catastrofe terribile e non come una situazione
semplicemente imbarazzante e spiacevole. ("è terribile se...).
Minimizzazione::
le esperienze e le situazioni positive sono trattate come reali ma
insignificanti. Ad esempio, il pensare che in una cosa si è positivi ma
che essa non conta in confronto ad un’altra più importante.
("niente conta veramente di quello che faccio").
Ragionamento
emotivo:: considerare le reazioni emotive come reazioni strettamente
attendibili della situazione reale. Ad esempio, concludere che siccome
ci si sente sfiduciati, la situazione è senza speranza. ("se mi
sento così allora è vero"). 5
Doverizzazioni::l’uso
di "dovrei", "devo", "bisogna", si
deve", segnala la presenza di un atteggiamento rigido e tendente
alla confusione tra "pretendere" e "desiderare", e
ciò è in diretta connessione con regole personali. Ad esempio, il
pensare che un amico deve stimarci, perchè bisogna stimare gli amici.
("devo ...", "si dovrebbe ...", "gli altri
devono ...").
Etichettamento::
identificare qualcuno tramite una etichetta globale piuttosto che
riferirsi a specifici eventi o azioni. Ad esempio, il pensare che si è
un fallimento piuttosto che si è inadatti a fare una certa cosa.
("è un .....").
Personalizzazione:
assumere che il soggetto stesso è la causa di un particolare evento
quando nei fatti, sono responsabili altri fattori. Ad esempio,
considerare che una momentanea assenza di amicizie è il riflesso della
propria inadeguatezza piuttosto che un caso. ("è colpa mia
se...").
Tali
errori cognitivi non sono tipici di un disturbo psicologico ma sono invece
diffusi e caratteristici nel funzionamento mentale normale. L’aspetto
disfunzionale è determinato dalla compresenza di più errori, dalla
frequenza di comparsa e dal grado in cui tali procedure sostituiscono il
ragionamento realistico e funzionale del soggetto. In sintesi, le
distorsioni cognitive sono euristiche di ragionamento che svolgono una
funzione adattiva in situazioni di emergenza e, probabilmente, non più
adeguate allo stile di vita contemporaneo (essendo modalità automatiche
possono in qualche modo essere state sviluppate evoluzionisticamente, ma
attualmente potrebbero essere un esempio di "deriva
evoluzionistica").Vari autori hanno approfondito le modalità di
ragionamento in condizioni di incertezza (Kanheman, Slovic, Tversky.,
1982; Piattelli Palmarini, 1993, 1994; Nisbett, Ross, 1980; Girotto, 1994;
Dell’Erba, 1998c), e tali condizioni sarebbero centrali in stati di
attivazione dei soggetti (stress, condizioni cliniche, ...). Dalle diverse
ricerche nel campo della influenza di variabili contestuali, o di fattori
emotivi, sul ragionamento emergono diverse tipologie di biases cognitivi,
spesso dipendenti dallo specifico obiettivo della ricerca; il minimo
comune denominatore di tali errori cognitivi sembra essere la seguente
schematizzazione: generalizzazione di informazioni, eliminazione di
informazioni, distorsione di informazioni. Ciascuna di queste categorie
raggruppa vari tipi di errori cognitivi, definiti dalle ricerche in
psicologia generale sia in ricerche nel campo clinico.Le valutazioni
possono essere definite come giudizi (buono-cattivo, OK-non OK) o
preferenze. I soggetti formulano delle valutazioni sia sulla base di
processi inferenziali sia in base all’uso di conoscenze possedute, e
dunque i giudizi e le preferenze dei soggetti possono essere influenzate
sia da errori cognitivi di processazione dell’informazione sia da
osservazioni personali (ad esempio, teorie e modelli di spiegazione
soggettivi).Un aspetto principale, teorico e tecnico, è il ruolo
rivestito dalla teoria attribuzionale (ad esempio, il contributo di autori
come Heider, Rotter, Seligman) nell’impianto della Psicoterapia
Cognitiva e negli interventi cognitivisti. Le inferenze e le valutazioni,
rispetto alle determinanti o alle caratteristiche degli eventi, possono
essere identificate da 3 fattori. L’attribuzione causale può riguardare
la distinzione tra globalità e specificità a seconda che il fattore
causale sia riferito a variabili generali o strettamente particolari: ad
esempio, criticarsi per un difetto particolare (specificità) oppure
criticarsi come persona (globalità). Le attribuzioni sulla causalità
possono anche riguardare le variabili stabilità e temporaneità: ad
esempio, giudicare una caratteristica altrui come temporanea piuttosto che
stabile. I processi attributivi riguardano, altresì, le caratteristiche
di internalizzazione (o personalizzazione) e esternalizzazione: ad
esempio, giudicarsi meritevoli per un successo proprio (giudizio interno)
ma giudicare non meritevole un’altra persona attribuendo il suo successo
al caso o alla fortuna (giudizio esterno). Queste tre variabili bipolari
rappresentano i fattori costitutivi delle decisioni sui processi causali
ma, ovviamente, costituiscono anche le variabili di distorsione di giudizi
ed inferenze su quelle stesse attribuzioni.Dunque, i trattamenti cognitivi
hanno pienamente applicato questi meccanismi di attribuzione e decisione
per modificare le convinzioni e le conoscenze disfunzionali del soggetto.
Vale la pena ricordare che uno dei modelli più celebri nella
concettualizzazione della psicologia depressiva è proprio la teoria
attribuzionale che identifica nel paziente giudizi negativi su sé,
interni, stabili e globali (Beck, Freeman, 1990; Seligman, 1990, Seligman.
Rosenhan, 1997).Un ulteriore punto è quello riguardante le valutazioni di
stati emotivi. Gli individui spesso sono coinvolti in problemi psicologici
dovuti al fatto di avere certi problemi; questa condizione viene definita
come problema secondario e dipende da valutazioni formulate su
valutazioni, emozioni, comportamenti, o qualsiasi altro stato del
soggetto. <<Alla base di alcuni di questi stati psicologici vi è il
fatto che gli esseri umani non soltanto possono procurarsi un problema
(che possiamo chiamare problema primario) ma quando si accorgono e
valutano questa condizione possono crearsi un altro problema (che
chiamiamo problema secondario); questo tipo di stati psicologici,
relativamente frequenti nelle condizioni cliniche, possono complicare e
mantenere notevolmente il quadro psicopatologico (De Silvestri, 1981a,
1981b; Mancini, 1996; Dell’Erba, 1998a).>> (Dell’Erba, 1998b).Le
assunzioni personali sono regole e principi fondamentali che guidano il
comportamento e che sono formulate nel corso della propria esistenza. Più
le assunzioni sono precoci e più sono pervasive e stabili, in quanto
varie credenze si collegano tra loro in reti di conoscenza che possono
avere temi esistenziali generali comuni o specifici episodi
soggettivamente rilevanti. Le assunzioni personali sono atteggiamenti
specifici riguardo una varietà di eventi o temi che riguardano il
soggetto (o più esattamente, temi che il soggetto sostiene che lo
riguardino). Ellis (1987) ha individuato una lista di atteggiamenti o idee
irrazionali che riguardano le regole che il soggetto si dà e le relazioni
che egli intraprende con gli altri o con il mondo esterno o con sé
stesso. Questa lista può ben essere ricondotta ad alcuni principali
atteggiamenti:
-
doverizzazioni
-
giudizi totali su di sé e su gli altri
-
insopportabilità e intolleranza
-
catastrofizzazione
-
indispensabilità e bisogni assoluti.
Tali
atteggiamenti sono ulteriormente definibili, secondo Ellis (1987, 1994),
in tre doverizzazioni di base:
-
doverizzazioni su sé stessi ("io devo assolutamente... altrimenti...
e quindi...");
-
doverizzazioni sugli altri ("gli altri devono trattarmi in modo ....
e devono essere ... altrimenti ... e allora .... ");
-
doverizzazioni sulle condizioni di vita ("le cose che succedono
devono essere come io le pretendo ... altrimenti ... e quindi tutto sarà
ingiusto o insopportabile").
Questi
atteggiamenti sono appresi durante lo sviluppo del soggetto e sono
particolarmente resistenti principalmente in base a due fattori generali:
la generalità di applicazione di un atteggiamento, e la automaticità di
formulazione della specifica regola nella particolare situazione.Gli
schemi costituiscono l’attività meno consapevole delle attività
mentali (con l’esclusione dei processi mentali delle funzioni cognitive
di base, come memoria, percezione, attenzione, apprendimento, ...) (Johnson
Laird, 1983, 1988, 1993).Gli schemi, secondo il modello della psicologia
cognitivista, guidano o interferiscono sulla elaborazione di informazioni
attraverso un uso selettivo dei dati in arrivo; questa caratteristica può
essere così generale da limitare soggetto stesso nella propria
autoconoscenza. Il problema alla base è che il soggetto non è pienamente
consapevole delle proprie teorie personali, costruite a partire da stadi
precoci della propria vita, ma può essere consapevole sia della propria
condotta attuale sia di valutazioni, giudizi ed inferenze (semplici, ma
non seriali o concatenate); tale possibilità data dalla propria attività
mentale cosciente è sufficiente per ricostruire o ri-attribuire
significati generali che possano spiegare dati, evidenze, ricordi, e
modalità di scelta del soggetto.Il fine del trattamento psicologico
cognitivista, e quindi di un intervento preventivo da esso derivante, è
permettere al soggetto di esaminare la modalità con cui costruisce e
comprende il mondo (cognizioni ed attività mentali in genere) e
sperimentare nuovi modi di attribuire significati e attivare condotte
orientate. Attraverso l’apprendimento dei modi tipici e personali di
dare un senso a ciò che avviene, scegliere i propri scopi, definire i
propri progetti, il paziente può essere in grado di modificare costrutti
e significati non adeguati e ri-orientare i propri scopi e progetti
generali per fronteggiare in modo più soddisfacente le proprie relazioni
con il mondo e con le persone (Beck, Freeman, 1990; Guidano, 1988;
Guidano, Liotti, 1983).Per sintetizzare, possiamo affermare che alla base
del modello ABC c’è la distinzione tra la categoria A, cioè i Fatti,
gli Eventi, le Situazioni, lo Stimolo, pensati più oggettivamente
possibile. Nella categoria B vi sono le nostre attività mentali come le
Valutazioni, Pensieri, Immagini, Giudizi, sia istantanei sia abituali; in
sostanza, tutta la nostra attività cognitiva. Nella categoria C vi sono
le nostre reazioni emotive e comportamentali in risposta a ciò che
avviene nel B.E’ un modello molto semplice che permette di spiegare la
psicologia della condotta umana.Lo scopo di un progetto di prevenzione che
abbia la caratteristica sia educativa sia di intervento si basa su una
modalità tecnica di base per la modificazione degli aspetti cognitivi e
comportamentali del soggetto, e sembra focalizzare alcuni particolari
punti.Prima di trattare alcuni punti specifici, si può sicuramente
affermare che la puntualità e la particolare definizione del modello ABC
della condotta, come derivato dalla psicoterapia cognitiva, cioè della
distinzione tra ciò che è un Fatto, ciò che è una Opinione o un
Giudizio o qualunque altra attività di Pensiero, e ciò che è una
reazione emotiva e comportamentale, distinzione particolarmente
importante, ci spinge a fare alcune considerazioni che sono immediatamente
conseguenti.
3.2
Alcune conseguenze del modello
3.2.1.
I problemi emotivi sono conseguenze
La
prima di queste considerazioni è che noi possiamo dire che tutti i
problemi che una persona vive ed esperisce, come ad esempio stati di
ansia, depressione, stress, irritabilità, sono tutti problemi che possono
essere identificati come C, cioè come conseguenze delle nostre attività
mentali, questo è il presupposto alla base della psicologia
contemporanea, che appunto mette al centro della condotta umana la nostra
attività di giudizio, di rappresentazione, di valutazione.Soltanto in
conseguenza di queste attività cognitive, tipo inferenze o giudizi o
valutazioni, noi abbiamo delle reazioni comportamentali ed emotive.Quindi
possiamo riassumere che in realtà "tutti i problemi possono essere
definiti come dei C", e noi possiamo schematicamente collocare questi
problemi in una categoria che è quella delle "conseguenze" o
delle "reazioni", come abbiamo già detto del tipo affettivo,
sentimentale, emotivo e comportamentale.
3.2.2.
I problemi sono determinati dalle valutazioni
Una
seconda conseguenza che deriva dal modello ABC è che i problemi sono
determinati dal B e non dagli eventi della vita, dai fatti, dalle
circostanze così strettamente intese.In pratica, i problemi della
persona, i suoi stati d’animo, le sue sensazioni, sono determinate
soprattutto dalla nostra attività valutativa, dai nostri giudizi ed
interpretazioni, dalle nostre inferenze e dalle nostre ipotesi, e non
certamente dalle cose in sé stesse, da ciò che ci succede, dagli eventi
descrittivamente intesi.Per fare degli esempi, possiamo immaginare il caso
di un certo ragazzo che viene lasciato dalla propria fidanzata, e che egli
si sente in uno stato di abbattimento e depressione. Ma cosa ha causato la
sua depressione? L’ha determinata il fatto stesso che la ragazza ha
rifiutato di continuare questa relazione? Oppure è stata la valutazione
così particolare e soggettiva del ragazzo? Naturalmente, la risposta è
che l’attività valutativa e di giudizio del soggetto è stata quella
determinante a sviluppare in lui un sentimento di depressione; scendendo
nello specifico, il soggetto avrà sicuramente avuto una valutazione
negativa per quanto riguarda le proprie possibilità future di
ricostruzione di questo legame, e probabilmente un giudizio su di sé
anch’esso svalutativo e negativo in termini di autocritica. Un altro
esempio potrebbe essere quello di un soggetto che in un conflitto con il
suo capo ha uno stato di forte irritazione, o anche di rabbia. Ma cosa ha
causato questa profonda attivazione emotiva? E’ stato il fatto che il
capo si sia comportato in modo brusco e maleducato, oppure in modo
aggressivo e svalutativo? Oppure è la particolare valutazione, il
giudizio del soggetto a farlo stare così male? Anche qui, la risposta è
che la particolare valutazione del soggetto in termini di "che cosa
una persona ha il diritto di fare oppure no" o "che cosa un
soggetto può permettersi oppure no di farci" può causare una
emozione di rabbia, ed in particolare di avere una valutazione in termini
di "torto" (danno ingiusto): il soggetto potrebbe pensare che
"lui non ha il diritto a trattarmi così", e dunque attivare una
emozione di rabbia attraverso la considerazione di "aver subito un
torto". Quindi, come abbiamo detto, i soggetti non sono attivati
emotivamente dai fatti, da eventi, da stimoli, ma sono attivati dalle loro
personali considerazioni, processi mentali, giudizi e valutazioni, che
possono riguardare sé stessi, gli altri, o le circostanze della vita in
generale.
3.2.3.
Ci sono dei collegamenti tra valutazioni specifiche ed emozioni specifiche
Un’altra
conseguenza del modello ABC è che sicuramente vi sono dei legami
preferenziali tra le nostre attività mentali, la nostra vita interiore, e
le nostre reazioni emotive. Ci sono dei legami molto stretti fra alcuni
tipi di valutazioni e pensieri, ed il nostro stato emotivo. Ad esempio,
nel caso sopra descritto, la valutazione in termini di "torto",
vale a dire il pensare di subire un danno ingiustamente, è legato alle
emozioni di rabbia, irritazione, odio; le valutazioni in termini di
"perdita", cioè pensieri sulla perdita di qualcuno, di
autosvalutazione, perdita di potere o amicizia, oppure perdita di un
legame importante o dello status sociale o dell’immagine o della
reputazione; se in queste valutazioni è coinvolta una valutazione anche
pessimistica sul futuro lo stato del soggetto sarà anche di depressione
piuttosto che solo di tristezza. Per quanto riguarda l’ansia, se il
soggetto ha un pensiero riguardante il "subire un danno" e
questo danno viene immaginato accadere in un immediato futuro,
l’emozione sarà quella di ansia, cioè del pericolo di subire un danno
che può riguardare il proprio fisico, o l’immagine pubblica, o la
considerazione si sé stessi, o la propria reputazione (in questo caso
parleremo di Vergogna e Imbarazzo).In generale, possiamo dire che per
quanto riguarda i C cioè le categorie delle reazioni emotive, ad un
livello primario di organizzazione vi sono le "emozioni di
base": Gioia, Tristezza, Paura, Rabbia, Disgusto, Sorpresa. Esse sono
organizzazioni comportamentali filogeneticamente predisposte e sono
reazioni universali in quanto le condividiamo con tutti i nostri simili in
tutti i luoghi del pianeta, al di là delle culture e metodi educativi.
Nell’uomo, diversamente dai primati, essendo più sviluppato in senso
sociale e più complesso in senso mentale, possiamo trovare solo raramente
emozioni così primarie, ma troviamo quelle emozioni basiche con un
contenuto più ricco in termini di valutazioni, pensieri, giudizi,
ragionamenti, intenzioni e progetti, che rendono queste emozioni degli
stati complessi, come i sentimenti (emozioni secondarie o sociali) le
quali costituiscono la caratteristica più peculiare della nostra vita
interiore.
3.2.4.Le
nostre valutazioni derivano dalla nostra storia personale
Un
altro punto molto importante, che deve essere sottolineato come una
conseguenza della concettualizzazione ABC della condotta umana è che
alcuni pensieri, valutazioni, giudizi, molto rilevanti e generali, una
specie di teorie su sé stessi, riguardano il modo in cui siamo cresciuti,
e come abbiamo appreso delle informazioni particolarmente importanti e
centrali su noi stessi, su chi siamo, su chi pensiamo siano i nostri
genitori, su come sono fatte le persone, su cosa ci aspettiamo dal mondo e
dagli altri, ecc... Insomma, esse sono risposte nella forma di piccole
teorie personali, assunzioni riguardo aspetti generali della storia di
vita del soggetto e possono essere rintracciati, come affermano gli
psicologi contemporanei, come delle "organizzazioni schematiche"
o "schemi", come delle strutture di contenuto, o più
semplicemente come delle convinzioni e credenze di base, che fin da più
giovane età manteniamo strettamente dentro noi stessi perché in qualche
modo esse hanno fatto o ancora fanno da base per altre credenze e
convinzioni più specifiche e particolari, più legate ad avvenimenti
concreti e particolari della vita (Guidano, 1989, 1991; Dell’Erba, 1993;
Beck, 1996; Beck, Freeman, 1990). Un esempio potrebbe essere quella di una
ragazza la quale si fa sempre accompagnare perché ha stabilito delle
abitudini e comportamenti di dipendenza, ma essi stessi si ricollegano
alla paura di rimanere da sola, e tale paura a sua volta si ricollega al
fatto che lei si trova sola può sentirsi male, ma anche tale ipotesi di
sentirsi male può essere legata alla convinzione più generale di essere
"fragile" ed "a rischio" nella salute fisica, e ciò
potrebbe anche essere derivato da alcune esperienze più o meno precoci in
cui, sia direttamente o traumaticamente o anche indirettamente (osservando
altri), può aver appreso che "ha una salute delicata",
"deve essere protetta", "è a rischio". E’ solo un
esempio per illustrare come alcune convinzioni di base, organizzatrici
della vita mentale, derivano dalla storia di vita dell’individuo.Un
elemento molto importante è quello che riguarda la convinzione del
soggetto di avere subito un danno nel passato e di esserne ancora
condizionato. Questa è tecnicamente uno stato mentale presente, una
convinzione o giudizio che il soggetto fa su sé stesso e ne subisce
naturalmente delle conseguenze in termini di attivazione emotiva attuale,
ma il contenuto di questo pensiero si riferisce ad un fatto passato;
questa non è una spiegazione del fatto che il passato influisce nel
presente ma sono le convinzioni della persona, convinzioni che sono
attuali, su ciò che egli ritiene di aver subito o vissuto nel proprio
passato a determinare lo stato emotivo. La stessa cosa dovrebbe valere se
una persona giudica o valuta di essere predisposto a delle particolari
situazioni e circostanze negative, catastrofiche, particolarmente
danneggianti nel proprio futuro; naturalmente ciò non può essere
previsto (anche se alcuni soggetti spesso danno per scontate le proprie
ipotesi).
3.2.5.
Il lavoro sui pensieri modifica lo stato emotivo
Infine,
come ulteriore e finale conseguenza del modello ABC vi è il punto in cui
possiamo affermare con certezza che il lavoro sui pensieri e le
valutazioni, cioè l’intervento che modifica certi giudizi o assunzioni
o ipotesi, praticamente il lavoro sul B, naturalmente modifica il proprio
stato emotivo, sentimentale, affettivo, e le conseguenze comportamentali.
4.
Interventi Psicoeducativi
Affrontiamo
ora alcune delle applicazioni della psicologia cognitiva in campo
educativo negli interventi di prevenzione sui soggetti; questi interventi
possono essere visti come interventi psico-educativi al personale
scolastico, come interventi di educazione psicologica agli alunni della
scuola, come interventi di psico-educazione ai familiari che hanno
all’interno del gruppo familiare soggetti con disturbi psicologici, in
particolare con disturbi mentali gravi; inoltre, possono essere visti
anche come interventi indirizzati al personale di organizzazioni dove, è
prevedibile che si possano sviluppare dei conflitti, e questi conflitti
possono pesare psicologicamente sul rendimento, sul clima aziendale,
ecc...In sostanza, si tratta di applicare quelle direttive della
psicologia cognitiva contemporanea al campo della prevenzione (Fontana,
1995; Ingram, 1986).Svilupperemo alcuni punti in particolare, e questa
disamina non sarà certo esaustiva e non comprenderà tutti i possibili
interventi che possono essere applicati usando la psicologia contemporanea
al campo della prevenzione primaria; nonostante questo, i punti che
tratteremo sono particolarmente rilevanti e centrali.
4.1.
La distinzione tra Fatto e Opinione
Il
primo di questi punti riguarda l'intervento che mira a far sviluppare la
distinzione al soggetto, o al gruppo di soggetti a cui è indirizzato
l'intervento, tra il concetto di "Fatto", "Stimolo",
"Evento", e il concetto di "Opinione",
"Valutazione", "Pensiero". In sostanza, ed in termini
del modello ABC, far fare la distinzione su che cosa è un "A" e
che cosa è un "B"; in particolare, che "A" è
qualcosa di diverso da "B".Sebbene questa distinzione è alla
base dello sviluppo della intelligenza infantile, è noto che in
condizioni di stress individui adulti normali adottino strategie di
risoluzione e di fronteggiamento di difficoltà intellettivamente
inadeguate alla situazione come anche al proprio potenziale risolutorio.E’
anche un dato acquisito che tutti i soggetti siano predisposti, in
condizioni di incertezza, ad adottare "euristiche di
ragionamento" che pur essendo economiche psicologicamente sono
virtualmente delle distorsioni della realtà.Dunque, tale capacità di
distinguere le proprie attività valutative dalla descrizione dei fatti è
una abilità cognitiva cruciale, ma anche molto precoce; tale potenzialità
può essere promossa oppure ritardata nello sviluppo intellettivo del
soggetto.L'intervento che si pone questo tipo di scopo, cioè la
distinzione tra Fatto e Opinione, ha l'obiettivo di far acquisire al
soggetto una autonomia rispetto alle circostanze della vita, riguardo ai
fatti della vita quotidiana, ed a porre una barriera (per usare una
immagine) che ripara il soggetto dalle stimolazioni della vita o degli
altri, o più esattamente stimola il soggetto ad acquistare una giusta
misura tra sè e gli eventi esterni. "Che cosa è un Fatto?" è
la domanda tipica che indirizza il soggetto verso una analisi più
descrittiva delle circostanze e del contesto in cui egli è inserito, in
cui ha vissuto una certa esperienza, o sta attualmente vivendo una certa
esperienza. "Che cosa è una Opinione?" è quella tipica domanda
in cui il soggetto è più spinto a pensare a quale è la propria attività
mentale personale, e della quale ha responsabilità, in quanto deriva dai
propri stessi processi mentali del soggetto (gli appartiene), e questa
attività mentale, come abbiamo detto, è il motore o la sorgente della
propria attivazione emotiva, della propria vita sentimentale; quindi, in
sostanza, le persone non sono stimolate o spinte dai fatti a reagire
emotivamente, ma sono guidate dalle proprie opinioni e giudizi a
sviluppare certi sentimenti piuttosto che altri, o certe reazioni emotive
al posto di altre.Quindi la distinzione è tra cosa è un A e cosa è un
B; cioè tra cosa è un fatto "oggettivo", cosa è una
situazione "descrittiva", cosa è veramente successo, e invece
"cosa ho pensato io", "cosa ho potuto pensare o
immaginare" o "in che modo ho interpretato un certo fatto".
4.2.
La distinzione tra Opinione Propria e Opinione Altrui
Un
secondo punto è una ulteriore distinzione tra "cosa è una Opinione
propria" e "cosa è una Opinione altrui". In sostanza, e
nei termini del modello standard della psicologia cognitiva e del modello
ABC, la distinzione tra un B proprio e un B altrui. La distinzione tra
"quale è l'opinione propria" e "quale è l'opinione
altrui" ha lo scopo di individuare il soggetto a separarsi, a
distinguersi, a prendere la "giusta distanza" tra le opinioni,
le valutazioni e i giudizi di qualcun altro o degli altri in genere; in
generale, possiamo dire che è sempre utile prendere in considerazione le
opinioni degli altri perchè esse costituiscono un feedback sociale, una
informazione utile e rilevante, qualche volta correttiva delle
informazioni delle quali noi teniamo conto per autocorreggerci e per
regolarci rispetto a certe conseguenze e a certe tendenze di una
maggioranza (Castelfranchi, 1989; Dell’Erba 1994); in particolare,
quando mettiamo in atto un intervento cognitivo educativo ponendo la
distinzione tra "cosa è una opinione propria?" e "cosa è
una opinione altrui?" lo scopo è proprio quello di far acquisire al
soggetto quella "giusta distanza" tra un proprio pensiero o
punto di vista ed il pensiero o punto di vista di un'altra persona.Aspetti
particolari possono essere pensati nel caso di conflitto o delle offese
dove la distinzione tra il proprio giudizio e quello di qualche altra
persona serve a mettere a fuoco ed a confronto due diverse posizioni che
sono teoricamente delle "opinioni".Un altro punto sono i giudizi
negativi su sè stessi dove, in senso opposto, poniamo un confronto tra il
nostro giudizio (negativo) e quello di qualche altra persona
(eventualmente positivo o neutrale). Prendiamo il caso di un ragazzo che
subito un giudizio negativo da parte del proprio compagno di classe, il
quale gli dice, ad esempio, che è "uno sciocco"; il nostro
soggetto può essere messo a confronto e guidato a porsi questa
distinzione: "che cosa penso io di me stesso?" e "che cosa
pensa lui di me?"; ora, anche se il compagno pensa che il nostro
soggetto è sciocco, egli può non pensarla in questo modo, può avere in
sostanza una opinione differente. Naturalmente, il prerequisito di questa
distinzione è che "una opinione vale un'altra", e che "le
opinioni sono punti di vista", e che "i punti di vista sono
attività mentali che sono soggettive", e dunque non esiste, in
genere, una persona che a priori ha un giudizio più importante di quello
di un altro soggetto. Quindi, nel confronto tra "opinione
propria" e "opinione altrui" è molto importante
sottolineare che un punto di vista è uguale ad un altro, che il proprio
punto di vista vale tanto quanto quello di un'altra persona. Dunque, se
un'altra persona ci offende o esprime un giudizio negativo, questo è
soltanto il suo personale punto di vista.Questa distinzione è
particolarmente importante in quanto si pone l'obiettivo di far acquisire
al soggetto quella distanza utile per poter affrontare in modo positivo ed
assertivo, in modo non catastrofico e svalutativo, delle situazioni in cui
qualcuno ci giudica negativamente.Il formato utile di questa operazione
cognitiva di distinzione concettuale può risultare particolarmente vario
in relazione alle capacità cognitive possedute dai soggetti.
4.3.
Modello del robot e modello della condotta
Un
ulteriore punto che si basa sempre su una distinzione è quella che si
pone come scopo di far risaltare certe descrizioni di soggetti sulla
propria condotta come se fossero una specie di automi, di macchine; gli
psicologi si riferiscono a queste spiegazioni come "modello del
robot", che sostanzialmente è, in termini del modello ABC della
condotta, un "modello A/C". Su questa base viene descritto al
soggetto un esempio di una persona che stimolata a fare una certa azione
reagisce emotivamente in un dato modo, appunto automaticamente, senza
alcuna mediazione di attività mentali valutative. Ad esempio, se un
individuo riceve un giudizio negativo del tipo "non vali nulla"
egli si deprime automaticamente; se ad una persona gli si dice "tu
sei bravissimo" il soggetto sarà automaticamente felice ed
orgoglioso. In questo tipo di intervento deve essere messo, invece, in
risalto che il modello AC è inadeguato in quanto non prende in
considerazione i dati mentali, il contenuto valutativo ed interpretativo
del soggetto, ma il modello più adeguato per descrivere la condotta e le
reazioni, in generale, del soggetto è il modello ABC, nel quale egli è
responsabile e, comunque, attivo attraverso una attività di valutazione e
di interpretazione di ciò che gli viene detto, cioè l'interpretazione
dello stimolo.Nell'esempio sopra riportato, se un ragazzo dice "sei
stupido" ad un altro, il soggetto può interpretare come altamente
rilevante questa informazione e quindi svalutarsi e deprimersi, o può
anche svalutare la "fonte" di questa informazione e quindi
restare indifferente; egli può anche interpretare come bizzarro o strano
questo comportamento del compagno e quindi avere una emozione di sorpresa
e curiosità; ma, ancora, può interpretare come danneggiante ed ingiusto
questo giudizio del compagno e quindi sentirsi emotivamente attivato nel
senso della rabbia e della irritazione.Dunque, questo terzo punto mira ad
evidenziare ed a far emergere il modello ABC in modo più esplicito.Un
tipico formato utile ad operare una tale distinzione è il porre
l’attenzione sul dialogo interno dei soggetti, sia sotto la forma di
pensiero automatico e di verbalizzazioni istantanee, sia accentuando le
diverse interpretazioni tra diversi soggetti dello stesso stimolo o
focalizzando le interpretazioni e valutazioni del soggetto in relazione
all’attenzione riposta su singoli dettagli, diversi di volta in volta.
4.4.
La distinzione Devo/E’ utile
Un
quarto punto è abbastanza rilevante in quanto mira ad una distinzione
particolarmente interessante che è quella di differenziare le
considerazioni di tipo "doveristico" come "tu devi",
"egli deve", "si dovrebbe" da considerazioni in
termini di utilità come "è conveniente", "è meglio fare
così", " è preferibile". La distinzione "Devo/E'
utile" è un punto rilevante, potente ed efficace che deve essere
portato avanti ed inserito in un programma di prevenzione in quanto le
valutazioni in termini di comportamento reattivo ed aggressivo, ma anche
depressivo o anche ansioso, sono sviluppati a partire da atteggiamenti
doveristici o assolutistici del tipo "devo assolutamente fare questa
cosa, altrimenti chissa’ cosa succede...", "devo accontentare
Tizio altrimenti..." piuttosto che " è utile fare i compiti in
quanto...", "è utile essere gentile con...".La distinzione
Devo/E' utile è molto importante in quanto responsabilizza il soggetto,
lo pone in un atteggiamento pratico e realistico, e finalizzato ad un
comportamento "mezzo-fine", il quale si pone l'obiettivo di
vedere il termine della propria azione e lo scopo del proprio
comportamento piuttosto che comportarsi su delle indicazioni impartite a
partire da regole delle quali egli non conosce, nè il senso nè
l'origine. Ad esempio, pensiamo a ragazzini che si comportano in un dato
modo perchè hanno sentito i genitori dargli delle direttive, ed essi pur
non condividendo e non comprendendo tali regole si comportano in un certo
modo ma con la conseguenza di soffrire; avendo una reazione emotiva
negativa possono attivare comportamenti disfunzionali negativi,
depressivi, ansiosi. Mentre delle direttive e regole impartite promuovendo
un atteggiamento di "utilità" tendono a sviluppare nel soggetto
un atteggiamento di responsabilità, come anche contribuiscono alla
conoscenza della congruità e della finalità realistica del
comportamento.Spesso la distinzione Devo/E' utile (Dovere/Utilità) viene
equivocata criticando il fatto che l'utilità può intaccare il
comportamento educativo che dovrebbe avere delle doverizzazioni, in modo
tale che il soggetto sia saldo su certe regole. Ciò, in realtà, è un
errore perchè ogni atteggiamento educativo che porta avanti delle
doverizzazioni, cioè dei doveri che non sono spiegati al soggetto, non può
essere efficace perchè il soggetto poi pone in discussione questi doveri
e regole, e può avere anche, in determinati casi, un atteggiamento
oppositivo e ribellistico su queste stesse regole (Ellis, 1987; Pope A.,
McHale S., Craighead E., 1988; Fontana, 1995).
4.5.
La distinzione Pretendo/Vorrei
Il
successivo punto si pone l'obiettivo della distinzione
"Pretendo/Vorrei". Questa distinzione affronta un argomento
particolarmente dibattuto nella filosofia e nella psicologia, e viene
chiamato "paradosso della spontaneità" o anche "paradosso
della intenzionalità". In particolare, questa distinzione
Pretendo/Vorrei pone come obiettivo il poter distinguere due tipi di
atteggiamento; l'uno in cui il soggetto pretende che sia suo diritto che
gli venga concessa una certa cosa, come pretendere l'amore, l'affetto,
l'amicizia, la fiducia, insomma un certo stato di cose che egli ritiene
desiderabili, dal fatto che questo stato di cose siano soltanto
"desiderabili", vale a dire che egli le desideri soltanto. Tale
distinzione non è da poco, ovviamente, e ci si impiega un certo tempo
prima di coglierla appieno, in quanto molte persone racchiudono nella
espressione "Voglio" entrambi questi atteggiamenti che sono
invece molto distinti, il pretendere qualcosa e il desiderare qualcosa.
Questa distinzione cerca di favorire il soggetto nella direzione del
libero desiderio di qualcosa, e magari attivarsi per quanto gli è
possibile verso quel suo desiderio, senza cadere in una sorta di trappola
per la quale pretendere qualcosa vuol dire, molto spesso, precludersela.
Può essere fatto un esempio in cui un soggetto pretende delle cose che
non sono in suo potere (o in suo possesso), vale a dire dove non è
possibile pretenderle, ma il fatto di pretenderle mina alla base la
possibilità di averle. Se noi diciamo a qualcuno "pretendo che tu mi
ami", e l'altra persona ci dice che ci ama, noi siamo tentati a non
credergli. Perchè? La risposta "ti amo" è una risposta che
abbiamo stimolato noi stessi con la pretesa di avere proprio quella
risposta. Come un certo stato di cosa sono valide solo se spontanee,
quando noi le pretendiamo, nonostante abbiamo avuto l'emissione di un
comportamento che somiglia molto all'oggetto che noi desideriamo, quel
comportamento è solo la superficie che viene giudicata come ipocrita,
falsa, non genuina.. Quindi il paradosso della spontaneità ossia la
distinzione Pretendo/Vorrei mira proprio a far sviluppare nel soggetto
quella distanza rispetto alla possibilità di cadere in trappola nel
pretendere uno stato che non è possibile determinare con la nostra
intenzionalità. Certi atteggiamenti intenzionali, certe nostre pretese,
sono molto pericolose perché una volta attivate rendono difficoltosa la
ripresa dello stato iniziale. Per esemplificare, possiamo immaginare una
situazione che ben rende questa delicato meccanismo, la barzelletta dei
fiori: una signora desidera molto dei fiori, ed in particolare ricevere un
mazzo di fiori dal marito, e si pone come problema il fatto che il marito
non le regala mai dei fiori; il giorno dopo si decide e gli dice "non
mi regali mai dei fiori"; il giorno successivo il marito torna a casa
con un bel mazzo di fiori, ma la donna è visibilmente scontenta e delusa.
Che cosa è successo? Si è, appunto, attivato il paradosso della
spontaneità; vale a dire un comportamento genuino e spontaneo, che non
vorremmo fosse provocato da noi ma fosse spontaneo nella mente
dell’altra persona o nel mondo che ci circonda, invece provocandolo non
ci sentiamo più di riconoscerlo come desiderabile, perché ha perso quel
carattere di spontaneità, ma ha acquisito un carattere di forzatura e di
autoinganno. Quindi questo punto è particolarmente importante, il
paradosso della spontaneità o della intenzionalità, perché mira a
sviluppare nel soggetto degli atteggiamenti che sono più tendenti verso
dei desideri, e naturalmente verso tutto quello che egli può fare che è
in accordo con il proprio libero desiderio, ma senza cadere nella trappola
delle pretese perché altrimenti si verrebbe a creare una situazione
bizzarra e paradossale come quella di avere qualcosa che era desiderabile
ma ora non lo è più.Inoltre, la distinzione Pretendo/Vorrei mira a porre
l’attenzione del soggetto sulle proprie realistiche possibilità nel
raggiungimento dei propri scopi e allontana gli "oggetti" del
desiderio dallo status di mezzi preseguibili, così che il soggetto può
pensare a tali desideri in modo libero, spontaneo, e non opportunistico.
4.6.
La distinzione tra Potere proprio e Potere altrui
Un
punto importante è la distinzione tra Potere proprio e Potere altrui.
Alcuni psicologi cognitivisti (Castelfranchi, 1988; Miceli, Castelfranchi,
1995) hanno particolarmente sviluppato questo concetto, già in qualche
modo tradizionale nella psicologia generale (ad esempio nei contributi di
Albert Bandura), in cui si sottolinea la distinzione tra "ciò che
possiamo fare noi e che è in nostro potere" e "ciò che non è
in nostro potere". Questa distinzione così centrale negli interventi
psicologici, era già presente nella filosofia stoica, ed in particolare
in Epittetto, e cioè la indicazione sul fatto che le persone possono fare
solo ciò che è in loro potere, e non possono né pretendere né
realizzare ciò che non è in loro potere. Dunque, questa distinzione ora
sviluppata dagli psicologi col termine di ""stile esplicativo o
attribuzionale" (ad esempio Seligman, 1990) mira a far sviluppare nel
soggetto quell’atteggiamento consistente nel porsi sempre il quesito su
ciò che è in nostro potere rispetto a ciò che non ci appartiene o a
qualcosa rispetto alla quale non abbiamo i mezzi per acquisirla. Tale
punto da due tipi di risultati immediati: l’uno è quello di fare in
modo che il soggetto non si spinga in iniziative o progetti sui quali non
ha possibilità concrete e i mezzi per portarli avanti, l’altra ricaduta
è invece quella di spingere il soggetto a porsi delle mete che possono
essere quelle della acquisizione dei mezzi per avere più potere e
possibilità. Ad esempio, se noi vogliamo fare qualcosa ma ci mancano i
mezzi materiali, possiamo porci come obiettivo la acquisizione di quei
dati mezzi, in vari modi, o direttamente o sviluppando precise abilità o
chiedendolo ad altre persone più congruamente identificate. Questo sembra
essere molto importante nella educazione in età evolutiva nella quale si
informa e si contribuisce alla fermezza dell’individuo sviluppando un
atteggiamento realistico e concreto secondo il quale per ottenere ciò che
si vuole è importante avere i mezzi, e il comportamento di ricerca ed
acquisizione di questi mezzi deve essere concreto, realistico e
finalizzato, e quindi ciò, come abbiamo già affermato, può essere
acquisito attraverso lo sviluppo di abilità proprie attinenti
all’oggetto, oppure attraverso lo sviluppo delle abilità di richiedere
ad altri il mezzo opportuno che non possediamo, o attraverso la ricerca di
un mezzo intermedio che possa farci acquisire la nostra meta, cioè ciò
che ci manca.Per fare un esempio, se noi vogliamo andare all’università
dobbiamo acquisire il diploma delle scuole superiori, e se non l’abbiamo
dobbiamo studiare per poterlo avere; quindi in questo caso l’abilità da
sviluppare è quella di superare gli esami finali; se il nostro scopo è
quello di appendere un quadro al muro, il nostro obiettivo sarà quello di
avere un chiodo ed un martello; e se non abbiamo l’uno o l’altro di
questi mezzi, dovremmo attivare lo scopo di chiederlo a qualcuno, o andare
a cercarlo o, se è in nostro potere, comprarlo.In sintesi, lo sviluppo
della distinzione fra Potere proprio e Potere altrui è interessante ed
efficace perché contribuisce allo sviluppo di un atteggiamento mirato
alla condotta realistica e finalizzata dell’individuo; ciò permette una
applicazione di questo intervento in molti campi, da quello scolastico ed
educativo, a quello lavorativo o anche a quello psicoterapico e clinico.
4.7.
La competenza emotiva
Un
differente dominio di sviluppo, e quindi di intervento, è quello dello
sviluppo della competenza emotiva. Tale competenza inizia con lo sviluppo
delle capacità di riconoscimento delle emozioni principali (o
primarie).Le emozioni sono condotte organizzate aventi una funzione sia di
salvaguardia dal pericolo sia di organizzare i contatti sociali
fondamentali; in sostanza, sono le basi del comportamento sociale e
servono per la sopravvivenza. Le emozioni, essendo comportamenti
organizzati e predisposti filogeneticamente, sono sia universali sia
innate. Le forme primarie di queste condotte sono le "emozioni di
base", riconosciute come presenti in tutti gli individui a partire da
età molto precoci. Le emozioni di base sono "famiglie" o
"categorie" di emozioni principali; esse sono: Gioia, Tristezza,
Paura, Rabbia, Disgusto, Sorpresa. Ogni categoria rappresenta e segnala
uno scopo specifico per la vita del soggetto e predispone la condotta
orientata verso obiettivi definiti. Ciascuna classe emotiva di base è
composta da diverse sfumature che definiscono emozioni più complesse e
sociali.Gli scopi basici delle emozioni primarie possono essere definiti
come segue: acquisizione e riproduzione (gioia), accudimento (tristezza),
autoprotezione (paura), predazione ed aggressività (rabbia), rifiuto e
protezione dei confini del corpo (disgusto), orientamento (sorpresa)
(Dell’Erba, 1993b; Johnson Laird, 1988).Le categorie emotive che più
frequentemente affrontiamo ed osserviamo sono però quelle relative alla
tristezza alla paura, ed alla rabbia. Ciascuna di esse raggruppa diversi
stati che si differenziano tra loro per gli scopi più specifici da
acquisire o proteggere, e sono più complesse in quanto in esse vi è un
contributo elaborato da parte del ragionamento, e per questo sono anche più
culturalmente sensibili. Esse sono, ad esempio: Paura: ansia, panico,
preoccupazione, tensione, agitazione, paura, timore, vergogna, imbarazzo;
Tristezza: depressione, tristezza, colpa, scoraggiamento, delusione,
apatia, svilimento; Rabbia: collera, rabbia, furia, irritazione,
risentimento, gelosia, invidia.Le credenze e le convinzioni legate a
emozioni di paura e ansia sono attinenti alla minaccia di un danno sia
fisico che psicologico; esse sono collegate con il comportamento di
evitamento e fuga. Le convinzioni e le credenze che riguardano emozioni di
tristezza sono attinenti alla perdita di status, di autostima, di libertà
o di possibilità, di persone rilevanti; la condotta, che tende
all’immobilità, è caratterizzata da pensieri di incapacità e mancanza
di speranza. Le credenze e le convinzioni riguardanti la rabbia concernono
la invalidazione di diritti o di convinzioni relative a torti subiti
(danni che sono pensati come ingiusti); i comportamenti sono orientati
alla vendetta, al pareggiamento, all’attacco.La competenza emotiva si
basa principalmente sulla gestione delle reazioni emozionali, ed un ruolo
fondamentale è giocato dal riconoscimento degli stati emotivi sia propri
che degli altri, intorno a noi.Apprendere o potenziare il riconoscimento
degli stati emotivi è relativamente un intervento semplice, e prende la
forma di un intervento educativo in cui la "alfabetizzazione"
sugli stati emotivi è lo stadio iniziale. L’uso di esempi,
l’apprendimento di volti tipici per ciascuna emozione di base, il
simulare situazioni che tipicamente possono innescare specifiche emozioni
è una attività educativa importante e basilare, in quanto intervento
preventivo (o base per interventi preventivi più complessi).Un secondo
stadio nella educazione emozionale è quello di focalizzare l’importanza
delle valutazioni personali, dei giudizi, delle attività mentali
sull’innesco di specifiche reazioni emotive (ciò è stato già
accennato più sopra nella distinzione tra A e B, e nel modello A/B/C).
Tale intervento tende ad incrementare la consapevolezza che il dialogo
interno e le verbalizzazioni del soggetto influiscono nella tonalità
emotiva (il tipo di emozione) e nella intensità della emozione stessa.A
tale livello di educazione emotiva, i soggetti possono essere coinvolti
nella definizione di una certa emozione riconoscendola attraverso delle
verbalizzazioni di altri, nelle intenzioni espresse, e negli atteggiamenti
espliciti caratterizzanti simulazioni o scene tratte da resoconti o
figure.Come per ognuno dei punti riguardanti gli interventi psicoeducativi,
anche nella competenza emotiva è importante adattare il livello della
complessità dei materiali e delle informazioni veicolate; in tale ambito,
comunque, il grado di intellegibilità delle informazioni riguardanti le
emozioni di base è elevata già precocemente nello sviluppo affettivo ed
intellettivo (capacità di riconoscere le emozioni primarie, capacità di
comprendere le intenzioni dell’altro, simulare stati emotivi) (Harris,
1991; Attili, 1995; Karmiloff-Smith, 1993).
4.8.
L’Autostima
Sebbene
il valore che i soggetti attribuiscono a sé stessi può dipendere da
numerosi fattori sia centrali sia superficiali, è certamente il modo di
pensare a sé stessi in modo più strategico che distingue un soggetto con
elevata autostima da un soggetto con autostima bassa. Inoltre, la maggior
parte dei ricercatori in tale ambito sostiene che la capacità del
soggetto di considerarsi efficiente e puntare su sé stesso è una delle
caratteristiche distintive.Da tale prospettiva la teoria attribuzionale (Seligman,
Rosenham, 1997) identifica tre principali fattori che modulano le
valutazioni personali del soggetto riguardo a sé o riguardo al giudizio
di altri, sia in caso di successo sia in caso di fallimento (Seligman,
1990). Questo tipo di intervento vede coinvolti gli specifici fattori
esposti insieme come strumenti di modificazione delle valutazioni e delle
convinzioni del soggetto. Come già esposto precedentemente, i fattori nei
giudizi di attribuzione causale o di merito sono i seguenti:
-
la valutazione interno o esterno, quando il soggetto deve stabilire se un
dato fenomeno o capacità o fatto specifico dipende da un qualche fattori
interno a sé e qualche propria abilità, oppure dipende dal caso o da
qualcun’altro;
-
la valutazione globale o specifico, quando il soggetto deve valutare se un
certo episodio ha caratteristiche generali e omnicomprensive oppure si
riferisce soltanto ad un aspetto di quell’episodio;
-
la valutazione stabile o temporaneo, quando il soggetto giudica se un
fatto è durevole nel tempo oppure e soltanto uno stato temporaneo e
passeggero.
Queste
valutazioni riguardano sia i casi positivi, i successi, i meriti, sia i
casi negativi, i fallimenti e le colpe. Riguardano la valutazione delle
responsabilità delle proprie azioni e delle azioni altrui.La graduazione
dei tre fattori esposti è in grado di modulare la percezione della
propria autostima, del proprio benessere psicologico, della capacità di
percepirsi efficaci ed in grado di raggiungere le proprie mete; inoltre,
è anche responsabile della psicologia del pessimismo, dell’evitamento,
del conservatorismo estremo e dell’incapacità di rischiare nel
perseguire i propri scopi.Una delle immediate applicazioni di tale
prospettiva è il riconoscimento della estrema diversità tra attribuzioni
in un senso o nel senso contrario in diverse situazioni proposte, sia in
situazioni positive che in episodi negativi: in questo senso si può
pensare alla proposta di casi scolastici tipici come litigare, essere
accusati ingiustamente, ricevere una offesa, prendere un brutto voto,
subire una sgridata, ricevere una punizione. Tutti questi esempi implicano
la capacità di modulare i fattori attribuzionali per essere fronteggiati
adeguatamente.Tra i fattori favorenti la modulazione dell’autostima, e
quindi in aggiunta alle valutazioni attribuzionali, possiamo ritrovare il
possesso di specifiche abilità che il soggetto utilizza nel
fronteggiamento di difficoltà. Alcune di queste abilità, così come
identificate da diversi autori (ad esempio, McGinnis e coll, 1986), sono
state messe a punto per specifici scopi educativi e scolastici. Esse sono:
abilità di auto-organizzazione, abilità di fare e mantenere le amicizie,
abilità di riconoscere ed esprimere le emozioni, abilità di gestione
della rabbia, abilità di gestione dello stress.L’uso di tale fattore
prende le forme di esperienze di apprendimento o training durante le quali
i soggetti apprendono e si esercitano nelle abilità sociali di base.Alla
base della maggior parte dei programmi strutturati sia preventivi sia
rieducativi possiamo ritrovare ingredienti simili: apprendimento delle
abilità sociali, ristrutturazione cognitiva tramite distinzioni
concettuali, sviluppo della competenza emotiva, esercizi di rilassamento e
anti-impulsività, problem solving (Di Pietro, 92; Kendall, Di Pietro, 96;
Pope e coll, 88; Goldstein, Glick, 87).
5.
Conclusione
Quale
è la base sulla quale progettare interventi psicologici preventivi? Come
possono essere pensati interventi efficaci? Quale obiettivo devono avere?
Queste domande devono guidarci nella progettazione degli interventi sia
negli aspetti strategici che nelle caratteristiche tecniche ed infine nel
diverso uso di materiali e stimoli. Un intervento può essere preventivo
del disagio solo se definendo che cosa è ed in cosa consiste il disagio,
o una sua componente, ne definiamo anche le caratteristiche mentali
(scopi, conoscenze, processazione delle informazioni); in questo modo ogni
argomento può essere ricondotto a regole e punti di riferimento
applicabili nella pratica ed utilizzabili dai soggetti come strumenti
concettuali. Se un seminario o una discussione in classe, ad esempio sul
"rispetto degli altri", non traduce delle regole morali in
credenze e desideri nella vita concreta dei soggetti, o in educazione alle
tipologie di valutazione e comportamento, è improbabile che dalla teoria
ne scaturisca una qualche pratica.Ogni soggetto crede ciò che per lui è
plausibile; e se le sue credenze sono platealmente in contrasto con quelle
di una maggioranza oppure la applicazione di esse determina sofferenza al
soggetto allora è bene chiedersi quale sia la fonte di tali credenze.
Tutti noi crediamo a qualcosa, ripeto, che ci sembra plausibile ed
affidabile; dunque, un aspetto del cambiamento di credenze, o della loro
formazione, deve essere ben plausibile ed affidabile come un intervento
preventivo costruito su basi concrete. Molte delle informazioni contenute
in lezioni, seminari, discussioni di gruppo possono essere in stridente
contrasto con regole e bersagli concettuali che l’intervento vorrebbe
veicolare: tali interventi non sono solo inefficaci, ma sono dannosi, in
quanto contribuiscono alla formazione di molteplici casi particolari,
rendendo gli obiettivi sganciati dalla vita concreta.Si può seriamente
credere che parlare della situazione giovanile ed il suo rapporto con la
droga possa davvero ridurre il rischio di consumo? Oppure, si può
prendere in considerazione una discussione di gruppo sul rapporto
genitori-figli sia davvero un intervento che ha un senso? Non potremmo
pensare, invece, che tali metodi incidentalmente favoriscano i
comportamenti e le valutazioni critiche bersaglio sulle quali si intendeva
incidere?Un intervento psicologico deve avere una strategia mirata alla
produzione o al cambiamento di informazioni le quali guidano la condotta;
la formazione e la modificazione di ogni comportamento deve porsi il
problema di come incidere sulle credenze e sui desideri dei soggetti, ed a
tale finalità ogni strumento tecnico educativo deve essere tradotto in
informazioni critiche che vogliamo trasmettere in modo plausibile ed
affidabile. Senza una fonte autorevole le informazioni non sono ascoltate,
e senza un contenuto plausibile tali informazioni non sono credute.
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